Maurizio Blondet
23/03/2006
GERUSALEMME - In che modo la crescita esponenziale degli «haredim» (gli ebrei «religiosi», quelli coi cappelli neri, i riccioloni e i filatteri) influisce sulla società israeliana?
E’ questa la domanda che si è posto un meeting intra-ebraico che ha avuto luogo a Gerusalemme. Arutz Sheva, il sito dei fanatici, ne ha riportato gli interventi salienti (1).
E’ una rara occasione per osservare la psicologia della razza eletta.
Per esempio Reem HaCohen, rabbino capo della Hesder Yeshiva (scuola talmudica) di Otniel, ha accusato le comunità haredi di mancare alla responsabilità che ogni ebreo deve avere verso gli altri ebrei.
Evidentemente, i super-fanatici considerano gli ebrei secolarizzati dei dannati da cui restare separati.
«Dal tempo dell'Illuminismo», ha detto rabbi Reem, «la maggior parte del popolo non osserva la halacha (le prescrizioni talmudiche), ma è vietato per noi disimpegnarci dal popolo secolarizzato».
Ed ha fatto un curioso esempio, riguardante l’anno di riposo sabbatico dei terreni prescritto dal Talmud (shemittà).
I rabbini religiosi ma «nazionali», ha detto HaCohen, hanno escogitato «metodi legali ebraici», che conferiscono [fittiziamente] a un gentile la proprietà del terreno durante l’anno della shemittà (2), in modo che la terra possa essere coltivata nonostante il divieto.
Ma gli haredi si oppongono a questo arrangiamento.
«Lo facciamo per impedire che vengano portati al mercato frutti proibiti, per evitare che gli ebrei non osservanti che abitano in Israele violino, mangiando i frutti lo shemittà».
Anche se ci sono ebrei super-religiosi che «se ne infischiano di quello che mangiano i non-osservanti».
Poi ha preso la parola Rachel Bolton: è una delle donne più potenti di Israele, che dirige la più grande agenzia di pubblicità «religiosa» (sic), la Bolton & Potenzial Advertising (e piacerebbe sapere il grado di parentela che la lega a John Bolton, rabbioso neocon, messo da Bush al posto di ambasciatore all’Onu).
Essa ha detto che anche la comunità di cui fa parte, i «sionisti religiosi» ossia nazionalisti, sta seguendo l’esempio degli haredi più fanatici che si isolano dal resto della popolazione.
«E’ a causa dei figli. Potremmo vivere ad Haifa in comunità miste se non avessimo da educare i bambini. Non ci occorrerebbero comunità separate. Ma la cultura secolarizzata trascina il mondo…dobbiamo trovare i modi per preservare il nostro modo di vita nelle nostre case e tra i nostri figli».
Tuttavia, la Bolton ha notato che a forza di separatezza, anche la «gioventù religiosa-nazionale» sta diventando «haredi», ossia si radicalizza nel fondamentalismo più oscurantista.
«I ragazzi tornano da scuola e dicono: getta via la TV, non comprare questo o quel giornale…in autobus, salgono su quelli destinati agli haredim».
Aliza Lavi, docente alla Bar-Illan university, ha attaccato i leader religiosi.
«L’istituzione del rabbinato è marcia. Ciascuno di noi ascolta il suo proprio rabbino, e i giovani gli pongono domande su questioni privatissime, quelle su cui la gente decideva una volta da sé». Questo forma nei giovani «una tendenza a non prendere decisioni».
Eliezer Melamed, rabbino capo della Hesder Yeshiva di Bracha, ha cercato di definire i termini «nazional-religioso» e «nazional-haredi», che tanta parte hanno nel discorso pubblico israeliano. «Una persona nazional religiosa è un ebreo che guarda positivamente al mondo che lo circonda: questa è la volontà della Torah, avere un atteggiamento positivo verso la scienza e la tecnologia!».
Evidentemente, è la risposta ad una questione tornata d’attualità in Israele: il divieto del rabbinato a studiare la scienza, cosa profana.
Israel Shahak racconta che in Polonia, ancora nel ‘900, i giovani potevano leggere libri di chimica, fisica e soprattutto geografia (che «rivelavano» la scoperta dell'America, cosa negata dai rabbini: la Bibbia non ne parla) solo nel cesso, dove era vietato portare il Talmud.
Rabbi Melamed ha detto che questo atteggiamento era «la risposta dell’ebraismo religioso alle minacce esterne».
«Hareid significa ‘preoccupato’ o ‘tremante’, e in tempi di ansia e di incertezza abbiamo più religiosi-haredi. Quando con l’Illuminismo il mondo dei goym divenne aperto agli ebrei, cominciò il movimento haredi: per il timore che adulti e adolescenti avrebbero preso la strada sbagliata, si scelse di vietare lo studio di ogni scienza per preservare la nostra tradizione» [questa era dunque la «minaccia», l’apertura cordiale dei gentili verso gli ebrei. E questa fu la risposta giudaica all’Illuminismo: vietare lo studio].
«Ci sono alcuni effetti negativi in questo approccio», ha riconosciuto il rabbino, «ma è nobile nella fedeltà alla nostra tradizione… La comunità religioso-nazionale sta pagando un prezzo oggigiorno: i suoi giovani la abbandonano nelle due direzioni, o verso la non-osservanza o verso la vita religiosa haredi. Forse i nazional-religiosi hanno accettato troppi compromessi, troppi princìpi stranieri».
Rachel Silvetzky, neo-emigrata dagli USA e direttrice del «Villaggio delle gioventù religiosa Kfar Chassidim», ha lamentato la situazione di «donne che non riescono ad avere il divorzio dal marito e si rivolgono alle autorità legali ebraiche di tutto lo spettro religioso alla ricerca di metodi nella legge ebraica» per divorziare.
«Bisogna trovare una strada per alleviare questa sofferenza».
Forse perché nuova dell’ambiente, la Silvetzky ha posto la scottante questione del Mamlachtiut, dello «statismo» ebraico.
«La nascita e l’esistenza dello Stato d’Israele è un miracolo. Il ritorno degli esiliati è un altro miracolo…tuttavia, l’IDF (l’esercito israeliano, Israeli Defense Force) è un mezzo, non un fine in sé. Non siamo una nazione militarista o una giunta… L’ordine di un comandante non è sacro in sé. Ci sono ordini illegali e la capacità di vederli è indice della nostra moralità. Il primo ministro non è un re».
La signora ha alluso anche a una violenza sessuale, probabilmente opera dei miracolosi soldati, testimoniata da una ragazza religiosa.
«E un ministro l’ha trattata da bugiarda. Da dove gli viene tanta arroganza? Che fanno le organizzazioni femministe?» (sic).
Poi ha preso il podio Amnon Shapira, docente di college in Giudea e Samaria (territori occupati): «il libro di Giobbe termina con l’apparizione di D. nella tempesta, e dice che l’ebreo religioso non è colui che sostiene di sapere tutto, bensì quello che dubita. Sottolineo: non dubbi su D., ma sui modi per ottenere i fini».
Shapira ha criticato la tendenza della comunità religioso-nazionale ad adottare un uso del rabbinato haredi, la «daat Torah».
Ossia la facilità con cui i rabbini super-religiosi emettono le loro sentenze talmudiche (simili a fatwa) senza dire da quali passi della «legge ebraica» (Talmud) o della Torah le desumono. «Bisogna dimostrare e radicare ogni sentenza e affermazione nella Torah», ha detto.
«La daat Torah è una cinica creazione escogitata dalle yeshivoth degli haredim».
Poi, ha detto perché secondo lui i religiosi, sia nazionalisti-sionisti sia haredim, non sono riusciti ad impedire la smobilitazione dei loro coloni dagli insediamenti di Gaza.
«Ci sarà presto un referendum e oltre il 50 % voterà per abbandonare parti della terra ai palestinesi, e questo è un disastro. Ma ciò avviene perché abbiamo commesso tre errori. Primo, abbiamo scatenato una lotta tribale e su misura fra gruppi religiosi. Abbiamo dimenticato che tutti i nostri successi nel passato furono dovuti al fatto che eravamo uniti con le altre tribù di Israele. Secondo, parliamo un linguaggio - un linguaggio religioso - diverso [da quello degli altri ebrei], e non è questo che i nostri antenati ci hanno insegnato. Quando Abramo comprò Hebron parlava ittita, quando David comprò Gerusalemme parlava jebuseo; solo noi, oggi, citiamo le Scritture e speriamo di convincere la gente con questo. Terzo, non abbiamo presentato un piano alternativo. D. non aiuta che non si aiuta, e chi non opera razionalmente non è utile».
«Dobbiamo smettere di agire come una tribù o un settore separato. Come nazione d’Israele dobbiamo imparare a parlare hittita o jebuseo, a parlare il linguaggio nazionale [sic] invece di quello religioso».
Maurizio Blondet
--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) «Religious zionists ebgage in soul-searching at J’lem conference», Arutz Sheva, 21 marzo 2006.
2) Israel Shahak ha spiegato come funziona l’aggiramento della presunta legge divina. «Poco prima dell’anno sabbatico (shemittà) il ministero degli Interni israeliano consegna al rabbino capo un documento in cui gli trasferisce legalmente la proprietà di tutta la terra d’Israele, sia privata che pubblica. Forte di questo diritto, il rabbino capo va da un non-ebreo e gli vende tutta la terra d’Israele, e dal 1967 anche quella dei territori occupati, per una somma simbolica. Con atto separato, il ‘compratore’ si impegna a ‘rivendere’ la terra subito dopo la fine dello shemittà. Questa transazione si ripete ogni sette anni, di solito con lo stesso ‘compratore’… i rabbini non sionisti con riconoscono la validità di questa dispensa e, nello shemittà, i più ortodossi aprono negozi speciali in cui vendono verdura prodotta da arabi su terra araba. Essi sostengono giustamente che essendo proibito agli ebrei dalla loro halacha vendere la terra di Palestina ai gentili, tutto il meccanismo di transazione è un peccato, e perciò invalido. I rabbini sionisti replicano che la vendita vera è proibita, ma non quella fittizia» (I. Shahak, «Storia ebraica e giudaismo», Sodalitium, pagina86.
Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.




Rispondi Citando