Maurizio Blondet
20/03/2006

Dale Crowley è - o è stato - un tele-evangelista di successo.
Da vent'anni conduceva due popolari programmi radio nella zona di Washington, dagli studi della WFAX 1220-AM.
Ora, Dale non trasmette più.
Perché, al contrario di altri tele-predicatori, raccontava la verità su quel che Israele fa: come umilia i palestinesi anche cristiani, come li strappa dalle loro case e come vandalizza le loro chiese. Ultimamente, aveva rivelato come Israele ostacoli il lavoro dei missionari in Terra Santa, e come fosse in vigore una legge israeliana che commina la galera per quei missionari che convertono degli ebrei.
In compenso, la stazione radio ha assunto un conduttore che inneggia ad Israele: l'ebreo Sid Roth.
Il programma di Dale è stato eliminato.
Doris Newcomb, presidente della radio WFAX, ha spiegato che ascoltatori «che sostengono Israele» avevano tempestato la stazione di proteste.
Fatto singolare, Crowley per anni ha condotto uno dei suoi programmi («Focus on Israel») con Haviv Schieber, un rabbino che era stato anche sindaco a Bersheva, in Israele.
Convertito al cristianesimo luterano da Crowley, Schieber è morto fra le sue braccia in tarda età.



Rachel Corrie era una ragazza americana di 23 anni.
Nel 2003 andò in Israele come operatrice umanitaria con l'International Solidarity Movement: un gruppo che arruola giovani volontari occidentali per fare da «scudi umani» contro i bulldozer dell'armata israeliana che abbattono le case dei palestinesi.
Il 16 marzo 2003, a Gaza, Rachel è stata schiacciata da uno di questi bulldozer, mentre difendeva una casa, benchè indossasse una giacca arancio fosforescente.
L'indagine dell'esercito di Israele sostiene di non aver trovato i responsabili.
Dalle lettere che la ragazza mandò alla famiglia prima di essere uccisa, è stato tratto un libro, «Il mio nome è Rachel Corrie».
E da questo è stato tratto un lavoro teatrale, presentato con successo a Londra.
A New York è andata diversamente.
Annunciato dal New York Workshop Theatre (un teatro sperimentale), il dramma è stato ritirato precipitosamente dal cartellone: su intimazione, è stato spiegato, di «gruppi ebraici» non nominati secondo i quali, dopo la vittoria di Hamas in Palestina, la storia di Rachel Corrie «metteva in pericolo l'esistenza stessa di Israele».
Cindy Corrie, la mamma di Rachel, ha comentato amaramente: «nel cartellone del Workshop Theatre ho visto una commedia sulle lesbiche. La vicenda di mia figlia era più 'proibita' di quella?».
Anche il libro «My name is Rachel Corrie» è sparito dalle librerie di New York.



Richard Rogers è un architetto di fama mondiale.
Ha progettato il Centro Pompideou a Parigi, la nuova sede dei Lloyds di Londra, la Corte Europea sui diritti Umani di Strasburgo, il nuovo aeroporto Barajas di Madrid; per di più, è ebreo.
Ma ha commesso un errore: nel febbraio scorso ha accettato di parlare, anzi di inaugurare, un convegno a Londra dal titolo «Architetti e pianificatori per la giustizia in Palestina» (l'incontro era promosso da un architetto ebreo, Abe Hayeem), dove fra l'altro si è criticato il Muro di 800 chilometri che Israele si è costruito attorno.
Da qui le sue disgrazie; Rogers s'era aggiudicato il progetto (da 1,7 miliardi di dollari) per l'ampliamento di un importante centro-congressi, il Jacob Javits Convention Center.
Invece, è stato chiamato a giustificarsi dal capo dell'ente comunale che finanzia il progetto, Charles Gargano; perché?
Perché Sheldon Silver, che presiede l'assemblea di New York, aveva chiesto a gran voce che quell'architetto, che «aiuta i palestinesi», fosse escluso da ogni lavoro a finanziamento pubblico.
La stessa signora Sheldon Silver ha minacciato un cliente immobiliare di Rogers, la Silvercup Studios, che se faceva lavorare l'architetto, non avrebbe avuto le facilitazioni fiscali del comune.
Dietro la persecuzione a Rogers c'è Malcolm Hoenlein, vicepresidente della Conference of Presidents of Major American Jewis Organizations.
Costui ha sancito che l'atteggiamento pro-palestinese di Rogers era «un affronto alla memoriadel senatore Javits».
Jacob Javits, senatore repubblicano ed ebreo, è sempre stato un falco anti-arabo.
Subito, Rogers si è rimangiato tutto l'appoggio ai palestinesi.
Su istruzione di un esperto di pubbliche relazioni appositamente assunto (incidentalmente, si chiama Howard Rubinstein) il famoso architetto ha dichiarato pubblicamente: «sono a favore del Muro perché impedisce attacchi terroristici».
Non bastava; ha detto che il conflitto israelo-palestinese è «una lotta contro uno Stato terrorista e uno Stato democratico, e io sono per lo Stato democratico».
Richard Roger è così ritornato kosher, e avrà l'incarico del Comune di New York.



Spiritualità Lubavitcher.
Frattanto le due associazioni che guidano la setta ebraica dei Lubavitcher (detta anche Habad o Chabad), i più fanatici ebrei di New York, ne hanno chiamato in giudizio una terza per vandalismo.
Le due associazioni sono la «Agudas Chassidei Chabad» e la «Merkos L'inyonei Chinuch», che hanno la maggioranza nella setta.
Questa setta, potentissima presso il Congresso USA e amatissima dai neocatecumenali «cattolici» che insieme a loro «danzano davanti alla Torah» a Gerusalemme, in un tempio appositamente costruito, venera il rabbino («rebbe», nel loro gergo) Menachem Mendel Schneerson: benchè il rabbino sia deceduto ultranovantenne a New York, lo credono il «messia».
O lo credevano.
Perché proprio qui è la materia del contendere nella causa giudiziaria.
Le due associazioni maggioritarie hanno posto davanti alla loro sinagoga principale di New York una targa di bronzo con la dedica: «Alla memoria benedetta del rebbe Schneerson».
Questa lapide è stata ripetutamente vandalizzata, sporcata e semidistrutta dai lubavitcher più fanatici, i quali la considerano una bestemmia.
La scritta ammette infatti che Schneerson sia morto: mentre i super-fanatici invece si aspettano che il tremendo vecchietto risorga dalla tomba da un giorno all'altro per proclamarsi, finalmente, il «messia».
Le due congregazioni maggiori, evidentemente, non ci credono più tanto.
E venerano Schneerson come defunto.
Hanno vinto loro: ottenendo contro la terza congregazione ultra-fanatica, la «Congregation Lubavitch», una intimazione giudiziaria che vieta ai suoi membri (detti «i messianici») anche solo di avvicinarsi alla sinagoga.
Può meravigliare che, per ottenere giustizia (o quel che sia) i Lubavitcher di maggioranza si siano rivolti a un tribunale normale, ossia alla giustizia dei goym, che per loro sono «animali parlanti». Ma si tranquillizzino i loro amici neocat: la giudice che ha emesso la sentenza si chiama Ira Harkavi, in pratica, una rabbinica.
In ogni modo, la signora Ira ha tenuto a chiarire che la sua sentenza «non deve assolutamente essere interpretata come a favore di una parte contro l'altra nel dibattito messianico».



Nel riportare la vicenda dell'architetto Richard Rogers, persino la rivista ebraico-progressista The Nation si chiede: in America esiste un'inquisizione che intimidisce e compila liste nere? (1). Ma no, ma no; quelli che abbiamo narrato sono solo episodi premonitori della futura, imminente, età felice: quella che vedrà il riscatto definitivo degli ebrei.
E' quello che loro chiamano «il mondo a venire», perché sia chiaro che non aspettano una redenzione o salvezza nell'aldilà, ma nel futuro.
Il mondo «a venire» sarà simile a quello di oggi, solo che gli ebrei comanderanno.
Quanto ai goym, avranno parte nel «mondo a venire» solo se obbediranno alle sette leggi noachidi, come ha recentemente spiegato il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni (2).
Naturalmente, sarà un posto di subordinati e soggetti alla razza eletta.

Maurizio Blondet




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Note
1) Editoriale, «An American Inquisition?», The Nation, 3 marzo 2006.
2) Riccardo Di Segni, «Parlare chiaro per capirsi meglio», Shalom, numero 2/2002, pagina 1. A proposito delle teorie di Di Segni (che appare assai vicino ai Lubavitcher), vale la pena di riportare quel che ne ha scritto don Francesco Ricossa su Sodalitium numero 54: «un Noachide può salvarsi? Sì, per Di Segni un Noachide può salvarsi, anche se non dobbiamo credere che 'salvarsi' significhi necessariamente ciò che significa per noi (ovvero la visione beatifica di Dio nella vita eterna. Per Di Segni salvarsi significa 'aver parte' in qualche modo 'al mondo futuro', il mondo messianico). «È noto - spiega Di Segni - che la dottrina religiosa ebraica costruisce intorno al nome di Noè e dei suoi discendenti una dottrina di doppia legge e doppia salvezza». Mentre gli Ebrei hanno ricevuto la Legge mosaica, i Noachidi sono tenuti anch'essi ad una legge, la legge Noachide, che non si trova nella Bibbia, ma nei testi rabbinici: «questi principi si trovano espressi in tradizioni orali rabbiniche che si basano, con maggiore o minore evidenza, su riferimenti scritturali. (…) Universalismo ebraico significa due strade parallele verso la salvezza; è sufficiente che ognuno segua la strada in cui si trova al momento della nascita e ne rispetti le relative norme. Il Noachide, che segue le sue sette regole e ne riconosce l'origine divina, viene definito 'il fervente delle nazioni del mondo' e ha parte nel mondo futuro». Le sette regole che ogni Noachide deve rispettare: «queste regole sono: il divieto di ogni culto estraneo a quello monoteistico, il divieto della bestemmia, l'obbligo di costituire tribunali, il divieto dell'omicidio, del furto, dell'adulterio e dell'incesto, il divieto di mangiare parti strappate ad animali in vita». Secondo Di Segni cinque di questi sette precetti sono patrimonio comune dell'umanità e non pongono particolari problemi.




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