http://www.laliberacompagnia.org/pub...qp_22_23_b.pdf

Anno V, N. 22/23 - Marzo-Giugno 1999 Quaderni Padani - 83
Torme di incursori provenienti dall’Africa
avevano flagellato le coste d’Italia in varie
ondate dall’ottavo al diciottesimo secolo,
procurando alle genti della penisola un meticciato
di cui oggi sarebbe arduo calcolare le proporzioni
numeriche. Ma il primo meticcio ad
apparire clamorosamente sulla scena italiana ed
europea fu un bastardo dei Medici, quel casato
di banchieri, cardinali e papi affaristi che ha
bensì propiziato gli
splendori rinascimentali
di Michelangelo,
Bramante e
Raffaello, ma ha pure
cagionato all’Italia
alcune delle più
mostruose sventure
quali il sacco di Roma
nel 1527, dovuto
alla corruzione, all’intrigo
e alla spaventosa
leggerezza
di papa Clemente
VII.
Dopo il sacco, Papa
Medici non si peritò
di chiedere aiuto
militare all’imperatore
Carlo V, i cui
soldati (lanzi tedeschi
e spagnoli) avevano
per un mese
trasformato Roma in
un’immensa camera
di tortura. Occorreva
infatti al Papa
aiuto militare per
investire suo nipote
Alessandro (alcuni
storici dicono suo figlio)
del titolo di primo Duca di Firenze. Crudele
tiranno, Alessandro de’ Medici era nato dal
grembo di una serva negra.
Sangue africano ebbero altri personaggi come
gli scrittori Puskin e Dumas, ma, per giungere
a un ruolo consistente non di individui, bensì di
masse africane nelle vicende dell’Europa, bisogna
rifarsi alla seconda metà dell’Ottocento,
quando, per supplire al calo demografico, la
Francia introdusse
nel suo esercito interi
reggimenti di
mercenari algerini.
Era l’epoca dei cosiddetti
“zuavi”, seguiti
via via da marocchini,
senegalesi
e altri difensori della
nazione più civile
del mondo.
La Francia è stata,
come vedremo, il
principale veicolo
dell’invasione che,
dapprima lenta e
controllata, ha portato
all’attuale flusso
selvaggio e senza
freni, salvo quelli
teorici sbandierati
dai media.
Chi frequenta a Milano,
il Parco Sempione,
trova nell’elenco
dei caduti
francesi nelle battaglie
di Magenta e
Solferino (1859), incisi
sul basamento
della statua eque-
Schizzi alla brava sull’invasione
del nostro continente
da parte dei popoli extraeuropei
di Mario Costa Cardol
L’Africa sta per spezzare le proprie catene. In questa
vignetta apparsa sul Punch si delineano i prodromi
di quanto sta ora accadendo: l’invasione dell’Europa
da parte del Terzo mondo
84 - Quaderni Padani Anno V, N. 22/23 - Marzo-Giugno 1999
stre di Napoleone III, nomi come Ahmed-Ben-
Youssouf e Mohamed Djelloud, che costituiscono
un buon ventesimo del totale. Fra questi c’è
forse un antenato di quel Zidane che nel 1998,
nel gioco del pallone, ha assicurato alla Francia
un’altra gloria imperitura.
Il conflitto del 1870-71 contro i Prussiani,
provocato dalla Francia che vorrebbe disfare
l’unità germanica costituitasi (in forma federativa)
nel 1866, registra un impiego ancor più
massiccio di truppe nordafricane. Tuttavia, la
“globalizzazione” non essendo ancora né d’obbligo
né di moda, i mercenari dell’Africa vengono
raggruppati in unità a parte. Le comandano
esclusivamente ufficiali bianchi francesi.
Contando all’incirca lo stesso numero di abitanti
della Germania (38 milioni) la Francia ha
creduto di rafforzare il suo esercito con schiere
di nordafricani che, sotto il nome di Turcos o di
Gums, destano raccapriccio in un’Europa e soprattutto
in una Germania non ancora abituate
a quello che oggi si chiama il “pluralismo delle
etnie”.» È interessante al riguardo il commento
del più autorevole storico militare dell’epoca,
Wilhelm Rüstow. Due parole intanto per ricordare
chi era Rüstow. Ex ufficiale prussiano imprigionato
e poi espulso dalla Prussia perché
comunista, Rüstow si era entusiasmato per Garibaldi
e si era aggregato alla spedizione dei
Mille: alla battaglia decisiva del Volturno (ottobre
1860), Rüstow fungeva da luogotenente dell’Eroe
dei due Mondi. Si era quindi stabilito in
Svizzera e i suoi libri andavano a ruba in tutta
Europa.
Gli storici, sia di destra che di sinistra, lo
hanno poi volutamente dimenticato perché scomodo,
cioè imparziale. E Rüstow scriveva nel
1871 circa gli ausiliari africani della Grandeur:
«Nell’interesse della civiltà europea, i francesi
potevano risparmiarci queste prove».
Dopo il 1871, l’Europa conobbe un buon quarantennio
di pace. Gli ardori bellicosi si sfogarono
nella conquista di nuove colonie; Inghilterra
e Francia fecero la parte del leone. Non
mancarono ingiustizie e soprusi da parte dei
bianchi, ma, almeno, i dominatori impedirono
ai dominati di scannarsi a vicenda, come avevano
fatto prima della colonizzazione e come ripresero
a fare dopo la decolonizzazione, ossia
dal 1960 fino a oggi.
Poche settimane dopo lo scoppio della guerra
1914-18, i franco-inglesi si trovarono a mal partito,
con gli ulani e i fanti germanici a pochi
chilometri dalla Ville Lumière. Molto eroicamente
i poilus (fanti francesi) si difendevano
sul fiume Marna, ma senza l’immediato rincalzo
di truppe fresche, Parigi e la Francia erano
spacciate. Si attendevano col batticuore i
rinforzi algerini e marocchini, i quali si stavano
imbarcando nei porti nel Nordafrica. Due incrociatori
tedeschi, il Goeben e il Beslau, tentarono
invano di intercettare e distruggere i bastimenti
salpati da Bona e Philippeville.
La Francia era salva. Quattro anni dopo, nel
giugno 1918, i boriosi comandi francesi vissero
altre giornate d’angoscia, quando l’esercito tedesco,
pur stremato dalla fame per il blocco navale
inglese, stava vibrando l’ultimo colpo di coda.
Ma il 10 giugno, l’avanzata era stroncata da
un contrattacco sferrato dalle truppe francesi di
colore agli ordini del generale Mangin.
Anche gli inglesi avevano fatto largo ricorso a
truppe di colore, indiane soprattutto. Nell’euforia
della vittoria, i governi di Londra e di Parigi
non pensarono minimamente alla gravità del
Manifesto propagandistico francese che celebra
la cosiddetta “intesa cordiale” tra Francia
e Inghilterra contro la Germania. 1904
Anno V, N. 22/23 - Marzo-Giugno 1999 Quaderni Padani - 85
fatto di aver inoculato in Europa un corpo
estraneo. Nell’atmosfera caotica di quel primo
dopoguerra, si pensava che il miscuglio delle
genti si sarebbe limitato alle follie esotico-musicali
delle jazz-band di Londra e del famoso
Bal Nègre di Parigi, importati peraltro dai quartieri
negri degli Stati Uniti piuttosto che dai tuguri
dell’Africa.
Poiché la società rifuggiva dall’equiparazione
delle razze, era stata una mossa da irresponsabili
quella di ricorrere al sangue africano per
schiacciare Germania e Austria. Le quali, già
nel 1916, erano disposte a negoziare una pace
senza vincitori né vinti. Inghilterra e Francia
volevano invece distruggere l’unità e l’economia
della Germania. Delle terribili effusioni di
sangue dei soldati le classi dirigenti non si curavano,
o se ne curavano a parole. Il testardo
obiettivo di una vittoria assoluta e dell’umiliazione
della Germania - causa non ultima del
conseguente nazismo - rendeva indispensabile
il ricorso ai mercenari extraeuropei. Una cambiale
psicologica che l’Europa intera è obbligata
adesso a pagare.
Ma negli anni venti e trenta, Francia e Inghilterra
serbavano una mentalità rigidamente
colonialista. Per esempio un vietnamita, laureato
al Politecnico di Parigi, quando rientrava
nella sua terra d’origine, doveva accontentasi di
un posto subalterno agli ordini di un qualsiasi
francese bianco, magari idiota e incompetente.
Da un eccesso all’altro: oggi la discriminazione
tende a farsi all’inverso.
Grazie alle clausole giugulatorie e volutamente
confuse del trattato di Versailles, la Francia
nel 1920 mirava ad annettersi, o comunque
a staccare dalla Germania, tutto il territorio alla
sinistra del Reno. Queste mire comportavano
atti di violenza, intimidazioni e anche omicidi.
La Francia occupò il territorio sino al 1930.
A quali unità dell’esercito venivano affidate di
preferenza le azioni delittuose? Alle unità formate
da truppe di colore. «L’impiego di truppe
di colore di bassissima cultura - proclamava il
socialista Ebert, presidente della repubblica tedesca
- è un’offesa delle leggi della civiltà europea
». Ma lo statista francese Clèmenceau, detto
“il Tigre”, ridacchiava in pubblico: «Trovo più
bellezza nel corpo di un senegalese che nel cervello
di tutti i professori di Colonia e di Berlino
».
È un peccato che gli storici omettano di citare
tali provocazioni tra le cause dell’ascesa di
Hitler. Ed è strano che in Francia, dove l’umorismo
abbonda, nessuno abbia pensato di ribattezzare
Asino il Tigre.
Nel 1947 l’Inghilterra lasciò l’India, che ormai
le costava più di quanto le rendesse. In un
decennio, l’orgogliosa Gran Bretagna, signora
del più vasto impero coloniale della storia, smobilitò
quasi tutti i suoi possedimenti. Era in
bolletta, si era indebitata per vincere la seconda
Guerra Mondiale a fianco degli Stati Uniti e dell’Unione
Sovietica, e le spese causate da guerre
e guerricciole per tenere soggetti i popoli colonizzati
l’avrebbero ridotta in mutande.
In Europa, l’idea base dei progressisti era
sempre stata che l’auspicata indipendenza delle
colonie avrebbe dovuto giovarsi in loco delle
minoranze colte di studenti - in genere figli di
reucci o capi tribù - formatisi nelle università di
Londra, Parigi o Ginevra.
Furoreggiava negli anni Trenta il libro di
Louis Bromfield intitolato La Grande Pioggia.
Il protagonista, un giovane medico indiano,
usava toni lirici per esprimere la fierezza e la
fortuna di aver studiato in Europa per essere
utile al suo popolo. L’intreccio narrativo era
emblematico, ma negli anni Sessanta era già
emblematico alla rovescia. Invece di tornare in
India per curare ed educare i loro fratelli, la
stragrande maggioranza dei medici laureatisi in
Inghilterra aveva preferito impiegarsi negli
ospedali di Londra, Liverpool, Birmingham.
Passando dalle minoranze colte alla turbe dei
La Germania affronta come una condanna a
morte le condizioni di pace imposte dal Trattato
di Versailles del 1919
86 - Quaderni Padani Anno V, N. 22/23 - Marzo-Giugno 1999
semianalfabeti, risulta che del proprio popolo,
della propria terra, a ciascun extraeuropeo non
importa un fico secco.
Mosca aveva dedicato a Patrice Lumumba la
sua università per stranieri. L’ateneo era così
chiamato dal nome del primo presidente del
Consiglio del Congo dopo la conquista dell’indipendenza
(1960); Lumumba veniva ucciso l’anno
seguente in circostanze oscure. Un amico
sovietico, prendendomi bonariamente sotto il
braccio, mi diceva negli anni Ottanta: «In confidenza,
voi europei siete dei coglioni. Vi lasciate
impressionare dalla nostra propaganda che tuona
contro le vostre discriminazione razziali. Ma
a Mosca e all’Università Lumumba, le cose non
vanno come voi immaginate. Da noi, un medico
o un ingegnere, appena laureato, prende l’aereo
e se ne torna al suo Paese. Là, sarà un nostro
buon amico politico e formerà una classe dirigente
schierata con l’Urss alle Nazioni Unite, all’Unesco,
eccetera. Ma se uno studente africano,
durante gli anni di studi a Mosca si prende la libertà
di entrare in un ristorante o un bar con
una ragazza russa, gli si avvicinano subito due
tipi vestiti in maniera comune che gli mostrano
un tesserino. I nostri sbirri non sono bardati
come i vostri carabinieri con giberne e cimiero.
Lo studente negro, lo fanno uscire senza tante
spiegazioni, e alla ragazza sussurrano: “Se non
ti garba un viaggetto al di là degli Urali, fa la
brava”».
In Italia, Maurizio Costanzo esortava le pulzelle
ad accoppiarsi con un negro. E alla “scuola
di partito”, frequentata dal giovane D’Alema e
da altri innocentini che allora si chiamavano
comunisti, le regole dell’Università Lumumba
non venivano insegnate.
La Francia, insieme all’Inghilterra, è il Paese
europeo che conta il maggior numero di islamici
e di extracomunitari, anche proporzionalmente
al numero degli aborigeni bianchi e cristiani.
Alla Francia, nel 1955, era andata perduta
soltanto l’Indocina, dopo un conflitto cruento
contro l’armata comunista di Ho Chi Minh e
terminato con la sconfitta di Dien Bien Phu
(1954), in un pianoro chiuso fra alte montagne
dove truppe coloniali, ufficiali francesi e Legione
Straniera si erano fatti intrappolare.
Credendosi più furbi degli inglesi, i governi di
Parigi decretarono che della “repubblica indivisibile,
laica, democratica e sociale” erano parte
integrante tutte le colonie, dall’Algeria al Madagascar,
dal Togo al Camerun. Chi ne predicava
l’indipendenza poteva, in teoria, finir fucilato
come traditore, al pari della spia Mata Hari nel
1917.
L’Algeria contava 8 milioni di musulmani
contro un milione scarso di coloni francesi
bianchi: nel 1830-40, al momento della conquista
francese, i musulmani non arrivavano a due
milioni. Numericamente, adesso, la lotta era
impari.
La nazionalità francese non ci protegge, dicevano
gli Algerini, dagli abusi e dallo strapotere
dei coloni bianchi. E poi, occorreva uno Stato
islamico, con leggi e statuti adatti al costume
islamico. I Francesi avevano violato la loro personalità
morale. Dovevano sloggiare.
Islamismo e Cristianesimo, fedeltà al Corano
e stile di vita occidentale, non potevano convivere.
Con circa 60.000 guerriglieri intrepidi e
spalleggiati dall’intera popolazione musulmana,
l’Algeria impegnò la lotta dal 1955 al 1962 e obbligò
la Francia a mandarle contro tutti i
400.000 soldati del suo esercito di leva. La
Quarta Repubblica “indivisibile” dall’Atlantico
all’Oceano Indiano si sfasciò nel 1958; ne approfittò
De Gaulle, cambiando la costituzione
francese (Quinta Repubblica) e cercando sulle
prime d’intensificare lo sforzo bellico. Nel 1962,
si arrese all’evidenza e accordò agli algerini tutto
quanto chiedevano. Capo della ribellione era
stato un certo Ben Bella, ex sottoufficiale dell’esercito
francese che, nel vecchio assetto coloniale,
non sarebbe potuto avanzare nemmeno al
grado di tenente.
Ai coloni francesi bianchi fu proposta una
graziosa alternativa condensata nel motto: «O
la valigia, o la bara». Scelsero la valigia.
Ma a questo punto viene il bello. Se ai francesi
in Algeria non è più concesso neppure di gestire
una merceria, perché in Francia spuntano
subito tanti e tanti negozi di frutta e verdura,
spacci alimentari, locali e ritrovi gestiti da nordafricani?
Come si permette quel tipaccio che
sino a poco fa sbraitava «Fuori da casa mia!»,
d’installarsi adesso in Francia con armi, bagagli
e tutta la smalah (famiglia in arabo)? I media
non se lo chiedono. I Francesi neppure.
Ma c’è il boom dell’auto, e la Francia dev’essere
concorrenziale di fronte alla Germania, che
ha chiamato i Turchi nelle sue officine. Le fabbriche
Renault, Peugeot e Citroën si riempiono
di Algerini, Marocchini e via dicendo: la legge
del mercato. Ma c’è da domandarsi come siano
riusciti i Giapponesi a dominare il mercato
mondiale dell’automobile senza sottoporsi ad
alluvioni di non giapponesi.
Anno V, N. 22/23 - Marzo-Giugno 1999 Quaderni Padani - 87
Per ripopolare la Francia in calo demografico,
De Gaulle e il suo primo Ministro Debré vararono,
tra il 1960 e il 1964, una serie di leggi accordanti,
alle famiglie numerose, sussidi e assegni
familiari che ancor oggi figurano tra i più
generosi non d’Europa, ma del mondo. I Francesi
della madrepatria accolsero queste provvidenza
con un fervore - diciamo - moderato.
Ma tra gli arabi, si scatenarono allegrezza e
fecondità. Algerini, Marocchini, Tunisini, Senegalesi
e altri residenti dell’impero coloniale si
precipitarono sulla terra di Voltaire e Montesquieu,
dove la prodigalità valeva anche per le
famiglie straniere. Verso il 1980, a un’ora mattutina,
mi trovano in un bar del ventesimo arrondissement
(distretto cittadino) di Parigi, ormai
arabo per tre quarti, e nella scherzosa atmosfera
del locale un Marocchino sui quarant’anni
celiava rivolto a quelli che si affrettavano
al lavoro: «Sì, sì, vai a sgobbare, che ti fa
bene...». Lui, placido, riposava tutto il giorno.
Riscuoteva il sussidio di disoccupato e aveva nove
figli.
Sino al 1980, nella mia beata innocenza, non
mi sembrava che la Padania stesse per venir
colpita dall’onda extracomunitaria. Quanto ho
raccontato precedentemente mi pareva logico
rimanesse circoscritto alle due potenze, Inghilterra
e Francia, che, nel 1914, possedevano circa
la metà del pianeta e che avevano affrontato
la prima guerra mondiale scagliando tuoni e
fulmini contro il “germanesimo imperialista”
formato da una Germania
che in fatto
di colonie possedeva
solo qualche rimasuglio
dell’abbuffata
anglo-francese (Togo,
Camerun, Tanganika)
e da un’Austria-
Ungheria che
possedeva saggiamente
zero colonie,
ma che aveva il torto
di non tollerare
l’espansionismo dei
Serbi nei Balcani.
Per vincere in nome
della libertà dei
popoli, le succitate
potenze si erano
servite di due grosse
pedine. Una pedina
era l’Impero russo
degli Zar, che in tema di libertà dei popoli vantava
il regime più reazionario e oppressivo del
mondo. L’altra pedina, come abbiamo visto, era
costituita dalle truppe coloniali.
Se li son voluti, adesso se li godano, dicevo
tra me ogniqualvolta, a Parigi e a Londra, vedevo
frotte di negri e di indiani sdraiati sulle panchine
dei parchi. E sogghignai quando, in Hyde
Park, un ex sottufficiale della marina britannica
mi raccontò la sua disavventura. Si era licenziato
dalla marina dopo quindici anni di servizio
volontario: volontario perché il governo di Londra,
poco dopo la fine della seconda guerra
mondiale, aveva soppresso la ferma obbligatoria.
Con i soldi della liquidazione, e col peculio
di una divorziata che lui aveva sposato appena
finito di navigare, aveva comprato una graziosa
villetta nell’estrema periferia, ai margini dei boschi.
Lavorava come capo reparto nei grandi
magazzini Macy’s. Era felice.
«In pochi anni, la zona si è trasformata in un
accampamento indù. D’estate, gli indiani cenano
all’aperto fino all’una di notte. L’aria dei boschi
è impregnata di curry e di altre spezie. Il
baccano è infernale. Finirò col vendere, ma le
quotazioni immobiliari della zona sono crollate
dopo gli insediamenti dall’India». «Ma gli indiani
sono indipendenti, hanno persino la bomba
atomica. Perché si riversano tutti qua?» interloquì
mia moglie con ingenuità simulata. «Francamente
non capisco. Dovrebbero esserci delle
quote di immigrazione, ma tutto è poco chia-
Musulmani in preghiera: un’immagine di quello che potrebbe accadere di
qui a poco in tutte le nostre città
88 - Quaderni Padani Anno V, N. 22/23 - Marzo-Giugno 1999
ro...» mormorò desolato l’ex nocchiero della
Royal Navy. Nella marina britannica si cantava
“Britannia rule the wave”, la Gran Bretagna domina
i mari, ma adesso gli Inglesi non sembravano
più padroni nemmeno della terraferma.
«We left the colonies, but the colonies followed
us...». «Abbiam lasciato le colonie, ma le colonie
ci son venute dietro», fu la rassegnata chiusa
del discorso. Si era nel 1976.
Tornato in Padania, mi rallegrai pensando che
amarezze simili a quella dell’ex nocchiero inglese
non erano ipotizzabili. Pochi anni dopo,
notai però sulle spiagge liguri degli inconsueti
assembramenti di gruppi neri di venditori di
cianfrusaglie. Sui giornali si leggeva occasionalmente
di “extracomunitari”, termine che filologicamente
poteva attribuirsi agli Svizzeri o agli
Austriaci, non ancora facenti parte della Comunità
Europea. Dovetti presto rendermi conto
che l’extracomunitario non veniva dal Nord, e
che la parola era un subdolo inganno linguistico,
quasi che la Comunità Europea fosse stata
creata apposta per fornire, grazie al prefisso
“extra”, un comodo eufemismo atto a designare
gli appartenenti a clan e tribù africane. D’altronde,
quando mi occorse di esaminare un documento
delle autorità di polizia parigine, mi
avvidi che già da un ventennio la burocrazia
francese adoperava stampati con la richiesta a
ogni straniero, marocchino o svedese, algerino
o austriaco, senegalese o italiano, di specificare
la “tribù di appartenenza”.
Intanto anche i Tedeschi venivano assaporando
le delizie della società multirazziale. Oggi,
con tre milioni di Turchi fra il Reno e l’Oder, le
mamme tedesche non possono più mandare i
loro bimbi all’asilo. La risposta è ovunque la
medesima: «In questo istituto i posti sono già
riservati. L’asilo è per i piccoli turchi. I vostri figli
hanno invece la possibilità di imparare il tedesco
dai genitori».
Quale fatalità, quale “destino imprescindibile”
della storia ha portato l’Europa a rinnegare persin
la logica e il diritto naturale? Sentite quest’ultima.
A Parigi, nel giugno 1990, su Figaro, leggevo
ogni mattina, in prima pagina ma senza gran risalto,
i resoconti del processo a monsignor Léfebvre,
quel prelato tradizionalista che voleva
conservare la messa in latino. Ma non si trattava
né di messa né di latino. Il procedimento penale
si riferiva a un’allocuzione del prelato circa
bande di marocchini che sequestravano giovani
donne francesi destinate ai bordelli di Rabat e di
Casablanca. Il sultano del Marocco, sapendo che
era vero, non si prese la briga di protestare. Ma
il prelato non aveva fatto i conti con la magistratura
francese. Questa si mosse da sola, fremente
di sdegno. Si stava dunque processando
monsignor Léfebvre per “incitamento al razzismo”.
Premesso che in Francia si applica la
condizionale anche fino ai cinque anni, la condanna
fu severa: cinque anni di carcere con la
condizionale.
Sui giornali, eccettuato il Figaro, neanche
una riga. Il prestigioso Le Monde, additato dagli
intellettualoidi italioti come massimo esempio
di libertà e completezza d’informazione, non
trovò nessun cronista giudiziario da mandare in
tribunale.
Quanto ai Marocchini, è ovvio che non tutti si
dedicano al lenocinio. Pare che nel Meridione
molte aziende agricole non potrebbero sopravvivere
senza il lavoro nero degli immigrati.
Però certi agricoltori del Piemonte hanno fatto
esperienze sconcertanti. Un anno che mancava
la manodopera per la raccolta delle pesche, si
rivolsero a gruppi di marocchini che tutti i
giorni passeggiavano riposati e pasciuti grazie
alle sollecitudini del nostro clero. «Gli alberi
stracarichi rischiano di subire danni irreparabili
», implorarono. La replica dei fedeli di Allah fu
sprezzante: «Gli alberi li avete piantati voi. Non
è affar nostro».
Sette anni fa andai a visitare miei parenti in
Belgio e trovai la Grande Place di Bruxelles irriconoscibile.
Lungo il perimetro delle facciate
dei palazzi, gioielli dell’architettura fiamminga,
stavano accosciati l’uno accanto all’altro un
centinaio di africani. Era in pieno giorno, e di
giorno nelle fabbriche si lavora. Che fossero
tutti operai dei turni di notte? Fui avvertito di
non fare commenti né sarcasmi ad alta voce,
perché rischiavo noie con la polizia e la magistratura.
L’Europa è ancora in democrazia? C’è da dubitarne,
perché l’intolleranza degli esaltati, dei
conformisti e degli stupidi ha fatto passi da gigante.
Nel 1993 uscì l’ultimo dei miei libri dedicati
al Risorgimento. In un parallelo tra il passato e
il presente, osservavo: «Culturalmente e spiritualmente,
l’Europa oggi si sta suicidando». Il
critico di un cosiddetto autorevole quotidiano
milanese mi fece discretamente sapere che era
impossibile recensire un libro contenente valutazioni
del genere. Pazienza. Sempre meglio
che cinque anni di galera.