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  1. #1
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    Thumbs up A tempo indeterminato il 93,7% degli occupati nelle grandi imprese

    A tempo indeterminato il 93,7% occupati nelle grandi imprese

    L'occupazione dipendente nelle grandi imprese risulta composta in misura preponderante da occupati a tempo indeterminato (93,7%) e per una quota molto limitata da lavoratori a tempo determinato (6,3%). E' quanto rileva l'Istat, che ha diffuso i dati di un'indagine di approfondimento sulle grandi imprese, relativa all'anno 2003. Lo studio, che ha preso come universo di riferimento le imprese appartenenti al settore privato non agricolo (ad esclusione dei servizi sociali e personali), con almeno 500 dipendenti, pari a un totale di circa 2 milioni 329 mila dipendenti. La presenza di lavoratori a tempo determinato è, in media, abbastanza simile nei servizi (6,5%) e nell'industria (5,9%). I settori che compongono i due aggregati sono, tuttavia, caratterizzati da profonde differenze. La presenza di occupati a tempo determinato è più contenuta nel settore industriale dell'energia elettrica, gas e acqua (1,2%) e, nell'ambito dei servizi, in quello dell'intermediazione monetaria e finanziaria (2,2%). Viceversa, il settore più interessato al ricorso a forme di lavoro temporaneo è il commercio, dove circa un lavoratore su sei (il 16,0%) ha un contratto a tempo determinato. L'Istat in merito ai soli occupati a tempo determinato riferisce che la tipologia contrattuale più utilizzata è quella del contratto a termine, che rappresenta circa il 45% delle posizioni lavorative attive, seguito dai contratti di formazione lavoro (35,8%). Più esigua, e concentrata solo in alcuni specifici settori di attività, risulta invece le presenza dei contratti stagionali e di apprendistato. I primi costituiscono poco più del 7% di quelli a tempo determinato, gli stagionali rappresentano circa l'11% dei lavoratori a tempo determinato, rispettivamente il 13,8% nell'industria e il 10,3% nei servizi. Quanto alla struttura dell'occupazione dipendente viene osservato che il regime orario a tempo pieno prevale nettamente (89,0%) rispetto alle posizioni in part-time, che costituiscono il restante 11,0% dell'occupazione dipendente. La differenza tra le quote di part-time dell'industria e dei servizi è molto forte; nelle imprese industriali solo il 2,5% del personale è in part-time, mentre nei servizi le posizioni a tempo parziale sono il 16,3%. All'interno del terziario il part-time è particolarmente diffuso nei settori degli alberghi e ristoranti e del commercio, con un'incidenza rispettivamente del 60,4 e del 33,4%.

    Sacconi, smentito luogo comune su precarietà

    “L’indagine Istat sulla struttura dell’occupazione nell’ambito di un importante spaccato del sistema produttivo italiano, concorre a ridimensionare in modo inequivoco la retorica che vuole una diffusa precarietà del lavoro”. Questo il commento del sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi. “In questo campione di impresa – ha aggiunto il sottosegretario - il contratto a termine rappresenta addirittura il 6,3% del totale dei contratti di lavoro e in questa categoria quasi il 50% sono contratti di qualità perché a contenuto formativo. La ricerca si riferisce al 2003 quando già era ben operante la nuova disciplina dei contratti a termine letteralmente, copiata da un avviso comune tra Cisl, Uil e Confindustria e, come al solito, contrastato dalla sola Cgil’’. Tuttavia, per Sacconi, sarebbe auspicabile una maggiore diffusione di contratti più ‘flessibili’. “È interessante notare – ha sottolineato - la resistenza di queste imprese ad orientarsi verso i contratti a tempo parziale che spesso corrispondono ad esigenze dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici. Quanto all’impiego di lavoro esterno è significativo che più del 70% fosse già nel 2003 lavoro interinale, cioè lavoro regolato e tutelato. Nel complesso, si conferma che il problema del mercato del lavoro italiano è soprattutto quello di attrarre nella dimensione regolare il molto lavoro sommerso piuttosto che irrigidire un lavoro regolato che deve crescere più dell’incremento del Pil per colmare il divario rispetto agli altri paesi industrializzati”.

    Mariangela Pani



    16/03/2006

    •   Alt 

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  2. #2
    14/05/48 Schiavi di Sion
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    Spero sia una provazione al contrario Jena.

    La generazione di padani (universitari compresi) che entra nel lavoro verra' presa per il culo dal patronato e dal piccolo patronato pado-italico-italiota.

    Meglio i casseur francesi dei ciellini succubi di Compagnia delle Opere...

    La legge Biagi non e' buona per i padani.
    La gente lo sa e la Lega non prende voti dai lavoratori che la sostenevano a Brescia e Treviso.

    Sveglia!

  3. #3
    14/05/48 Schiavi di Sion
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    Predefinito

    La scelta di campo l'hanno fatto gli artigiani.

    Hanno scelto la CdO ed il Silvio tradendo la trasversalita' della LEGA.

    Della generazione di nuovi lavoratori non frega piu' un cazzo ai pado-italioti.
    Hanno svenduto per resistere qualche anno ancora ai cinesi meta' dei padani...

    Bella roba...

    Siamo di fronte alla guerra dei poveri...

    Ed i padani non sono rimasti compatti.

    Vicenza dovrebbe far pena a tutta l'ala dura ed identitarista della LEGA!

    Siamo sulle orme di Arroganza Nazionale...

 

 

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