31-03-2006Hamas al governo dei palestinesiAlcuni commenti dalla stampa israelianaScrive Ha’aretz: Il nuovo governo israeliano deve annunciare la propria disponibilità a parlare con qualunque soggetto palestinese che propugni un accordo basato sulla soluzione “due popoli-due stati”. Israele non ha alcun interesse ad abbassare la soglia delle richieste poste al governo Hamas al di sotto di quella posta dallo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen): riconoscimento di tutti i precedenti accordi con Israele, compresa la fine della lotta armata. I partiti usciti premiati dalle elezioni israeliane devono fare uno sforzo serio nel senso di una mossa diplomatica comprensiva che conduca a un accordo di pace, e alla fine del conflitto. La proposta di Kadima, sostenuta dai partiti alla sua sinistra, di attuare un ritiro unilaterale dalla maggior parte della Cisgiordania non si propone come soluzione favorita, quanto piuttosto come un’opzione da intraprendere nel caso appaia chiaro che non vi sono possibilità di accordo. Questo unilateralismo serve per spronare gli sforzi diplomatici, certamente non per renderli inutili fin dall’inizio. C’è da sperare che i palestinesi vogliano accettare francamente le regole del gioco riconosciute da tutti. Abu Mazen, in un’intervista ad Ha’aretz di venerdì scorso, ha espresso il desiderio di riavviare i negoziati senza pre-condizioni. Se Hamas vuole imboccare la stessa strada, deve eliminare la nebbia che avvolge le sue posizioni e rinunciare esplicitamente alla lotta armata.
Scrive il Jerusalem Post: Hamas resta Hama. Non ha ritrattato di una virgola il suo obiettivo di distruggere Israele, e non ha nemmeno iniziato ad adeguarsi ai principi internazionali: fine del terrorismo, riconoscimento di Israele e degli accordi precedenti. La realtà delle cose sul terreno è che i tentativi di attentato terroristico sono aumentati dopo il disimpegno e dopo la vittoria elettorale di Hamas. Negli ultimi sei mesi le Forze di Difesa israeliane hanno registrato più di ottanta terroristi attivi intercettati, circa quaranta ordigni piazzati lungo la barriera difensiva attorno alla striscia di Gaza, decine di lanci di missili Qassam. Soltanto la scorsa settimana sei palestinesi sono stati arrestati mentre contrabbandavano armi, e sono stati intercettati in tempo due attentatori suicidi palestinesi, uno dei quali era già arrivato sull’autostrada Tel Aviv-Gerusalemme. Se il governo Hamas vuole essere riconosciuto, non solo deve prendere le distanze dal terrorismo, come fece Fatah, ma deve anche abbandonare il suo “diritto” di attaccare Israele a piacimento, e impedire fisicamente a tutti gli altri gruppi palestinesi di farlo. Se la comunità internazionale intende perseguire seriamente la pace, deve attenersi alle proprie richieste anche se questo significa aspettare parecchio tempo che Hamas cambi, o che venga rimossa dal potere.
(Da: Ha’aretz, Jerusalem Post, 28.03.06)




Scrive Ha’aretz: Il nuovo governo israeliano deve annunciare la propria disponibilità a parlare con qualunque soggetto palestinese che propugni un accordo basato sulla soluzione “due popoli-due stati”. Israele non ha alcun interesse ad abbassare la soglia delle richieste poste al governo Hamas al di sotto di quella posta dallo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen): riconoscimento di tutti i precedenti accordi con Israele, compresa la fine della lotta armata. I partiti usciti premiati dalle elezioni israeliane devono fare uno sforzo serio nel senso di una mossa diplomatica comprensiva che conduca a un accordo di pace, e alla fine del conflitto. La proposta di Kadima, sostenuta dai partiti alla sua sinistra, di attuare un ritiro unilaterale dalla maggior parte della Cisgiordania non si propone come soluzione favorita, quanto piuttosto come un’opzione da intraprendere nel caso appaia chiaro che non vi sono possibilità di accordo. Questo unilateralismo serve per spronare gli sforzi diplomatici, certamente non per renderli inutili fin dall’inizio. C’è da sperare che i palestinesi vogliano accettare francamente le regole del gioco riconosciute da tutti. Abu Mazen, in un’intervista ad Ha’aretz di venerdì scorso, ha espresso il desiderio di riavviare i negoziati senza pre-condizioni. Se Hamas vuole imboccare la stessa strada, deve eliminare la nebbia che avvolge le sue posizioni e rinunciare esplicitamente alla lotta armata.
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Scrive Ha’aretz: Ehud Olmert ha promesso di far entrare nel futuro governo solo partiti che si dichiarino favorevoli al disimpegno unilaterale dalla Cisgiordania: questa deve essere la condizione fondamentale per formare la coalizione di governo. Questa è, in effetti, la ragion d’essere di qualunque governo guidato da Kadima, un partito con una chiara missione, nelle cui mani l’elettorato israeliano ha affidato il compito storico di abbandonare la Cisgiordania. Le dichiarazioni circolate nelle ultime ore secondo cui il ritiro dalla Cisgiordania non sarebbe una questione urgente, e potrebbe non avvenire durante il primo anno di governo, sono allarmanti. Se la misura non venisse attuata al più presto, potrebbe non essere più attuata del tutto. L’affluenza al voto sempre più bassa e la tendenza verso il voto apolitico per il partito dei pensionati indicano una crescente insofferenza per la politica e i politici. I parlamentari devono tenere in considerazione la continua perdita di fiducia dell’elettorato nei loro confronti. Sta a loro garantire che la prossima Knesset sia più onesta della precedente, e cercare di tener fede alle promesse elettorali. La promessa principale è quella di tirare fuori Israele dalla Cisgiordania e definire i confini. Compromessi su questa materia condurrebbero il paese a nuove elezioni ravvicinate.
