Parigi e Roma
GABRIELE POLO
E'in corso una gran contesa per conquistare la rappresentanza politica dei supremi soggetti di quest'epoca, il mercato e l'impresa: Prodi - da vincente - con toni pacati e Berlusconi - da perdente - con accenti isterici si contendono l'investitura dei poteri industriali e finanziari. L'esito, più che annunciato, è scontato: al primo l'appoggio dei «grandi» (che, cinicamente ingrati - si pensi alla legge 30 -, scaricano il centrodestra e condizionano il futuro del centrosinistra), al secondo l'avallo del pericoloso rancore dei «piccoli» (in sofferenza economica e da sempre in guerra con l'asse lombardo-piemontese e suoi derivati). La competizione per il campionato del libero mercato rimarrà aspra fino alla fine, inquietante quanto comica nel dipingere Montezemolo o Della Valle come novelli Lenin. Uno scontro che, invece, nessuno si sogna di fare sul lavoro, inteso non come cifre d'occupati o pil prodotto, quanto come soggetto conflittuale in cerca di rappresentanza. Ma, forse, il lavoro subordinato - il suo essere intimamente non riducibile al capitale - non è più rappresentabile. Almeno non da una politica piegata al mercato. Sarà per questo che in Francia i giovani, alle prese con una legge che estende e istituzionalizza il precariato, hanno pensato di fare da soli. In questi giorni hanno messo in piazza un atto di disobbedienza collettiva alla deregulation sociale. Non chiedono un reddito garantito, vogliono un lavoro sicuro; non temono il confronto con le imprese, rifiutano che tutta la loro vita sia scandita dai bisogni dell'industria e della finanza; non sanno che farsene di un'occupazione saltuaria, pretendono di essere loro a deciderne tempi e modi. E affermano - poco ascoltati - che la precarietà del lavoro è il problema centrale del nostro tempo. Assecondarli comporterebbe smentire tutto ciò che il luogo comune del pensiero unico ha detto in questi anni di liberismo, significherebbe scontrarsi frontalmente con imprese e mercato. Per questo «nessuno» li vuole rappresentare davvero (se non per una finzione elettorale). Trarre, qui da noi, una lezione dai fatti francesi provocherebbe uno sconvolgimento politico che il centrosinistra non è in grado di affrontare. Meglio - si fa per dire - accomodarsi su Montezemolo e Della Valle.
Ma in Italia c'è persino di peggio sul terreno della crisi della rappresentanza politica. Al punto che si aggroviglia anche un nodo così semplice da sciogliere come l'opzione pacifista. Sabato scorso le più grandi organizzazioni del centrosinistra - politiche e sindacali - hanno disertato la manifestazione contro la guerra di Roma: paura di incidenti e «ambiguità» della piattaforma, queste le motivazioni che hanno fatto rimanere a casa Ds e Cgil. Giustificazioni risibili - come si è visto e come era chiaro da subito - che hanno avuto «solo» la conseguenza di abbandonare il pacifismo e i pacifisti, di sminuire ai loro occhi la credibilità di queste due grandi organizzazioni. Che siamo in campagna elettorale lo abbiamo capito tutti, ma è un segnale di debolezza politica subordinare persino un grande tema come la pace alle esigenze degli equilibri di bottega o farsi condizionare da una destra che poi porta in piazza - e sulle schede - i saluti romani. A meno che anche chi si batte contro la guerra non sia più politicamente rappresentabile o sia considerato troppo radicale per chiunque voglia governare. Ma se è così ci facciano il favore di dircelo prima del 9 aprile. Se non altro per sapere che cosa ci attende dopo.
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