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Discussione: La Caccia Selvaggia

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    La leggenda della caccia selvaggia

    Antiche leggende vivono nei più sperduti recessi delle campagne e delle valli alpine d’Italia e d’Europa, dove il vento gelido della società industriale ed egualitaria non è riuscito a soffocare il cuore antico di una sapienza - forse incomprensibile per i moderni, ma che ha accompagnato silenziosa le civiltà rurali d’Europa attraverso i tormentati secoli della Storia d’Occidente.

    Fra le tante leggende, ve n’è una in particolare che avvince ed affascina ancor oggi, con il suo carico di magia, mistero ed arcaici terrori: è la leggenda della Caccia Selvaggia, diffusa in tutta l’area europea - tanto da rappresentare il nucleo centrale di un’antica cultura europea che trae le sue origini nelle brume di evi lontani. Narra la saga che in talune notti dell’anno - notti “magiche” per eccellenza - anime dannate, spettri inquieti, streghe, fate, folletti, perdute deità celto-pagane, lascino il limbo irreale della loro eterea e fiabesca esistenza ed irrompano nel mondo dei viventi inscenando fra boschi e campagne, illuminate da poche e lontane stelle, lugubri e terrifici cortei, accompagnate da spettri ed apparizioni nella veste di belve feroci e dando vita così ad una ridda terrorizzante e fantasmagorica. Le notti ‘fatali’ sono quelle che il calendario celtico designava come le notti nelle quali l’uscio che separa gli universi degli uomini e quelli del popolo etereo del sovramondo pagano si schiudono per poche, fatali e terribili ore, nelle quali spazio e tempo si dissolvono. In questi attimi di tregenda antica prende vita - una vita spettrale ed effimera - un teatro primordiale, pulsante di arcaici terrori, misteriose apparizioni, raggelanti premonizioni e fulminanti visioni dell’Altro Regno.

    Sono notti, queste (il Samain, Capodanno celtico del 1 Novembre; la notte di S. Giovanni; i giorni solstiziali d’Inverno; la magica Notte di Valpurga del 1 Maggio e quella, in febbraio, della Candelora), nelle quali l’accensione di fuochi e candele simboleggia la lotta tra il caro Sole e le tenebre; mentre la cosmica tenzone è in atto il tempo non scorre, la realtà è sospesa, quasi anche le leggi della Natura trattenessero il respiro per un istante, durante lo svolgersi della cosmica tregenda, durante la discesa sulla Terra del mai scomparso popolo notturno di Faèrie.

    E mentre "la ragione e la realtà" materiali vacillano, si aprono i portoni bronzei del Walhalla, le pareti di cristallo di Avallon, il Barbarossa si agita in Kyffhäuser, Finn e i suoi compagni muovono qualche passo intorno alla caverna segreta che custodisce il loro sonno in Irlanda. Da gallerie minuscole sbucano file di gnomi, la silfide dell’aria fa levare il vento, il dio Pan e i suoi faunetti soffiano nei flauti, gli Hobbit occhieggiano dalle pagine di Tolkien e si affrettano. La notte magica ha attori più solenni, arrivano dal profondo di strane ére, Odino, il più forte tra gli Uomini, Thor e il suo martello prodigioso, Freya, Frigg e Tyr dio della vittoria, e Balder, il pestifero Loki rovina del mondo, e le splendenti Walchirie, i Nibelunghi, di certo Sigfrido, e Dietrich Von Bern, Vercingetorige, Bondicca, e tutti gli Arii morti di spada... le schiere degli Herjar, Gullinbursti il cinghiale d’oro, i segugi di Finn. Incontenibili, scendono lungo pendii e ghiacciai senza lasciare impronte i Berserkir, i favoriti di Odino. Furono, costoro, Iniziati Guerrieri, che venivano posseduti dal furore del dio, vestiti con pelli di lupo e di orso, neri i volti, mordendo gli scudi, schiumando rabbia, erano il terrore delle legioni romane che oltrepassavano il limes. E non mancano druidi e druidesse, bardi e skaldi, portatori di torce spettrali che non bruciano, e sopra la terra si snoda la processione degli dei pagani, il cui canto suona pauroso all’orecchio dei cristiani, che scappano in casa a tutelarsi dalla cavalcata dei morti” (1).

    La saga della “Caccia Selvaggia” pare così provenire da perduti recessi della fantasia e della memoria ancestrale europea. Miti, leggende, saghe antiche che ancora si narrano nei casolari di villaggi sperduti nelle nostre montagne - cuore nascosto di antica sapienza - rivivono magicamente nelle fiabe arcane di tutta Europa e dimostrano la dimensione magica e oscuramente vitale della tradizione celtica, racchiusa nel segreto scrigno delle leggende europee che rievocano il ritorno degli Dei nelle notti fatate del sacro mondo celtico. Ma l’analisi di queste leggende non è solo un tuffo nelle profondità dell’anima europea nella quale vivono perpetue le saghe e leggende della “Caccia Selvaggia”, nonostante l’avanzare della cultura materialistica ed egualitaria contemporanea. Rievocare queste leggende è anche un mezzo magico e fatato - per giungere al cuore del mistero celtico, della tradizione avita indoeuropea che apparentemente sembra scomparsa, distrutta dalla modernità - ma che continua a vivere, sol che si voglia ascoltarne l’arcano messaggio: la voce, per dirla con Spengler, delle “idee senza parole”. Dalla leggenda favolosa ed arcaica si possono percepire i significati sovrarazionali del Mito e da essi - con un percorso spirituale che si riporta alla limpidezza della civiltà iperborea delle origini - percepire l’afflato della Verità: la sapienza celtica tradizionale. La leggenda della “Caccia Selvaggia” è forse la più idonea per giungere a cogliere echi della lontana sapienza indoeuropea.

    Innanzi tutto ciò è possibile grazie al favoloso e magico scenario nel quale essa si svela e rivive: il mondo misterioso della foresta, così intimamente connesso alla sacralità celtica. Scrive Ezio Savino: “Entriamo in un bosco. I nostri occhi cercheranno l’albero segnato, il fusto che per imponenza strana, per rigoglio di rami e di chiome, per la vibrazione dei silenzi che l’avvolge si svela per abitacolo e tempio di un nume, nobile rampollo di quell’Albero Cosmico che un tempo si abbarbicava alla terra e svettava fino alla volta celeste, contribuendo alla coesione del tutto. All’aprirsi di una radura, sentiremo fremiti, come i legionari di Roma spaesati nelle selve arcane della Germania. Naturale: un Dio dei terrori abita gli spazi, Pan, ed è il suo panico che ci afferra. Sapremo ascoltare le voci delle foglie nel vento?” (2). La ridda della "Caccia Selvaggia" con le sue notti di ansie e terrori, ci riporta quindi alla dimensione sacra dei Celti, al luogo magico naturale - la foresta -, la radura notturna dei boschi è viva ancor oggi: "una conferma piuttosto concreta dell’eco magica conservata dal bosco della narrazione popolare, anche dopo l’attestarsi del Cristianesimo, è data dall’esasperante demonizzazione del luogo, sorta dalla coscienza piuttosto diffusa che le aree boschive più fitte fossero ancora consacrate ai culti pagani e ai sacrifici druidici” (3).

    Il mistero delle assonanze profonde che il mondo alpino comunica al più occulto segreto della spiritualità indoaria affatica da sempre i più attenti ricercatori dei sentieri della spiritualità iperborea (4). Da Otto Rahn (si legga il suo affascinante diario, La Corte di Lucifero, ed. Barbarossa, Milano 1989), fino a Pier Carlo Jorio - attento studioso della spiritualità alpina - il bosco ha sempre rappresentato il punto focale del mistero e del magico, il segno del demoniaco (forse per i suoi angoli bui e le immaginazioni in cui sopravvive molto dell’antico paganesimo), il luogo di comunicazione con gli spiriti della natura - il “nemeton” o "bosco sacro"(5). Non è inutile ricordare che i simboli e i riti della sapienza celtica (lo Swastika, la Croce Gammata, il culto del Fuoco e del Sole) sono resistiti più a lungo nell’ambito della cultura alpina e rurale, resistendo nei secoli all’avanzata del Cristianesimo prima, dell’ateismo materialista ed egualitario, poi. Questo mondo arcaico rivive nelle leggende, tollerate dalla nuova religione semitica venuta dal deserto che non coglie come in esse permanga l’affiato spirituale degli antichi Ari e della loro complessa spiritualità. E dietro il velo della leggenda che si coglie la Verità del Mito. Nel mondo moderno esso diviene l’unico strumento per la sopravvivenza di Verità eterne, poiché l’aspetto apparentemente non reale dell’affabulazione leggendaria ha allontanato dalla stessa il rischio della persecuzione religiosa e ideologica. Eliade ha colto con rara vividezza tale realtà: “per garantirsi la sopravvivenza, le immagini si sono fatte familiari”.


    Immagine tratta dal sito http://www.dougcasarella.com/

    Lo stesso Guénon rileva come una forma tradizionale, sul punto di spegnersi, può tramandare la propria Verità nascosta attraverso il fitto velo fantastico di saghe e leggende, che, rievocate nel tempo, conservano i germi delle verità tradizionali, senza che il significato esoterico venga colto e quindi combattuto. Un giorno, poi, gli Dei si risveglieranno, e - fulgida - la Verità tradizionale sfolgorerà dietro il velo delle leggende e delle saghe. La “Caccia Selvaggia” cela il mistero dell’iniziazione guerriera indoeuropea e pagana. Dietro l’affabulazione rutilante e magica si colgono le tracce di una mitologia sacra comune alla tradizione indoaria guerriera. Odino e i suoi guerrieri, Thor e tutti gli spiriti inquieti della paganità esautorata, ritornano a vivere nelle notti magiche dell’anno celtico, attraverso il rituale evocativo della leggenda e delle sue multiformi varianti. Dalla leggenda affiora così il nocciolo del Mito - pulsante di Verità. L’immagine del “guerriero-lupo”, metafora simbolica celata nel mito del ritorno dei “morti-guerrieri” e del loro variegato seguito (i "Bersekir" indo-germanici e tutte le creature nate dal fascino obliquo della memoria e della notte), è l’architrave spirituale della primordiale gerarchia iniziatica ariana. È un mito, come ci attesta Spada, presente in tutta l’area indoeuropea. Riportiamo un esempio fra i tanti possibili che conferma come la matrice originaria della leggenda in esame sia racchiusa nel rituale di iniziazione guerriera degli antichi popoli indo-arii; "il giovane spartano, detto Koros, per un anno viveva come un lupo sulle montagne, lontano dalla civiltà e senza alcun aiuto esterno: le tre fasi iniziatiche — separazione, transizione, incorporazione — potevano quindi giungere al loro completamento solo attraverso il ritorno all’originale, nel completo abbandono alla natura che conduceva all’apoteosi della selvatichezza. Tale “svezzamento” era necessario per definire l’iniziazione militare e formare ritualmente il nuovo guerriero, il rituale ha poi diffuso ampiamente la propria immagine simbolica” (6).

    Ecco quindi quale mito, nelle sue molteplici varianti filologiche, si nasconde dietro l’immagine arcana e magica della “Caccia Selvaggia” e del velo di terrore leggendario che la avvolge ancor oggi. Il Mito celtico si rivela lentamente, ma la sua verità intemporale è ancor viva...

    Per giungere però alla percezione spirituale più profonda della Verità tradizionale è necessario che la meditazione si svolga ancor più nell’intima essenza del Mito e della leggenda, dischiudendo così la bronzea porta del Walhalla, e le pareti di cristallo di Avallon, permettendo all’uomo contemporaneo di ricongiungersi con la sorgente di spiritualità indoaria che ancor vive nel profondo dell’anima di quei pochi in grado di percorrere i sentieri più arditi dello spirito - con audacia di Cuore e fermezza di Volontà. La leggenda, rivissuta nella meditazione e nella partecipazione emotiva con le sue pulsazioni più arcaiche, permette di ripercorrere il Cammino che ci riconduce al tempo delle origini, al tempo mitico al di sopra della Storia, quando la tradizione si manifestava splendente agli uomini, non celata come l’odierna età del Kali-yuga oggi esige. “La ripetizione periodica di riti tradizionali (nonché, nel caso di specie la meditazione offerta dal simbolismo archetipico della montagna) permette un ritorno ciclico in illo tempore, ossia ad principium. L’uomo della Tradizione non si sente creatore di storia, ma mira a ripetere la gesta antiche compiute dagli Dei e dagli Antenati nel tempo sacro aurorale, abolendo i ritmi del tempo profano e caduco: la storia diviene promanazione della metastoria” (7). Scrive Eliade: “non si produce nulla di nuovo nel mondo, poiché tutto è solamente la ripetizione degli stessi archetipi primordiali”. E così la “Caccia Selvaggia” si disvela come veicolo di sapienza al di là e al di sopra del tempo profano: eterna e profonda Verità che ancor oggi può essere colta e vissuta come nel tempo iperboreo delle origini delle stirpi indoarie. Tutti i miti conducono al “ritorno all’origine”. La “Caccia Selvaggia” cela il mito radicale della nostra stirpe: l’iniziazione guerriera, archetipo della tripartizione della struttura ontologica europea.

    Colta questa essenziale valenza del patrimonio mitico si può intuire l’importanza di quella che Eliade definiva “la tecnica tradizionale del ritorno all’indietro” (8), che permette, attraverso i passaggi sopra evidenziati (dalla leggenda al mito; dal mito alla Tradizione) di ritornare allo stato di perfezione spirituale paradisiaco ed innocente del mondo increato - lo Avallon celtico. Si tratta di una tecnica semplicemente accennata in queste note e che può oggi essere definita solo meditativa (attraverso la riflessione e la vivificazione del mito “mediato” dell’analisi della leggenda), ma che ha avuto anche ben più profonde potenzialità “operative” nel passato, come nella prassi iniziatica alchemica medievale. Il mito può così divenire “parola pronunciata che ripetendosi possiede la potenza decisiva: è la dichiarazione ripetuta di un avvenimento potente; è una celebrazione rituale in parole” (9): il mito è dunque una cratofania, una rivelazione della forza cosmogonica, è la “resurrezione narrativa della realtà primordiale” (Malinowski), esso permette di sfuggire alle paludi della modernità giungendo alla perfezione del momento in temporale originario: l’Alba del Tempo, il manifestarsi della Tradizione. Tornare alle sorgenti spirituali ove rampolla la pura e limpida “acqua di vita” della Tradizione celtica indoaria non è perciò chimera o utopia. Gli antichi Iniziati delle perdute Tradizioni indoeuropee ci hanno consegnato un prezioso scrigno lucente che ci permette di scoprire la purezza della Tradizione delle nostre origini: essa è velata dal manto fantastico delle leggende - e una delle più avvincenti è la “Caccia Selvaggia” - che affascinano e perpetuano l’ineffabile mistero del Sacro. Chi vuole può cogliere oltre il velo fantastico l’asse immutabile della Verità, la pura sorgente della nostra Tradizione indoaria; così può “ritornare” alla metastoria delle origini: primordiale, drammatica e talvolta anche tragica (come solo l’animo celtico può esserlo): questa metastoria arcaica può così essere conosciuta, rivissuta e ricordata: ed allora l’oscuro tempo della modernità si illuminerà di una luce sfolgorante che non potrà essere cancellata dall’animo: la luce mistica della incorrotta Tradizione indoaria che risorge attraverso le flebili leggende giunte a noi dalla notte dei Tempi. E la ricerca di una sapienza eterna attraversa le leggende, permette di far affiorare il cuore antico della Verità: la roccia immutabile della Tradizione celtica: “eadem mutata resurgo”.

    Edoardo Longo


    NOTE

    (1) Mariella Bernacchi, Nota Introduttiva a Dario Spada, La Caccia Selvaggia. Il volume ricomprende anche uno studio di Edoardo Longo dal titolo: Il ritorno alle sorgenti. Carattere intempora/e della Tradizione celtica. Mitemi classici di questa saga arcaica sono anche racchiusi nel magistrale racconto di Dario Wolf, A convegno sul Brenta, recentemente edito per i tipi della stessa collana editoriale.
    (2) Ezio Savino, Pan ci manca, Il Giornale 6 ottobre 1991.
    (3) Massimo Centini, Il sapiente del Bosco, ed. Xenia, Milano 1989, p. 101.
    (4) AA.VV., Il Regno Perduto, Il Cavallo Alato, Padova 1989.
    (5) P.C. Jorio, Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina, Priuli e Verlucca, Torino 1986, p. 102.
    (6) Massimo Centini, op. cit., p. 123.
    (7) Edoardo Longo, Samivel e il mito primordiale della montagna, Orion 75/90.
    (8) Mircea Eliade, Mito e Realtà, ed. Borla, Milano 1985, p. 107.
    (9) Bent Parodi, L'Iniziazione, ed. Pungitopo, Palermo 1986, p. 89.

    Dal sito http://www.centrostudilaruna.it/index.html

  2. #2
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    Edoardo Longo..?? L'avvocato Longo? Sarei davvero piacevolmente sorpreso se qualcuno mi confermasse che è lui l'autore di questo articolo e non un suo omonimo.

  3. #3
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    In Origine Postato da Eymerich
    Edoardo Longo..?? L'avvocato Longo? Sarei davvero piacevolmente sorpreso se qualcuno mi confermasse che è lui l'autore di questo articolo e non un suo omonimo.
    Caro Eymerich, è proprio lui... L'avvocato Longo è più noto, anche nel Web, per altri suoi scritti, ma non disdegna affatto simili argomenti... che, secondo il mio umile parere, farebbe meglio a privilegiare quanto meno perché ben più affascinanti...

  4. #4
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    Le sue più antiche origini sono da ricercarsi nella cultura celto-germanica, diffusa anche in Padania
    "Caccia Selvaggia", un mito indoeuropeo
    La magia di un corteo composto da elfi, guerrieri, animali, fate e folletti

    di Andrea Mascetti

    In tutta Europa è diffusissimo il mito della "Caccia Selvatica", rappresentato nei racconti popolari come un grande corteo fatato composto, a seconda delle varianti locali, da anime di defunti, guerrieri caduti in battaglia, animali, elfi, fate, folletti e da mille altre creature che l'immaginario dell'uomo Europeo ha fatto propri.Secondo la mitologia nordica è il potente dio Wotan (Odino) che precede la corsa degli spiriti e degli esseri fatati; è lui, il dio della guerra dei nostri antenati Longobardi, che corre nelle notti di tempesta in attesa del Ragnarokk, il tempo della fine del mondo.Anche di Re Artù si dice che guidi un esercito di guerrieri caduti fra i dolmen della Bretagna e, per rimanere nel campo della mitologia legata ai cicli del Graal, elementi analoghi li possiamo trovare in Goffredo di Montsmouth, nella sua Vita Merlini, dove si narra di quando Merlino si presentò alle nozze della moglie Guandalina (che voleva sposarsi con un altro uomo), in groppa ad un cervo seguito da un armata di cervi, capre e daini.Con tutta probabilità le più antiche radici di questo mito vanno ricercate nella cultura celto-germanica che tanto peso ha avuto nella definizione etno-culturale dei nostri popoli e del nostro patrimonio di miti e leggende. Il mito della caccia selvaggia, in particolare, era diffusissimo in Scandinavia, Austria, Germania, Svizzera e, naturalmente, nelle nostre zone alpine e prealpine. In Valle d'Aosta molte leggende parlano di questi cortei di spiriti che attraversano ghiacciai e valli nelle notti; nella Valtournanche, ad esempio, abbiamo due testimonianze interessanti. La prima narra che, sul ghiacciaio del Teodulo, si può scorgere, nelle notti di luna piena, una strana processione di anime guidate da un alfiere che conduce lo spettrale corteo da un capo all'altro della distesa gelata; la seconda leggenda segnala, sulla Gobba di Rolen, la presenza delle Fate della Neve che di notte giocano a rincorrersi per tutta l'estensione della colata di ghiaccio con le sembianze di fuochi luminosissimi.In Lombardia la "cascia selvadega" è presente in diverse episodi che vedono coinvolti uomini famosi e poveri pastori. Nel comasco, ad esempio, troviamo la leggenda relativa all'edificazione di San Pietro al Monte, relativa al voto del principe longobardo che recuperò la vista bagnandosi ad una fonte presso Civate, dopo essere stato accecato per aver inseguito ostinatamente un cinghiale diabolico.In Piemonte si ricordano i "canett" del cuneese che corrono nel circondario di Villar S.Costanzo nella notte tra il 31 Ottobre e il primo Novembre (la notte che per i Celti coincide con la festa di Samonios, il capodanno celtico che permetteva il passaggio dal modo degli spiriti a quello dei viventi) provocando una canea infernale. Sono tre le specie che vengono ricordate: alcuni lanciano grida più profonde e sono grossi animali più neri della notte, altri sono di media taglia e di colore grigio come le nuvole cariche di pioggia e gli ultimi infine sono piccoli e bianchi, simili ai cuccioli.Nella Valle di Challan, troviamo una sola cacciatrice selvaggia: è una capra che porta al collo delle campanelle che risuonano in modo lugubre, mentre erra di colle in colle aggirandosi in special modo sui lastroni di ghiaccio o sulla neve.Nella bergamasca, si chiama ancora "cascia morta" o più semplicemente "caccia del diavolo".La tradizione è particolarmente viva in Val di Scalve e in Val di Gandino dove con questi appellativi si indicano i fantasmi dei cacciatori invisibili che, se vengono chiamati a gran voce dagli increduli o dagli incauti, depositano, come prova della loro esistenza, dei pezzi di carne sulla soglia delle abitazioni, come nel caso di un'altra leggenda della Val Cavargna (tornando per un attimo nel comasco), nella quale si racconta di quando una valligiana un po' troppo intraprendente, al passare del corteo di spiriti ed esseri fatati, chiese: "O casciaduu de la bona cascia, demm un poo de vostra cascia"; al mattino, davanti alla porta di casa, trovò solo brani di carne putrefatta.


    Immagine tratta dal sito http://www.laboca.org/

    Un poeta, Bartolo Belotti, così descrive la "cascia" che corre nei pressi del paese di Spino, località vicino a San Pellegrino: "Negra di pelo, orribile, con gli occhi fiammeggianti, / vedevasi una cagna, /fuggire velocissima ululando; /e dietro a essa una affannosa mutadi segugi fantastici, e dovunque / voci d'inferno e stridere di catene, /che l'eco ripetea di balza in balza".Sempre sulle prealpi lombarde è diffusa la versione cristianizzata della "masnada", dove si narra di una folla di cani invisibili che altro non sarebbero che le anime dannate di cacciatori morti in peccato mortale i quali, nel giorno di S.Brigida (che coincide con la festa celtica di Imbolc), che una volta era il giorno di apertura della stagione di caccia, si radunavano in una casupola diroccata e la sera, dopo l'Angelus, sguinzagliavano i loro cani per le ampie vallate e per tutta la notte se ne andavano di roccia in roccia a fischiare e a urlare per richiamare quella scatenata folla di animali dispersi lungo i monti.Sempre in Lombardia, presso Como, si narra che in occasione dell'ultima visita di Eugenio IV a Firenze furono visti più di 4000 cani che correvano verso il nord; questi precedevano una immensa quantità di bestiame dietro al quale venivano una moltitudine di uomini armati a piedi o a cavallo, alcuni senza testa, altri con teste appena visibili; infine, dietro al singolare corteo, apparve un gigantesco cavaliere subito seguito da un altro corteo similare.A Bagolino, presso Brescia, le edicole funerarie poste sulla parete esterna del cimitero proteggono il viandante e sbarrano la strada alle streghe e ai morti cattivi che cavalcano come forsennati sopra un cavallo bianco seguiti da cani neri.Fuori dal paese li si sente abbaiare nella selva. Sono chiamati Baieti, strani e lugubri latrati che si odono particolarmente nelle notti estive.Ma è nel Veneto che troviamo le tracce più significative di questo mito indoeuropeo; secondo la tradizione, infatti, fu il Concilio di Trento che confinò i vecchi idoli pagani della caccia selvaggia nella splendida Val di Genova. Quivi sorgono tre chiese, edificate a quel tempo, che ne bloccano l'uscita: S.Stefano, al centro della vallata; S.Martino, in alto vicino alle grandi cime; S.Giuliano, in fondo dove la montagna è meno aspra. Infine una quarta chiesa dedicata a San Virgilio, tiene a bada i demoni che premono da Nambrone a Nambino. Di notte però, quando l'oscurità avvolge le montagne, le potenze oscure lasciano libero sfogo a tutta la loro esuberanza e, da una parte all'altra della valle, è tutto un agitarsi di presenze inquietanti e fantastiche che scorrazzano fino alle prime luci dell'alba.Così non è difficile udire, specialmente nelle dodici notti che vanno da Natale all'Epifania, i misteriosi richiami dei cagnolini di Altrech che abbaiano da un versante all'altro della montagna con echi che si spengono in lunghi acuti.Altri personaggi della mitologia alpina, per metà animali e per metà diavoli, che possono in qualche modo ricondurci alla caccia selvaggia, sono il famoso "Ce de Lu" (Capo dei Lupi) conosciuto in tutto il sud Tirolo e specialmente nella Valle Udai e nella Val Duron; ed anche tale "Zampa de Gal", che sembra faccia buona guardia all'ingresso della Val di Genova.Di queste e di molte altre leggende legate al mito della Caccia Selvaggia troviamo indicazioni interessanti in almeno due libri che vogliamo segnalare all'attenzione dei lettori: il primo è "La Caccia Selvaggia" di Dario Spada (Edizioni Barbarossa), mentre il secondo è "Leggende delle Alpi" di Maria Savi-Lopez (Edizioni Piemonte in Bancarella).Ma mille altre leggende sparse per le nostre Alpi attendono solo di essere riportate al nostro immaginario per permetterci di riudire quegli antichi miti che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità e di cui è nostro compito conservare il calore ed il senso più profondo, per non dimenticare mai chi siamo e da dove veniamo.

    Da La Padania, 14 giugno 1998

 

 

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