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    Ridendo castigo mores
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    Predefinito che cosa e' la globalizzazione...

    per sfottere un agit prop su "politica internazione" ho fatto un search sul Quigley ,l' agente mondialista MENTORE DI CLINTON ...che per narcisimo ideologico ha disvelato il complotto mondialista .. quaranta anni fa ...

    e cosi' mi sono imbattuto in questo articolo di alvi . Notate bene, alvi e' un professore " di sistema" ( scrive sul corriere ..) ma che come quigley ci vuol far capire di non essere il solito cretino qualunque ben pagato ..
    quindi srive cose interassanti che non possono essere liquidate dai soliti numerosi idioti di servizio con la solita accusa di " komplottismo"



    Geminello Alvi sulla Globalizzazione


    dal "Corriere della Sera", 16 luglio 2001


    Di globale vedo solo l' impero americano



    L' integrazione si sviluppa ancora una volta sotto l' egemonia delle potenze anglofone, che plasmano gli equilibri del mondo sulla base delle proprie convenienze. Ma i sintomi della decadenza ci sono tutti: dalla cronicità della fretta, al lusso di massa, alle plebi cosmopolite Poi la libera circolazione di capitali tornò conveniente: ed ecco Reagan e Thatcher

    Dal «Navigation Act» del 1651 a oggi: così i governi hanno aiutato i mercanti




    L' economista Geminello Alvi critica l' ottimismo dei numeri e scrive: i nostri anni presentano tutte le caratteristiche di un' epoca di regresso

    Di globale vedo solo l' impero americano

    L' integrazione si sviluppa ancora una volta sotto l' egemo nia delle potenze anglofone, che plasmano gli equilibri del mondo sulla base delle proprie convenienze. Ma i sintomi della decadenza ci sono tutti: dalla cronicità della fretta, al lusso di massa, alle plebi cosmopolite C hi ripensi ai discorsi consu eti sulla globalizzazione di politici ed economisti, ormai di sovente ne ricava, si deve convenirne, un senso di noia reiterata. C' è una sproporzione talmente palese tra quanto di impressionante sta accadendo e i proclami di progresso conditi di quo tidiani numeretti sul Pil e le Borse. Si assume che l' economia comunque spieghi sempre tutto, come neppure Marx avrebbe preteso. Scivoliamo infine tutti in questo fiume asettico di rivoluzioni tecnologiche, Borse, mercati da rendere flessibili. E ne ssuno che mai s' arrischi a ragionare altrimenti, a scombinare questi schemi. Eppure gli anni presenti hanno non pochi dei caratteri di una epoca di tramonto e di regresso, come la descrivono i moralisti classici o storici alla Spengler. Cronicità de lla fretta, nervosismo, lusso di massa, ipnosi delle mode, plebi cosmopolite, dionisismi, etiche solo umanitarie, confusioni erotiche: tutti i sintomi, da sempre, indubbi di una civiltà in regresso, o che perlomeno si disgrega. Come già accadde ai te mpi dell' Impero romano o nelle dinastie dei sultani arabi del nono secolo, e in innumeri altre civiltà, confermerebbe il citato Spengler. Ma ogni giudizio sul presente si è dato, per giudicare se v' è progresso o regresso, una sola regola: quella de lla crescita del Pil o delle Borse. Tutto il resto è considerato non moderna ed esecrabile balordaggine. E però, anche ammettendo che solo l' economia conti, con che fretta ipocrita sono trascorsi i precari miti della globalizzazione. Il Giappone, le tigri asiatiche, l' euro, Internet: tutti miti che sono durati il tempo di una soubrette in tv. Ma prima finti epocali, per poi essere obliati a memoria. Rimossi, come l' unica vera permanenza che riaffiora alla fine da secoli: la supremazia delle é lite anglofone e il loro modo di plasmare ogni volta l' economia internazionale alle proprie convenienze. Il ridursi del mondo a mercato è un processo non lineare; si svolge da secoli; gli anglofoni vi hanno prevalso: ecco i tre fatti sempre elusi, r imossi, dimenticati a memoria, dai discorsi sulla globalizzazione.

    Il dopo Urss

    Eppure essa pare incontenibile proprio all' indomani del 1991, del disgregarsi dell' ultimo concorrente degli americani al dominio mondiale: l' Urss. Conferma che l' espa nsione del liberismo, del prevalere del mercato sulla politica richiede prima il prevalere di una politica. In effetti il liberismo e il suo opposto, il mercantilismo, sono stati nella storia modi ambedue utili all' egemonia economica del più forte. Ad esempio nel 1651, non vi era un altro modo per estendere il commercio inglese e aumentare la flotta che il Navigation Act. Tutto imponeva a Cromwell di favorire i mercanti, gli interessi navali, delle manifatture esportatrici e dei molti che vi di pendevano, e il proseguire delle colonie. E solo appunto perché dal ' 600 al ' 700 la politica mercantilista inglese prevale sulla Olanda e la Francia, la City nell' Ottocento potrà concedersi d' applaudire Adamo Smith. Londra aveva ormai la più gran de flotta di navi mercantili del mondo, i suoi titoli a lungo e a breve termine erano distribuiti nell' Impero. L' avanzo dei noli, delle rendite e degli interessi sommato era due volte e mezzo il disavanzo mercantile e rendeva ovvio il liberismo. Al tri certo erano i conti esteri dell' America di Reagan. Eppure alla sua morte per gli Usa, dopo cinquant' anni, il liberismo era ritornato utile, anzi inevitabile. Dopo le guerre stellari gli Stati Uniti sono come l' Inghilterra dopo la sconfitta di Napoleone. «Giacché la difesa comunque è di molto più importante dell' opulenza, il Navigation Act è forse la più saggia di tutte le regolamentazioni del commercio dell' Inghilterra». Frase di Adam Smith nella «Wealth of Nations», ovvero del liberist a per eccellenza; il quale a riguardo ragiona però come un qualunque mercantilista. A ragione, giacché prima bisogna creare un cadre de l' exchange favorevole, dunque serve di vincere le guerre, e persino servono i pirati. Dopodiché basta che gli alt ri vi si adattino, così da trasformare in rendite finanziarie le piraterie precedenti. Nell' Isola del Tesoro di Stevenson lo zoppo Silver John lo spiegherà alle sue vittime. Fare il pirata gli sarebbe servito per divenire redditiero, come quelli che investivano nella City ottocentesca o l' altro ieri più febbrilmente a Wall Street. Robert L. Stevenson conosceva l' evoluzione inevitabile da gentiluomo di ventura a gentiluomo di natura. Nessun libro di economia ha descritto così bene mercantilism o e liberismo. Prima della Grande Guerra i banchieri della City di Londra erano il fulcro di quella globalizzazione. Controllavano il 60% delle cambiali internazionali e dei titoli a lunga emessi ogni anno. Il continente soccorreva il difetto d' oro inglese e armonizzava il Gold Standard nei momenti di crisi. Londra a sua volta incassava rendite con cui finanziava i suoi disavanzi in conto merci e nuovi investimenti. Cos' erano gli Stati Uniti ai tempi di quella globalizzazione? Una periferia fi nanziaria che doveva procurarsi a Londra prestiti per pagare le cambiali dei suoi raccolti agricoli. Aveva, sì, col protezionismo costruito un potente sistema industriale; però manteneva pessima fama di nazione infantile, vittima di inflazioni e spec ulazioni febbrili. La storia del declino inglese fu lunga e complicata. Ma il suo evolversi fu semplificato dalla guerra. La guerra dilatò di quasi cinque volte l' avanzo mercantile Usa. Per accumulare l' avanzo, e quindi i corrispettivi patrimoni, c onquistati in sette anni i banchieri e il governo americani avrebbero dovuto attendere circa trentatré anni. La guerra regalò a Washington e a Wall Street di possedere nel 1919 un patrimonio netto sulle altre nazioni che avrebbero posseduto altriment i solo nel 1947. Gli Usa divennero la prima nazione creditrice del mondo. E perciò Londra e l' Europa difettarono i capitali con cui armonizzare la globalizzazione degli Anni Venti, che abortì in crisi mondiale. «Sono stato educato come gli altri eng lishmen a rispettare il free trade, non solamente come una dottrina economica; ma anche come parte della legge morale». Eppure: «la protezione degli interessi esteri di un Paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell' imperialismo economic o sono elementi non eludibili di uno stato di cose... Simpatizzo perciò con quelli che ridurrebbero al minimo, invece che con quanti massimizzerebbero gli intrecci economici tra le nazioni. Le idee, la conoscenza, l' arte, l' ospitalità, i viaggi, qu este sono cose, che dovrebbero per loro natura essere internazionali. Ma lasciamo che le merci siano fatte in casa, nel caso in cui sia ragionevole e convenientemente possibile; e soprattutto rendiamo la finanza un affare primariamente nazionale». Pa role di Keynes nel 1933. Un programma mercantilista. Iri, politiche rooseveltiane, autostrade tedesche, dazi, e guerre, i socialismi reali, riportarono il mondo ai precetti mercantilisti. La depressione mondiale tra le due guerre dipese anche dalla i nadeguatezza americana a svolgere la parte dell' Inghilterra, investendo abbastanza all' estero. Il boom del ' 29 drenò capitali proprio come i debiti di guerra e i mercantilismi di Roosevelt. Del resto anche oggi gli Stati Uniti sono il Paese più ri cco del mondo, ma importano capitali. Globalizzando il mondo gli inglesi erano stati più universali degli americani, in tutti i sensi. Il presidente Roosevelt perseguì una politica mercantilista come la perseguirono Hitler e Mussolini. Ma con più for tuna: accumulò oro da tutto il modo, e con la guerra ridonò il boom all' economia americana. Anche se gli Usa avevano accumulato il 58% delle riserve d' oro del mondo, il reddito americano del 1938 era inferiore a quello del 1929; quello tedesco inve ce superiore. Ma la II guerra mondiale risolse il problema. Donò un altro boom. Il 1964 fu l' anno in cui il governo americano introdusse un insieme di restrizioni sui deflussi di capitali. Terminò allora per gli Usa la possibilità di un liberismo al l' inglese, quello per cui Londra e City potevano reggere un disavanzo in conto merci enorme, avendo accumulato per secoli attività nette sull' estero. Il liberismo degli americani dovrà importare capitali. Il saldo netto accumulato in due guerre mon diali, ai tempi di Kennedy è dissipato. L' americano è consumatore, non un risparmiatore e neppure un redditiero, è invece eccitato dallo speculare, come ben sapevano i banchieri inglesi che biasimavano gli americani. Un tempo andava di moda riferire le disgrazie americana agli anni di Nixon. Oggi i primi anni Settanta, l' ammissione esplicita americana di allora di non poter reggere il ruolo di moneta di riserva, la sua crisi, sono obliati. Eppure gli Usa non erano ancora indebitati e con un de ficit in conto merci così enorme. Ma davvero i meriti di un ex attore, che imitò una ventrale virago inglese, sono stati così grandi. Sì. Thatcher e Reagan agiscono in perfetta coerenza agli intenti secolari anglofoni. Loro e le aristocrazie, anzitut to finanziarie, avvertono che il mercantilismo non serve più. Il confronto col Giappone o con la Germania è perduto in conto merci. Ed ecco che riconviene allora il ritornare alla circolazione dei capitali, libera da vincoli. E c' è un vantaggio in p iù rispetto a prima; nessuno può oggi convertire i dollari in oro. Il dollaro è ormai il prodotto americano più abbondante della Coca Cola. Eppure si rinforza A fine 2000 la posizione debitoria netta sull' estero degli Stati Uniti, ovvero la differen za tra i capitali che devono al mondo e quelli che possiedono, è stimata pari a 1900 miliardi di dollari, pari al 19,2% del loro Pil. Cifra enorme, eppure le attività investite all' estero sono una percentuale non vasta delle attività totali. La ricc hezza totale interna è circa venti volte il debito netto con l' estero. Conferma ulteriore che gli Stati Uniti sono una economia continentale. Gli inglesi, leader del mondo per due secoli e mezzo, fino alla grande guerra, erano una economia più orien tata dai mercati esteri di quella americana. Come la fine degli Anni Novanta anche gli Anni Venti promettevano il lusso di massa: auto, radio, costruzioni, ritmavano allora la congiuntura Appunto la macchina giallo crema foderata all' interno di cuoi o verde, la villa di fiaba e la musica di Gatsby. Aiutato nel suo amore per Daisy da atti azzardati. Come l' America d' allora che per potersi permettere i nuovi consumi durevoli deve indebitarsi e speculare. La Grande Depressione fu un disastro debi torio; malgrado i patrimoni netti che gli Usa possedevano allora sull' estero. Ma nella seconda metà degli anni 90 gli Stati Uniti hanno superato se stessi. Hanno convogliato capitali da tutto il mondo in una bolla speculativa come è stata Internet. Non risparmiano, sono debitori netti del resto del mondo, con un deficit dei conti esteri del 4,4%, eppure seguitano lo stesso a comandare. Ma come sarebbe possibile, se il processo di globalizzazione fosse un processo puramente economico? Huntington è poco letto; Quigley, malgrado Clinton sia stato suo allievo, è uno sconosciuto. Eppure sono i due storici anglofoni di questo secolo più indispensabili per capire la globalizzazione. In «The Clash of Civilization» come nei libri di Quigley, si rag iona per civilizzazioni. L' economia è un arto dello spirito, subordinata alle varie culture. La globalizzazione di fine ' 900, come il Navigation Act di Cromwell, o la City dell' Ottocento, sono modi attraverso cui una civilizzazione, quella anglofo na, rinforza o rinnova il proprio potere sulle altre. Hunting ton riporta le tesi di Quigley, secondo cui le civiltà attraversano setti stadi il cui culmine è l' impero universale. E quindi scrive. «L' Occidente sta sviluppando l' equivalente di un I mpero Universale sotto forma di un complesso sistema di confederazioni, federazioni, regimi e altre istituzioni cooperative». Ecco l' Euro e la Ue, svelati per quello che sono. Inoffensivi, anzi utili modi, per articolare l' Impero Anglofono. Stati f ederati come il Ponto o l' Armenia ai tempi dell' Impero romano. Aggregazioni precarie, gestite da dei lunatici, avanzi degeneri delle élites europee sconfitte. La Nato, non la Ue, unifica in un disegno geopolitico l' Europa, e decide che i serbi son o cattivi, e invece i turchi sempre buoni. L' Impero Universale ormai esiste e parla inglese. Non solo, tutta la storia si sta riconfigurando secondo schemi culturali. I Club anglofoni, e le loro élite, hanno del resto sempre pensato in termini di ci vilizzazioni; mai di statistiche economiche. Tutti i professorini che distillano numeretti, sono plasmati dalla civilizzazione anglofona. Senza diversità Come gli ostaggi dei Paesi vinti ai tempi degli antichi romani sono diventati altro dai loro pad ri. La globalizzazione è una fase del conclusivo consolidarsi di un impero universale anglofono. Persino i canzonettisti che moralizzano dai palchi sono emanati dalla identica cultura. Internet completa un processo d' omologazione anglofona di lingua , cinema, canzoni, moda. L' Impero degli anglofoni è universale, nel senso che annienta ogni diversità, plasma i vari popoli in consumatrice plebe indistinta. Nel gran parlare di Internet s' è dimenticato che il più potente stimolo, dopo le guerre, a lla crescita americana è venuto dagli immigrati. Sono la plebe cosmopolita, che veste in blue jeans come una volta vestivano solo i contadini americani. E come oggi vestono tutti. Ascoltando lo stesso rumore finto musica. Anche perciò la società mult iculturale è un' idiozia. Il collante tra l' immigrato e le nazioni che l' ospitano anche in Europa non è né la cultura dell' immigrato né quella di chi lo ospita: è la sciatta cultura delle plebi americanizzate da abiti, tv, dischi, computer. Scrive va Miller che la vita è ormai un incubo ad aria condizionata; aggiungerei che parla l' inglese.

    Bibliografia

    Geminello Alvi, «Il secolo americano», Adelphi, Milano, 1996

    Samuel P. Hungtington, «Lo scontro delle civilizzazioni e il nuov o ordine mondiale», Garzanti, Milano, 1997

    Carroll Quigley, «Tragedy and Hope», Macmillan, New York, 1966

    Oswald Spengler, «Il Tramonto dell' Occidente», Garzanti Milano, 1981
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

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  2. #2
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    intelligente, lucido, anticonformista come sempre,
    bravo Alvi.

  3. #3
    Zero Sen
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    Ottimo articolo.

 

 

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