....accaduto in questi giorni

Per il leader dell’Unione, Romano Prodi, il discorso del cardinale Camillo Ruini contiene un “lucidissimo elenco di priorità politiche e morali”.
Dopo la bruciante esperienza del referendum sulla fecondazione assistita, in cui il “cattolico adulto” Prodi non accolse l’invito dei vescovi italiani all’astensione, ma fu seguito solo da un elettore su cinque, questa volta non se l’è sentita di ripetere l’esperienza.
Non ha però commentato le prese di posizione di quei settori dell’Unione che invece hanno rivolto a Ruini le solite rampogne, accusandolo di comportarsi come un capo-partito o, addirittura, di puntare a una teocrazia.
Non ha neppure detto nulla sulle norme di equiparazione delle unioni di fatto con i matrimoni legittimi approvate dalle regioni con maggioranza di centrosinistra, apertamente criticate dal presidente della Cei.
In sostanza il candidato premier dell’Unione non ha assunto alcun impegno, limitandosi a un apprezzamento formale e un po’ gesuitico delle “priorità”, che però restano quelle del cardinale.
Ha adottato in sostanza un atteggiamento che si potrebbe definire clericale, di ossequio formale alla gerarchia, ma privo di conseguenze concrete.

Dopo l’intemerata di Silvio Berlusconi al vertice confindustriale, lo stato maggiore dell’organizzazione ha cercato di dimostrare di non avere problemi, confermando la fiducia a Luca Cordero di Montezemolo.
Anche le dimissioni di Diego Della Valle sono state presentate come un atto compiuto a salvaguardia della Confindustria.
Però il rumoroso dissenso espresso dalla platea di Vicenza (o il consenso alle accuse del premier) deve aver suscitato un certo allarme. Non si capirebbe perché, altrimenti, il quotidiano della Confindustria abbia pubblicato a commento un editoriale dell’ex direttore Guido Gentili che non sembra affatto allineato alle direttive degli attuali vertici dell’organizzazione.
Gentile scrive che Berlusconi ha parlato per “intercettare il consenso della base dell’organizzazione industriale, in quel mondo (maggioritario) della piccola e media impresa insofferente dei cerimoniali e dei dosaggi politici e per nulla abituata a far di conto con il reticolato degli incroci azionari e personali che caratterizzano il capitalismo ‘all’italiana’”.
Sembra di capire che al Sole 24 Ore si siano resi conto che a quella base non bastano i comunicati di autorassicurazione dei vertici, e per questo hanno richiamato in servizio per un giorno Gentili, che avevano licenziato proprio perché considerato poco omogeneo ai loro disegni.

Francia conservatrice nel merito, rivoluzionaria nella forma.
Questa sembra la formula che compendia il senso delle grandi mobilitazioni studentesche e sindacali contro la legge per il primo impiego che si sono svolte nelle città francesi, seguite da code di violenza e vandalismo. Molti anni fa il segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, definì il suo partito “conservatore e rivoluzionario”.
La formula contraddittoria aveva però un significato, quello di opporsi al riformismo su due fronti, con le istanze rivoluzionarie e con quelle conservatrici.
Ora la Francia sembra aver adottato quello slogan un po’ strampalato. Con una disoccupazione al dieci per cento, che si raddoppia quasi per le fasce giovanili, rifiuta di apportare riforme che rendano più flessibile il mercato del lavoro, in nome della conservazione di un modello sociale obsoleto, e lo fa facendosi trascinare da gruppuscoli estremisti e facinorosi. Si può quasi essere orgogliosi, al confronto, delle manifestazioni (egualmente conservatrici) della Cgil italiana contro la legge Biagi, che però si svolsero nel pieno rispetto della legalità e dell’ordine.

Il fatturato delle imprese italiane è cresciuto dell’8,4 per cento, in gennaio, rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Gli ordinativi sono cresciuti ancora di più, del 9,8 per cento. Si direbbe che le difficoltà dell’anno scorso siano alle spalle e che questa volta la ripresa, più volte annunciata, ci sia davvero. Anche i dati sull’occupazione del 2005, l’anno della crescita zero, sono buoni, con una riduzione della disoccupazione al 7,1 per cento, il che dimostra che la legislazione sul mercato del lavoro ha funzionato.
Siccome il maggior contributo alla crescita viene dalla domanda estera, si può dire che anche la competitività riprende.
Naturalmente non si può accontentare tutti.
Per la Cgil e per Nomisma i dati positivi sono anomalie statistiche.
E non si dica che sono disfattisti.

Sergio Soave

saluti