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    La lobby s’è installata a Bruxelles, anzi due

    La lobby s’è installata a Bruxelles, anzi due
    Maurizio Blondet
    20/03/2006


    A sinistra il direttore esecutivo dell’AJC, David HarrisBRUXELLES -

    Quando l’«Institut Transatlantique» ha inaugurato la sua attività a Bruxelles, il 12 febbraio 2004, con un ricevimento di gala, alla festa c’erano tutti gli eurocrati che contano: da Javier Solana, il «ministro degli Esteri» della UE, il primo ministro e il ministro degli Esteri del Belgio, Marie Noelle Lenoir che è la ministra francese alle politiche europee, e naturalmente i rappresentanti di tutte le organizzazioni ebraiche del vecchio continente.
    Perché l’«Instituto Transatlantique» è una filiale dell’American Jewish Commitee (AJC), la massima organizzazione giudaica americana, nato con lo scopo di «rafforzare le relazioni tra Europa, America e (ovvio) Israele».
    Il direttore esecutivo dell’AJC, David Harris, l’ha detto esplicitamente: l’Istituto «fa parte della campagna diplomatica globale per migliorare l’immagine di Israele» e naturalmente «per combattere l’antisemitismo in Europa».
    Come non bastassero le lobby ebraiche europee, eccone un’altra di filiazione americana per cambiare la politica della UE e influire sull’opinione pubblica europea, che Israele giudica troppo filo-palestinese.
    «Era tempo per noi di essere presenti là dove si prendono le decisioni europee», ha detto Jason Isaacson, responsabile internazionale dell’AJC.
    E ha indicato tre «bersagli» per la nuova lobby ebraica: la Commissione, i media e la Corte dell’Aia, che si occupa fra l’altro del Muro che Israele si è costruita attorno.



    La decisione di sbarcare con una lobby di tipo americano è stata presa, pare, dopo che un sondaggio ha rivelato che gli europei, a maggioranza, considerano la politica di Israele «pericolosa».
    Le lobby o gruppi di pressione sono almeno tremila a Bruxelles: ogni gruppo d’interesse ha i suoi «occhi e orecchie», e stuoli di legali, per influire sulla legislazione europea, corrompere e dare ricevimenti allo scopo di distorcere nel senso voluto una direttiva o una decisione eurocratica.
    Ma non c’è pericolo che la lobby giudaica si confonda nel mucchio.
    Subito dopo l’Institut, in una ebraica gara di zelo, si è installata a Bruxelles l’ala europea del Congresso Ebraico Mondiale.
    Il suo losco presidente Isaac Singer (che ha avuto guai giudiziari per essersi appropriato di milioni di dollari della lobby) proclamò allora (Romano Prodi era presidente della Commissione europea): «Prodi dice che terrà sotto controllo l’antisemitismo; noi siamo qui per tenere sotto controllo Prodi».
    Aggiunse anche: «il nuovo ebreo è arrivato, e dovrete fare i conti con lui… Con la forza degli USA e Israele, cambieremo il mondo secondo i nostri metodi, non i vostri».
    Non si può essere più chiari di così.
    Né più intimidatori (Prodi se l’è fatta sotto, naturalmente).
    Grazie, fratelli maggiori.

    Maurizio Blondet

    (Fonte: L’Humanitè, 5 marzo 2004)
    Ibrahim

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  2. #2
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    Predefinito Bruxelles, capitale delle lobby

    come i gruppi di pressione costruiscono la "loro " europa

    Bruxelles, capitale delle lobby


    A Bruxelles, luogo di potere senza un vero controllo democratico, si concentra una moltitudine di gruppi di pressione. Traendo profitto da procedure decisionali particolarmente complesse, questi gruppi influenzano le scelte compiute dalle istituzioni europee. Le lobby trascinano così l'Unione in una logica di rapporti di forza che va a vantaggio dei turiferari del liberalismo economico; i sindacati, che pure sono partner ufficiali delle istituzioni, faticano a farsi ascoltare. Sollecitazioni, lettere, regalini: i membri della Commissione europea, gli eurocrati e i deputati europei agiscono costantemente sotto qualche influenza

    di Karel Bartak *


    Targhe discrete, dorate o brunite, adornano gli ingressi di anonimi edifici nel "quartiere europeo" di Bruxelles. Sono affiancate a quelle degli uffici delle varie Direzioni generali della Commissione e delle delegazioni permanenti dei paesi membri. Il fatto è che la natura stessa dell'Unione europea, il suo potere, la sua organizzazione, la ripartizione dei compiti tra le sue istituzioni incitano al presenzialismo: per contribuire al "pensiero comunitario", per influire sui processi decisionali, o anche solo per sapere cosa succede in questo o quel campo di interesse particolare.
    Il numero dei "lobbisti" che esercitano il loro mestiere nella "capitale d'Europa" è valutato a circa 10.000; ma ad essi se ne aggiungono ogni giorno altre migliaia, provenienti da ogni angolo del continente. Le duecento più potenti imprese mondiali sono già tutte presenti, e altre continuano ad arrivare. Anche le grandi società americane e britanniche di pubbliche relazioni vi hanno gettato l'ancora, e vantano la loro competenza in materia di "acquis" comunitari. La città rigurgita di uffici di avvocati specializzati e di lobbisti di ogni ramo, settore o impresa, oltre ai consumati "generalisti", pronti ad accettare qualsiasi incarico nel labirinto europeo, del quale conoscono qualche segreto.
    Pur passando quasi inosservati, sono ormai divenuti attori importanti del gioco; e quando siedono intorno al grande tavolo dove si prendono le decisioni, si tengono al riparo dagli occhi degli stati, del pubblico e dei media, a dire il vero non molto curiosi.
    E' un mestiere che in verità non ha nulla di vergognoso. Tutti qui concordano nel riconoscere agli uomini e alle donne che operano in questo campo uno stile mille volte più elegante e corretto dei loro omologhi degli Stati uniti, patria del lobbying. "Io rappresento gli interessi della mia industria: un interesse specifico che si può considerare come una frazione di quello generale", spiega Roger Chorus, rappresentante degli industriali della ceramica dell'Unione europea (Ue) e presidente della Società dei professionisti in affari europei (Seap), creata per approfondire la cooperazione tra chi influenza e chi decide, e di renderla nel contempo più trasparente. A suo parere, questo lavoro è necessario non solo per le industrie, ma per le stesse istituzioni. "Chi è chiamato a decidere dovrebbe prendere in considerazione, prima di fare una scelta, tutti gli interessi specifici. Il nostro compito è fornire le informazioni in proposito." Stesso linguaggio alle Commissione europea, dove questi "operatori di influenze" sono considerati interlocutori indispensabili. "Ne abbiamo assoluto bisogno, spiega Willy Hélin, portavoce di Karel van Miert, commissario alla concorrenza.
    Grazie ai contatti con loro riusciamo a tenerci al corrente di ciò che avviene in vari settori dell'attività economica. Nessuno può accusarci di rimanere chiusi nella nostra torre d'avorio e di prendere decisioni senza conoscere le situazioni reali". Anche ammettendo la "normalità" del fenomeno, bisognerebbe però porsi la questione delle pari opportunità. Poiché in quest'attività sotterranea, sulla quale non esiste il minimo controllo, a vincere sono evidentemente i più forti, quelli che dispongono di più denaro e hanno quindi maggiore influenza. Non è facile infatti finanziare un ufficio a Bruxelles, allacciare e intrattenere rapporti di complicità con i decisori al più alto livello possibile. Gli uomini delle multinazionali, come quelli dei settori chiave delle economie dei Quindici (industria automobilistica, petrolio, chimica) possono aprire indubbiamente percorsi ben più attrezzati e scorrevoli di coloro che rappresentano gli interessi opposti: sindacati, associazioni di difesa dell'ambiente, gruppi di consumatori, piccole industrie.
    Questo non significa però che i più potenti vincano sempre. Le decisioni prese dalla Commissione sono spesso il risultato di pressioni e influenze molteplici diversificate.
    "I maggiori lobbisti sono gli stessi stati membri", sottolinea Willy Hélin, che la sa lunga sulle manovre dei governi sospettati di concedere aiuti illegali, o impegnati a difendere le loro aziende dall'accusa di aggirare la concorrenza. La comunità delle imprese non è sempre necessariamente sulla stessa lunghezza d'onda degli stati. Gli interessi nazionali giocano contro gli interessi settoriali. E a complicare il quadro si aggiungono le regioni, sempre più attive in questo campo. La Commissione presta orecchio a tutti per poter decidere il più obiettivamente possibile. E' in effetti in seno alla Commissione europea che si preparano i progetti di legislazione comunitaria da sottoporre in seguito al Consiglio, oltre che, con sempre maggior frequenza, al Parlamento europeo. L'attenzione delle lobby si concentra dunque logicamente su questo organismo, per tentare di influire sui contenuti delle direttive e dei regolamenti al momento della loro elaborazione. Come dicono tutti i lobbisti che operano a Bruxelles, l'imperativo è lavorare con la Commissione. Solo se si è perso quell'autobus si può tentare di ricuperare al Parlamento... La porta della Commissione è spalancata in particolare per i rappresentanti dell'Unione della Confederazione delle industrie e degli imprenditori europei (Unice), interlocutore ufficiale in virtù del Trattato di Maastricht, allo stesso titolo della Confederazione europea dei sindacati (Ces). Queste due organizzazioni partecipano al primo, modesto avvio del dialogo sociale iniziato su scala europea sotto l'egida delle Commissione (1).
    "La Comunità e gli stati membri vigilano affinché siano assicurate le condizioni necessarie alla competitività dell'industria comunitaria", proclama l'articolo 130 del Trattato di Maastricht: un punto di importanza primaria per l'Unice. Gli imprenditori sono ben disposti a essere "europei"...
    nella misura in cui si parli di un'Europa pronta a favorire la sacrosanta competitività, per le ben note vie della deregulation e della flessibilità. "Per molto tempo, questa nozione di competitività non è stata presa sul serio. Oggi ci stiamo svegliando, ma occorre fare molto di più" insiste Christophe de Callatay, direttore del settore comunicazioni all'Unice. Questa organizzazione considera del tutto insufficiente la liberalizzazione generalizzata che da una decina d'anni è stata introdotta in Europa. Gli imprenditori esigono riforme strutturali per ottenere una riduzione della spesa pubblica, soprattutto sociale, che permetterebbe di alleggerire la pressione fiscale sulle imprese. "In Europa, non è più possibile svolgere una normale attività imprenditoriale. Non riusciamo più o spuntare i profitti necessari per investire e per assumere.
    L'ambiente è così ostile che chiunque disponga di un po' di denaro fugge all'estero, prosegue Christophe de Callatay. Per questo abbiamo avviato un processo di benchmarking (confronto tra i livelli di efficienza) che ha dimostrato l'inferiorità dell'economia europea rispetto a quella degli Stati uniti o del Giappone". Tutto questo, ovviamente, è stato detto prima della crisi che ha colpito Tokyo... Sia per quanto riguarda i costi di produzione che in materia di telecomunicazioni, di trasporti, di prelievi fiscali o di "obblighi" sociali, gli europei si troverebbero in una condizione di svantaggio, soprattutto in vista dell'esigenza di prepararsi a una "società dell'informazione".
    "In Germania, insiste Christophe de Callatay, il divario tra il salario minimo e quello massimo è di uno a 3. In America, di uno a dieci. Oltre Atlantico, le remunerazioni sono molti più incentivanti; senza contare che da noi c'è troppa gente che non fa nulla e non è neppure motivata a cercare un posto di lavoro, poiché vive a carico di un settore pubblico ipertrofico, come sempre giustificato dai falsi argomenti dello stato sociale. In breve, le generazioni passate hanno vissuto a spese dei loro figli, che ora devono saldare il conto. Bisogna fermare quest'ingranaggio che non è né giusto, né sociale".
    Questo sbrigativo discorso ha trovato indubbiamente una certa eco negli uffici del Palais Breydel, sede dei venti Commissari europei; tanto più che viene ripreso, anche se in forma molto più discreta, dai patrons delle grandi multinazionali del vecchio continente. Il loro club molto esclusivo la Tavola rotonda degli imprenditori (nota sotto la sigla inglese Ert - European Round Table) occupa un piano di un anonimo edificio della capitale belga, non lontano dalla Porte de Hal. A differenza dell'Unice, l'Ert non è mai menzionata nei rapporti o in altri documenti distribuiti alla stampa dalla Commissione. E tuttavia i 47 potentissimi presidenti-direttori generali di 17 paesi europei (i Quindici, più Norvegia e Turchia) organizzano due volte l'anno incontri formali. "In queste sessioni plenarie si decidono i contenuti dei messaggi per i vertici europei o per i vari governi. Ci si mette d'accordo e si nomina una piccola delegazione che porterà la risoluzione a Jacques Chirac o a Jacques Santer (il presidente della Commissione). Al nostro livello, siamo sicuri di essere ricevuti" spiega Caroline Walcot, segretaria generale aggiunta della Tavola rotonda.
    Se l'Unice si occupa del quotidiano, diverso è il caso dell'Ert, che non commenta ogni singola direttiva e non presenta resoconti ad associazioni affiliate nelle varie capitali; si interessa esclusivamente alle grandi decisioni, sulle quali però esercita tutto il suo peso (2). Ad esempio, l'Ert si batte per l'allargamento e l'approfondimento dell'Unione, concepita come un grande spazio di libera circolazione delle merci, dei capitali e dei servizi, destinato a divenire una vera potenza economica mondiale. E' quindi intervenuta con forza in favore dell'introduzione dell'Atto unico, della creazione di una moneta unica, dell'incorporazione della convenzione di Schengen nel Trattato di Amsterdam; e ha agito affinché la comunità avviasse negoziati per l'adesione di paesi candidati dell'Europa centrale e orientale, malgrado le reticenze degli agricoltori e dei lavoratori di settori minacciati da questo allargamento. Durante la preparazione della Conferenza mondiale sul clima di Kyoto, ha esercitato ogni possibile pressione perché l'Unione respingesse la proposta di una tassa sull'energia, "contraria, secondo Caroline Walcot, agli interessi del mondo degli affari".
    La Tavola rotonda non ha però sempre partita vinta. Ad esempio, nonostante le pressioni costanti che esercita da anni, e malgrado la formazione di un Centro europeo per le infrastrutture direttamente dipendente dall'Ert, in definitiva gli stati membri hanno ridotto alla sua più semplice espressione l'idea delle reti transeuropee per il trasporto di persone, merci, energia e telcomunicazioni (TENs), che pure era sostenuta a spada tratta dalla Commissione. A dire il vero, questo ripiegamento è stato determinato più da vincoli di bilancio che dalle considerazioni di carattere ecologico in nome delle quali le TENs sono state fustigate dai militanti ecologisti. Di fatto, il dibattito è tutt'altro che concluso. La Commissione, sostenuta da industriali e sindacalisti, non ha abbandonato la variante più ambiziosa delle TENs, di cui decanta il potenziale di posti di lavoro.
    "Conosciamo molto bene il presidente Jacques Santer, e cerchiamo di incontrarlo più volte l'anno. Abbiamo inoltre buoni rapporti con i commissari Martin Bangemann (industria) Leon Brittan (commercio), Edith Cresson (ricerca)... Parliamo spesso con i responsabili delle Direzioni generali della Commissione. Quando si tratta di influenzare gli stati membri, ci rivolgiamo ai ministri." Caroline Walcot è perfettamente consapevole delle implicazioni politiche ed etiche di queste attività.
    "Rispondiamo con prudenza alle insinuazioni di chi ci accusa di abusare della nostra posizione. E' vero che godiamo di uno status privilegiato per intrattenere contatti con i livelli politici decisionali; perciò le nostre iniziative devono rispondere a regole molto rigorose: nessun membro dell'Ert può utilizzare questo organismo per sostenere gli interessi della sua impresa, o servirsi del suo nome per battaglie di tipo corporativo".
    Quali motivazioni muovono organismi come l'Unice e l'Ert? Gli slogan che quest'ultima ha formulato nel settembre 1991 sono la miglior risposta a questa domanda: "Vogliamo un'Europa forte, prospera e unita, e al tempo stesso approfondita e allargata. E la vogliamo al più presto, perché il tempo non sta ad aspettare. Siamo pronti a investire in questo progetto e a sostenerlo fino in fondo". Con questo discorso, la Tavola rotonda ha giocato un ruolo di precursore, poiché è questa la visione che da allora ha ispirato in larga misura le istituzioni europee. Ma al tempo stesso, paradossalmente, l'idea europea ha perduto buona parte del suo potere d'attrazione per la popolazione dei Quindici, poiché sotto l'impulso degli imprenditori la corsa alla competitività è stata condotta con molta più energia di quella spesa per ricercare i mezzi atti a migliorare la vita quotidiana dei cittadini europei.
    L'Ert evita ogni discussione sui dati che dimostrano i limiti dell'impostazione liberale. In effetti, dal 1991 la disoccupazione è salita in media dall'8 all'11% della popolazione attiva. La chiusura di fabbriche e le massicce delocalizzazioni, simboleggiate dal caso della Renault-Vilvorde (Belgio, 1997) che ha avuto un fortissimo impatto psicologico, hanno assestato un duro colpo al discorso della multinazionali, secondo il quale basterebbe creare un clima favorevole alle imprese per rilanciare l'occupazione. Ora, dall'inizio di questo decennio la creazione delle migliori condizioni per gli imprenditori è un obiettivo prioritario degli sforzi compiuti sul piano europeo... A fronte di questi gruppi di pressione, i sindacati navigano a vista. Su scala europea, la Ces vanta il merito di aver ottenuto la firma di accordi sul congedo parentale e sul tempo parziale: accordi negoziati con l'Unice, e divenuti parte integrante delle acquisizioni comunitarie. L'organizzazione, che rappresenta 63 confederazioni sindacali nazionali e 14 federazioni professionali, rivendica inoltre di aver fatto adottare dal Consiglio dei ministri, stavolta contro la volontà dell'Unice, la direttiva europea sui Comitati aziendali multinazionali. Oggi, la Ces si batte per una legislazione che sancisca il diritto dei lavoratori a essere informati e consultati in merito a ogni cambiamento importante nella loro azienda. D'altra parte, il Trattato di Amsterdam contiene un capitolo dedicato all'occupazione, e il Vertice riunito a Lussemburgo nel novembre scorso per discutere di questo tema ha partorito un metodo di valutazione degli sforzi degli stati membri (3).
    "In campo economico e monetario evidentemente si sta facendo molto di più; ma qualche progresso, lo abbiamo registrato anche sul fronte sociale: questo, non lo si può negare; e siamo soltanto all'inizio", sostiene Wim Bergams, portavoce della confederazione. A suo parere, la Commissione europea, pur cedendo alla tendenza che porta alla deregulation e alla liberalizzazione, ha fatto passi costruttivi anche sul versante sociale della sua politica. "Dopo Renault-Vilvorde, i nostri rappresentanti sono stati inseriti nel gruppo di lavoro della Commissione sulla ristrutturazione industriale, prosegue Wim Bergams. A volte ci battono sul tempo, ma continuiamo a segnare punti." La Ces contesta soprattutto le argomentazioni propagandistiche di chi sostiene che l'Europa avrebbe "perso l'autobus" della competizione, o proclama la fatalità della globalizzazione per giustificare la corsa alla competitività. "Il 90% circa degli scambi commerciali dell'Unione si svolge tra i Quindici, sottolinea il portavoce della Ces. Dovremmo dunque preoccuparci della competitività all'interno dell'Unione, mentre si continua a insistere sul confronto con gli Stati uniti, il Giappone e il Sud-est asiatico ... che non assorbono più del 10% delle nostre esportazioni." I sindacati pongono al centro della loro attività di lobbying l'esigenza di negoziati. "Ci rendiamo conto dell'importanza della competitività per l'occupazione, ma accettiamo soltanto la competitività negoziata, che tenga conto dell'aspetto umano", afferma Bergams. Stessa risposta per quanto riguarda la flessibilità dei posti di lavoro e degli orari. Si può trovare un terreno di intesa, ma escludendo qualsiasi soluzione imposta con la forza. La Ces esige la definizione di un quadro legislativo europeo per i contratti a tempo determinato e altre forme di flessibilizzazione. "Non accetteremo l'introduzione di un sistema di posti di lavoro di seconda categoria e di qualità inferiore. Non si può lasciare che i padroni facciano il bello e il cattivo tempo." Questi discorsi, la Commissione li sta a sentire, anche se poi ciascuno dei 20 membri li interpreta alla sua maniera. "Se si confronta la situazione attuale con quella di dieci anni fa, conclude Wim Bergams, bisogna ammettere che ci hanno comunque ascoltati." Ma un conto è pesare sulla Commissione, un altro intervenire presso il Parlamento. L'11 marzo 1998, la bocciatura del progetto di accordo multilaterale sugli investimenti (Ami) da parte di quest'assemblea è suonata come un rintocco funebre per l'impunità degli ambienti affaristici. Se i deputati di varie tendenze hanno rifiutato di dare ulteriori garanzie agli investitori esteri, è perché hanno compreso che in questo modo le multinazionali sarebbero state ancora più libere di sottrarsi all'autorità degli stati e di fare il proprio comodo, tanto da potersi comportare come cow boys dovunque decidessero di investire, nei paesi dell'Ocse o altrove.
    Questo voto conferma la sensibile differenza tra il clima che regna al Parlamento e quello della Commissione. Peraltro, i rappresentanti degli industriali lo hanno compreso bene. "La Commissione la pensa come noi, mentre il Parlamento propende per i sindacati. E' troppo eterogeneo, troppo frazionato, e globalmente orientato verso il sociale." Christophe de Callatay stigmatizza questa tendenza, a suo parere poco costruttiva. "Chi parla di flessibilità del lavoro riceve gli elogi della Commissione, mentre al Parlamento gli rendono la vita difficile. Là siamo considerati ultra-liberisti: un giudizio che non meritiamo." Per i pezzi grossi dell'Ert, il Parlamento è imprevedibile.
    Meglio premere sui deputati attraverso i rispettivi paesi, perché sono più sensibili alle pressioni nazionali. "Alcuni sono molto verdi e molto estremisti. E' terribilmente difficile contattarli e lavorare con loro in maniera coerente e organizzata." Caroline Walcot apprezza alcuni dei deputati e riconosce la necessità di lavorare con le più importanti commissioni parlamentari, ma lascia intendere che in ultima istanza non vale la pena di spendere tanta energia per convincere gente... che cambia ogni quattro anni. E indubbiamente dovrà rivedere questo suo atteggiamento.
    Secondo Glyn Ford, deputato laburista da quattordici anni, il Parlamento europeo sta diventando in effetti un elemento importante nel processo decisionale. I lobbisti hanno incominciato improvvisamente a interessarsene con crescente assiduità. "Tempo fa, si facevano vedere una o due volte la settimana; ora accorrono in massa e senza interruzioni." Valuta a 3.000 il numero dei professionisti del campo prevalentemente orientati verso il Parlamento. "Quando parto per Strasburgo, aggiunge, ne metto cinque o sei in valigia". La battuta è riferita ai lobbisti che lo accompagnano. Il codice di comportamento adottato al Parlamento, sulla base di una proposta dello stesso Glyn Ford, stabilisce regole molto chiare. In linea di principio, i lobbisti devono essere repertoriati e accreditati; ove necessario, il contenuto delle loro riunioni e conversazioni deve essere reso pubblico. E ovviamente non è ammesso accettare regali: "Finché si tratta di una bottiglia di whisky, passi, spiega Glyn Ford, ma una cassetta no!". Purtroppo però avvengono cose assai più gravi, come i casi di corruzione da parte di stati esteri. Ad esempio, la Turchia e Taiwan avrebbero offerto vacanze di lusso ad alcuni parlamentari.
    Questo tipo di tangenti è più difficilmente punibile, poiché si tratta di stati sovrani. Ma secondo Glyn Ford, chi ne approfitta si squalifica da sé, e se prende posizione in favore del benefattore non sarà preso sul serio.
    E' innegabile che alcuni parlamentari siano molto legati alle industrie locali delle rispettive circoscrizioni. Ma globalmente, né a Strasburgo né a Bruxelles si sente parlare molto di casi di corruzione classica legata al lobbying. Alla Commissione, se un funzionario si facesse prendere con le mani nel sacco metterebbe a rischio un posto ben retribuito e garantito a vita. Al Parlamento, un deputato di cui sia stata dimostrata la colpevolezza vedrebbe compromessa la sua reputazione e la sua carriera politica.
    "Noi non possiamo cambiare la società né il sistema politico; non possiamo impedire che alcuni abbiano più denaro di altri. La sola cosa che possiamo fare è creare uno spazio d'azione più giusto possibile per tutti" commenta senz'ombra di amarezza Glyn Ford. A suo parere, se i più forti le multinazionali possono contare su mezzi considerevoli, i piccoli, a incominciare dai gruppi di consumatori o di ambientalisti, riescono spesso a colpire nel segno con le loro idee, e a ottenere successi notevoli con mezzi relativamente modesti. Per Glyn Ford, il Parlamento europeo, benché spesso troppo lento e a volte impotente, rappresenta un bastione essenziale contro il pericolo di uno slittamento del lobbying verso quella zona tenebrosa in cui potrebbe attirarlo la logica delle porte chiuse, incoraggiata sia dalla Commissione che dal Consiglio. "Il Parlamento sta diventando un reale ostacolo alla politica delle porte chiuse. Dunque, continuiamo così!"



    note:

    * Giornalista, Bruxelles.

    (1) Leggere Hubert Bouchet "La promessa non mantenuta di unione sociale", le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1996.
    (2) Leggere Susan George "Quinta colonna a Bruxelles" e Gérard de Sélys "La scuola, grande affare del XXI secolo" rispettivamente su le Monde diplomatique/il manifesto del dicembre 1997 e giugno 1998.

    (3) Leggere Corinne Gobin "L'Europa sociale, ingannevole apparenza" le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 1997.
    (Traduzione di P.M.)
    Ibrahim

  3. #3
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    Il suo losco presidente Isaac Singer (che ha avuto guai giudiziari per essersi appropriato di milioni di dollari della lobby
    questa è naturalmente la versione di Blondet, che come al solito è inesatta.

  4. #4
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    in che senso è inesatta? quella esatta qual'è?
    Ibrahim

  5. #5
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    inesatta nel senso che:
    un' inchiesta ha stabilito NON che lui si è appropriato di milioni ma che ha trasferito 1,2 milioni di dollari dall'America all' europa per stabilire un fondo di pensioni senza l'approvazione diretta ed ufficiale degli organi direttivi del WJC.
    Nessuno ha perso niente da questo passaggio.
    Poi c' era stata una serie di rimborsi inappropriati, non solo a Singer, che sono stati restituiti dagli interessati.
    Il risultato dell' inchiesta era che si auspicava solamente una serie di controlli e riforme/procedure per garantire piú sicurezza nell' amministrazione del WJC.

    Singer si è dimesso e ha un' altra funzione. (Insomma non tutti sono adatti ad agire in campo finanziario. )
    E sono stati fatti cambiamenti per garantire piú trasparenza.
    Tutto contenti e tutto OK.

  6. #6
    Neutrino NO-TUNNEL
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    se è vero quello che ha detto Blondet è una cosa gravissima
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  7. #7
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    Predefinito

    Nessuna novità: chi è cieco continuerà a non vedere, chi è furbo avrà buon gioco come al solito a gridare la parola magica per bypassare questi pesanti contenuti. Quanto alle ruberie di certi loschi personaggi, basterebbe aprire finkelstein per farne una lista unga come la la superficie esterna dei fiordi della scandinavia.

  8. #8
    bluedanube
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    Citazione Originariamente Scritto da Ibrahim
    La lobby s’è installata a Bruxelles, anzi due
    Maurizio Blondet
    20/03/2006
    (Fonte: L’Humanitè, 5 marzo 2004)
    [inwin=400]www.humanite.fr/journal/2004-03-05/2004-03-05-389364[/inwin]

    ... quasi una traduzione? Una traduzione!

  9. #9
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Le lobbies e la politica

    Citazione Originariamente Scritto da Ibrahim
    come i gruppi di pressione costruiscono la "loro " europa

    Bruxelles, capitale delle lobby
    [inwin=400]www.lobbyingitalia.info/eventi/2006-05-06%20Reti.htm[/inwin]
    Notare Claudio Velardi, un'intervista del 2002
    [inwin=400]www.sabellifioretti.com/interviste/archives/2002/05/claudio_velardi.html[/inwin]

 

 

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