Le sue più antiche origini sono da ricercarsi nella cultura celto-germanica, diffusa anche in Padania
"Caccia Selvaggia", un mito indoeuropeo
La magia di un corteo composto da elfi, guerrieri, animali, fate e folletti
di Andrea Mascetti
In tutta Europa è diffusissimo il mito della "Caccia Selvatica", rappresentato nei racconti popolari come un grande corteo fatato composto, a seconda delle varianti locali, da anime di defunti, guerrieri caduti in battaglia, animali, elfi, fate, folletti e da mille altre creature che l'immaginario dell'uomo Europeo ha fatto propri.Secondo la mitologia nordica è il potente dio Wotan (Odino) che precede la corsa degli spiriti e degli esseri fatati; è lui, il dio della guerra dei nostri antenati Longobardi, che corre nelle notti di tempesta in attesa del Ragnarokk, il tempo della fine del mondo.Anche di Re Artù si dice che guidi un esercito di guerrieri caduti fra i dolmen della Bretagna e, per rimanere nel campo della mitologia legata ai cicli del Graal, elementi analoghi li possiamo trovare in Goffredo di Montsmouth, nella sua Vita Merlini, dove si narra di quando Merlino si presentò alle nozze della moglie Guandalina (che voleva sposarsi con un altro uomo), in groppa ad un cervo seguito da un armata di cervi, capre e daini.Con tutta probabilità le più antiche radici di questo mito vanno ricercate nella cultura celto-germanica che tanto peso ha avuto nella definizione etno-culturale dei nostri popoli e del nostro patrimonio di miti e leggende. Il mito della caccia selvaggia, in particolare, era diffusissimo in Scandinavia, Austria, Germania, Svizzera e, naturalmente, nelle nostre zone alpine e prealpine. In Valle d'Aosta molte leggende parlano di questi cortei di spiriti che attraversano ghiacciai e valli nelle notti; nella Valtournanche, ad esempio, abbiamo due testimonianze interessanti. La prima narra che, sul ghiacciaio del Teodulo, si può scorgere, nelle notti di luna piena, una strana processione di anime guidate da un alfiere che conduce lo spettrale corteo da un capo all'altro della distesa gelata; la seconda leggenda segnala, sulla Gobba di Rolen, la presenza delle Fate della Neve che di notte giocano a rincorrersi per tutta l'estensione della colata di ghiaccio con le sembianze di fuochi luminosissimi.In Lombardia la "cascia selvadega" è presente in diverse episodi che vedono coinvolti uomini famosi e poveri pastori. Nel comasco, ad esempio, troviamo la leggenda relativa all'edificazione di San Pietro al Monte, relativa al voto del principe longobardo che recuperò la vista bagnandosi ad una fonte presso Civate, dopo essere stato accecato per aver inseguito ostinatamente un cinghiale diabolico.In Piemonte si ricordano i "canett" del cuneese che corrono nel circondario di Villar S.Costanzo nella notte tra il 31 Ottobre e il primo Novembre (la notte che per i Celti coincide con la festa di Samonios, il capodanno celtico che permetteva il passaggio dal modo degli spiriti a quello dei viventi) provocando una canea infernale. Sono tre le specie che vengono ricordate: alcuni lanciano grida più profonde e sono grossi animali più neri della notte, altri sono di media taglia e di colore grigio come le nuvole cariche di pioggia e gli ultimi infine sono piccoli e bianchi, simili ai cuccioli.Nella Valle di Challan, troviamo una sola cacciatrice selvaggia: è una capra che porta al collo delle campanelle che risuonano in modo lugubre, mentre erra di colle in colle aggirandosi in special modo sui lastroni di ghiaccio o sulla neve.Nella bergamasca, si chiama ancora "cascia morta" o più semplicemente "caccia del diavolo".La tradizione è particolarmente viva in Val di Scalve e in Val di Gandino dove con questi appellativi si indicano i fantasmi dei cacciatori invisibili che, se vengono chiamati a gran voce dagli increduli o dagli incauti, depositano, come prova della loro esistenza, dei pezzi di carne sulla soglia delle abitazioni, come nel caso di un'altra leggenda della Val Cavargna (tornando per un attimo nel comasco), nella quale si racconta di quando una valligiana un po' troppo intraprendente, al passare del corteo di spiriti ed esseri fatati, chiese: "O casciaduu de la bona cascia, demm un poo de vostra cascia"; al mattino, davanti alla porta di casa, trovò solo brani di carne putrefatta.
Un poeta, Bartolo Belotti, così descrive la "cascia" che corre nei pressi del paese di Spino, località vicino a San Pellegrino: "Negra di pelo, orribile, con gli occhi fiammeggianti, / vedevasi una cagna, /fuggire velocissima ululando; /e dietro a essa una affannosa mutadi segugi fantastici, e dovunque / voci d'inferno e stridere di catene, /che l'eco ripetea di balza in balza".Sempre sulle prealpi lombarde è diffusa la versione cristianizzata della "masnada", dove si narra di una folla di cani invisibili che altro non sarebbero che le anime dannate di cacciatori morti in peccato mortale i quali, nel giorno di S.Brigida (che coincide con la festa celtica di Imbolc), che una volta era il giorno di apertura della stagione di caccia, si radunavano in una casupola diroccata e la sera, dopo l'Angelus, sguinzagliavano i loro cani per le ampie vallate e per tutta la notte se ne andavano di roccia in roccia a fischiare e a urlare per richiamare quella scatenata folla di animali dispersi lungo i monti.Sempre in Lombardia, presso Como, si narra che in occasione dell'ultima visita di Eugenio IV a Firenze furono visti più di 4000 cani che correvano verso il nord; questi precedevano una immensa quantità di bestiame dietro al quale venivano una moltitudine di uomini armati a piedi o a cavallo, alcuni senza testa, altri con teste appena visibili; infine, dietro al singolare corteo, apparve un gigantesco cavaliere subito seguito da un altro corteo similare.A Bagolino, presso Brescia, le edicole funerarie poste sulla parete esterna del cimitero proteggono il viandante e sbarrano la strada alle streghe e ai morti cattivi che cavalcano come forsennati sopra un cavallo bianco seguiti da cani neri.Fuori dal paese li si sente abbaiare nella selva. Sono chiamati Baieti, strani e lugubri latrati che si odono particolarmente nelle notti estive.Ma è nel Veneto che troviamo le tracce più significative di questo mito indoeuropeo; secondo la tradizione, infatti, fu il Concilio di Trento che confinò i vecchi idoli pagani della caccia selvaggia nella splendida Val di Genova. Quivi sorgono tre chiese, edificate a quel tempo, che ne bloccano l'uscita: S.Stefano, al centro della vallata; S.Martino, in alto vicino alle grandi cime; S.Giuliano, in fondo dove la montagna è meno aspra. Infine una quarta chiesa dedicata a San Virgilio, tiene a bada i demoni che premono da Nambrone a Nambino. Di notte però, quando l'oscurità avvolge le montagne, le potenze oscure lasciano libero sfogo a tutta la loro esuberanza e, da una parte all'altra della valle, è tutto un agitarsi di presenze inquietanti e fantastiche che scorrazzano fino alle prime luci dell'alba.Così non è difficile udire, specialmente nelle dodici notti che vanno da Natale all'Epifania, i misteriosi richiami dei cagnolini di Altrech che abbaiano da un versante all'altro della montagna con echi che si spengono in lunghi acuti.Altri personaggi della mitologia alpina, per metà animali e per metà diavoli, che possono in qualche modo ricondurci alla caccia selvaggia, sono il famoso "Ce de Lu" (Capo dei Lupi) conosciuto in tutto il sud Tirolo e specialmente nella Valle Udai e nella Val Duron; ed anche tale "Zampa de Gal", che sembra faccia buona guardia all'ingresso della Val di Genova.Di queste e di molte altre leggende legate al mito della Caccia Selvaggia troviamo indicazioni interessanti in almeno due libri che vogliamo segnalare all'attenzione dei lettori: il primo è "La Caccia Selvaggia" di Dario Spada (Edizioni Barbarossa), mentre il secondo è "Leggende delle Alpi" di Maria Savi-Lopez (Edizioni Piemonte in Bancarella).Ma mille altre leggende sparse per le nostre Alpi attendono solo di essere riportate al nostro immaginario per permetterci di riudire quegli antichi miti che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità e di cui è nostro compito conservare il calore ed il senso più profondo, per non dimenticare mai chi siamo e da dove veniamo.
Da La Padania, 14 giugno 1998