In un interessante libro di Moses I. Finley ("La democrazia degli antichi e quella dei moderni") si analizza la democrazia diretta degli antichi ateniesi paragonandola con la democrazia rappresentativa di cui "godiamo" noi moderni e il paragone risulta sorprendentemente svantaggioso per la democrazia dei moderni.Ad Atene il governo era "del popolo" nel senso piu' letterale del termine e infatti l'"Assemblea" che aveva la parola definitiva sulla guerra e sulla pace, sulla finanza e sui trattati, sulla legislazione e sulle opere pubbliche era una riunione all'aperto di tutti i cittadini maschi di età superiore a 18 anni che in un certo giorno volevano parteciparvi. L’Assemblea si riuniva frequentemente nel corso dell’anno, almeno quaranta volte, e di norma raggiungeva la decisione con un dibattito di un solo giorno al quale ciascuno dei presenti aveva il diritto di partecipare salendo in tribuna. La parte amministrativa dell’attività di governo era distribuita tra un gran numero di cariche annuali ed un Consiglio di 500 membri, tutti scelti mediante sorteggio.perciò una notevole percentuale dei cittadini aveva una certa esperienza diretta del governo.Era letteralmente vero che sin dalla nascita ogni ragazzo ateniese aveva qualcosa di piu’ della possibilità puramente ipotetica di diventare presidente dell’Assemblea, commissario del mercato,membro del Consiglio, sedere ripetutamente in una giuria e partecipare all’Assemblea tutte le volte che desiderava. Agli antichi ateniesi non sarebbe stato facile tracciare quella linea netta tra il “noi”, la gente comune, e il “loro” i politici al governo come invece avviene in tutte le democrazie rappresentative contemporanee. Mentre Pericle, dando voce ad un comune sentire, sosteneva che “consideriamo chiunque non partecipi alla vita pubblica del cittadino non come uno che bada ai propri affari ma come un individuo inutile”“nelle nostre democrazie l’apatia politica di una ampia fetta dei cittadini è ormai abituale (l’esempio piu’ illustre sono gli Stati uniti d’America dove si reca a votare neanche la metà degli aventi diritto). Anzi nella nostra epoca ci sono politologi come Morris Jones che esaltano l’apatia politica “perché fa da contrappeso a quei fanatici che costituiscono il reale pericolo della democrazia liberale”e “molte delle idee sul dovere del voto appartengono al campo totalitario e sono fuori luogo in una democrazia liberale”.




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