INTERVISTA CON HAJ ALI SULLE ACCUSE DI IMPOSTURA LANCIATE DAL PENTAGONO
Premessa
Nei giorni scorsi il Pentagono ha lanciato una campagna mediatica contro Haj Ali, l'uomo simbolo dei torturati di Abu Ghraib.
Obiettivo di questa azione lo screditamento dell'uomo e della causa che rappresenta.
Le denunce di Haj Ali sulle torture nelle carceri a stelle e strisce in Iraq hanno fatto evidentemente male agli americani che hanno così pensato di accusarlo di millanteria.
Del resto, non dimentichiamoci cosa è successo nell'autunno scorso, quando Iraq Libero lo ha invitato a Roma: visto negato dal governo. E la stessa cosa è avvenuta un mese dopo in Austria.
La campagna del Pentagono è stata ripresa in Italia da alcuni organi di informazione (in prima fila La Stampa e Il Foglio), subito smentiti in maniera netta da Rai News 24.
La cosa grave è che, pur di attaccare i Comitati Iraq Libero, anche qualcuno che a parole si dice amico della resistenza irachena aveva già iniziato a riprendere le infamie della disinformazione imperiale contro Haj Ali.
Una significativa convergenza con chi a Washington lavora per confondere le acque.
INTERVISTA CON HAJ ALI SULLE ACCUSE DI IMPOSTURA LANCIATE DAL PENTAGONO
Come reagisci alle accuse apparse su diversi quotidiani, basate su fonti militari USA, secondo cui tu non saresti l'uomo nelle foto che è diventato il simbolo degli abusi e delle torture ad Abu Ghraib?
Haj Ali: La verità è che io non sono stato l'unico a venire torturato in questa maniera barbara. Quasi tutti i prigionieri nella parte del carcere che io conosco sono stati torturati in questo modo. Ciò non cambia il fatto che io sia uno di quelli che sono stati costretti a stare in piedi su quella scatola di cartone, con un cappuccio nero in testa e gli elettrodi attaccati alle mani. Come iracheno che ha subito Abu Ghraib, io rappresento tutte quelle persone torturate.
Qual è il motivo di questa campagna per screditarti?
Haj Ali: Prima, hanno negato di aver mai torturato qualcuno in questo modo. Poi hanno detto che si trattava solo di casi isolati. Adesso ammettono di aver torturato moltissima gente in questo modo. Lo fanno per screditarci, ma dall'altra parte, significa anche che questo tipo di tortura non era affatto un caso isolato, e questo è diventato di dominio pubblico. E' il risultato del lavoro della nostra campagna.
Da quando sono stato rilasciato, e da quando è stata fondata la nostra Associazione delle Vittime delle Carceri dell'Occupazione Americana, abbiamo organizzato 1300 attività di protesta contro l'occupazione, particolarmente contro le aziende private di torturatori i cui servizi vengono adoperati dall'esercito statunitense.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che la nostra piccola associazione sarebbe stata in grado di fare tanto, senza alcuna assistenza economica ufficiale. Semplicemente grazie alla nostra determinazione, ai donativi e all'aiuto fornitoci dagli amici e da alcuni media, abbiamo realizzato qualcosa, persino negli Stati Uniti. Abbiamo alzato le nostre voci, e il Pentagono non lo gradisce.
Il New York Times sostiene che l'uomo nella foto è in realtà Abdou Hussain Saad Faleh.
Haj Ali: Conosco quel signore. Ci sono anche foto di Said Saleh Shain da Mosul. Lo hanno soprannominato "Joker", ed è stato torturato alla stessa maniera. C'era anche un tale di nome Saddam Rawi. Gli hanno messo gli elettrodi alle orecchie. Ancora oggi ha problemi neurologici, e ha portato il proprio caso davanti alle Nazioni Unite.
Avete anche promosso cause legali?
Haj Ali: La causa che abbiamo presentato è certamente uno dei motivi dell'attuale campagna di diffamazione. La nostra è un'ONG indipendente. Hanno cercato invano di comprarci. La causa è stata presentata un anno e mezzo fa negli Stati Uniti. 200 casi sono stati presentati in un'azione collettiva (class-action lawsuit). Adesso abbiamo portato altri cinquanta ex-prigionieri, tra cui diverse donne, dall'Iraq in Giordania. E abbiamo pubblicato un'ampia documentazione sui rapiti e sui torturati, le vittime della politica americana.
Avete fatto causa anche ai contractor della tortura?
Haj Ali: La nostra campagna è diretta soprattutto contro il Titan Group [di San Diego]. Si tratta di un'azienda privata che conduce interrogatori nelle carceri. Assumono delinquenti che estorcono informazioni dai prigionieri adoperando i metodi più brutali.
Siamo ben coscienti che gli Stati Uniti sono governati con la mentalità di una corporation. Tra i principali motivi della guerra contro l'Iraq c'erano gli interessi di quelle corporation: innanzitutto la Halliburton, di proprietà di Dick Cheney, e tutte le aziende associate alla famiglia Bush. Gli Stati Uniti non possono permettere che si prendano di mira le sue aziende. Si tratta di un regime capitalista che si regge sui profitti delle aziende, e sul disprezzo totale per le esigenze degli esseri umani.
Cosa è successo alla vostra organizzazione?
Haj Ali: I nostri uffici a Baghdad sono stati attaccati e presi d'assalto sei volte dalle forze di sicurezza. Ogni volta, hanno devastato gli uffici, e ogni volta hanno preso in custodia diversi dei nostri membri più attivi. Eppure siamo riusciti ad andare avanti.
Concretamente, di cosa vi accusano?
Haj Ali: E' sufficiente dire di essere membri della nostra associazione. Hanno chiesto che cambiassimo il nome da "occupazione" a "coalizione". Non possono nemmeno accettare la parola "occupazione".
Amman, Giordania; 21 marzo, 2006
intervista condotta da Doris Höflmayer e Mohamed Aburous e pubblicata in inglese e tedesco sul sito del Campo Antimperialista.
Tradotto dall'inglese e dal tedesco, in italiano da Miguel Martinez, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (http://www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.




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