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    Arrow Focus: La crisi globale

    ECONOMIA 2009


    Italia-Mondo: Finanza, tagli e dettagli


    Eugenio Benetazzo

    Dalla metà degli anni ‘90 per l’Italia è iniziato un lento processo di declino industriale: sono stati fatti entrare a frotte milioni di extracomunitari con il solo scopo di consentire ai grandi gruppi industriali di poter abbassare i costi di manifattura (grazie a persone disperate disposte a lavorare con retribuzioni minori rispetto agli italiani), di lì a poco è stato introdotto il lavoro interinale come soluzione per “snellire” l’attività di impresa che in poco tempo ha fatto nascere una nuova fascia sociale, quella dei precari, infine si è dato inizio ad una lenta opera di deindustrializzazione aiutando gli industriali a smantellare le loro aziende per spostarle al di fuori dei confini italiani e decretando così la fine di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Quanto sta accadendo in questi ultimi 18 mesi non può essere definito genericamente come semplice crisi, come ci vogliono far credere i media tradizionali con il loro gracchiante vociferare, quanto piuttosto come una vera e propria emergenza che sino ad oggi ha manifestato solo il primo dei sue tre aspetti, ovvero quello finanziario.
    Adesso dovranno arrivare le altre due sfaccettature, quella industriale e quella sociale, entrambe legate da questo scellerato ed osannato modello economico imposto dal Wto in cui tutti i paesi occidentali hanno dovuto lentamente e progressivamente regalare le loro produzioni ed i loro ordinativi industriali alle nuove aree emergenti di questo millennio, così facendo si sono create le condizioni sociali ed industriali per una impensabile sperequazione.
    L’Inghilterra regna sovrana su questo, il modello thatcheriano (privatizzazioni e dismissioni forzate dei gangli strategici della nazione) sta dimostrando come l’eccesso di liberismo economico produca l’esatto opposto di quello che aveva promesso. Gli Usa che sono stati il primo paese a delocalizzare (con Messico ed India) hanno pagato il conto con la loro stessa solidità finanziaria. Per chi non lo avesse ancora compreso i mutui sub-prime sono detonati perché lentamente sono stati bruciati milioni di posti di lavoro e persone che avevano contratto precedentemente debiti per vivere non sono più stati in grado di ripagarli (la Fed poi ci ha marciato accelerando il processo di polverizzazione finanziaria).
    Ormai dovremmo parlare di una mutazione genetica per il nostro tessuto socioeconomico: il turbo-capitalismo ci sta presentando i conti. E siamo appena agli inizi. Chi continua a profetizzare la fine di questa cosiddetta “crisi” temo che non abbia veramente ancora compreso che cosa stia accadendo. L’Italia è un paese manifatturiero (per quello che rimane) ed esportatore, questo significa che per esserci veramente ripresa questa deve realizzarsi al di fuori dei nostri confini, consentendo alla nostra economia di seguire a traino. Tra meno di quindici anni saremo catapultati al quindicesimo posto su scala planetaria, non saremo più un paese industrialmente rilevante, ma uno stato depresso in lento e silenzioso declino. Direi proprio silenzioso perché di giovani a gridare ce ne saranno sempre meno: sempre tra quindici anni oltre il 40 per cento della popolazione avrà un’età superiore ai sessant’anni. Da Bel Paese un tempo, presto saremmo denominati come il cimitero degli elefanti. La contrazione della capacità produttiva industriale che si è verificata in questi ultimi mesi ci ha proiettati ai livelli di produttività di oltre quindici anni fa (non penso che si riuscirà mai più a recuperare questi livelli).
    Il futuro è piuttosto delineato, chi è vecchio vivrà con quei quattro soldi messi da parte e chi è giovane si troverà a doversi inventare la vita di tutti i giorni, lavorando a missione e a singhiozzo: già tra cinque anni almeno 1/5 se non 1/4 delle aziende italiane si estinguerà o si ritirerà dal mercato, lasciando un profondo vuoto a livello occupazionale.
    Non dimentichiamo inoltre come le pesanti situazioni di default finanziario che stanno vivendo le imprese italiane presto si riverserà proprio sui bilanci delle stesse banche che adesso (grazie alle strepitose opere di privatizzazione riguardanti appunto lo stesso sistema bancario italiano) continuano a dettare legge su chi vive e chi dovrà estinguersi. Chi pensa di replicare il modello inglese per assorbire gli esuberi occupazionali, puntando quindi tutto sul terziario (settore dei servizi) probabilmente si è laureato per corrispondenza in Economia Davanti e Commercio Dietro presso l’Università per Barbieri. A livello nazionale non vi è una forza politica che si faccia portavoce di esigenze di protezionismo nei confronti dei nostri gloriosi ed invidiati distretti industriali, l’unica risorsa che avevamo ovvero la distintività ed originalità della manifattura italiana è stata brutalmente sacrificata per permettere a paesi come la Cina di assorbire, copiare e far morire le nostre tipiche produzioni, diventando nel frattempo la grande fabbrica del pianeta. A nostro modo di vedere l’unica salvezza potrebbe essere un incredibile e improvviso cambio di governance politica che faccia emergere un “tribuno del popolo” stile Lula in Brasile, che contrasti e metta fine a questo diktat economico che sta portando il paese al suicidio industriale, sociale ed economico.

    02/12/2009

    Italia Sociale

  2. #2
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    Predefinito Rif: Focus: La crisi globale

    ECONOMIA 2009


    Crisi: Draghi assolve economisti e banchieri


    Il suo intervento alla 50esima riunione scientifica annuale della Società italiana degli economisti è stata l’occasione per Mario Draghi per ribadire la sua fede nel Libero Mercato, al di là dei problemi che negli ultimi anni ne hanno seriamente messo in crisi le fondamenta. Il governatore della Banca d’Italia ha affermato che le risposte date alla crisi sono state efficaci grazie al lavoro degli economisti che non hanno fatto mancare i loro consigli ai governi. La professione di economista, ha sostenuto, deve essere valutata in primis per le risposte che ha saputo finora dare alla crisi. E allora, da questo punto di vista il bilancio è “largamente positivo”.
    In verità ci pare di ricordare che le principali misure adottate dai governi siano state quelle di versare sostanziosi aiuti pubblici alle banche private che erano finite sull’orlo del baratro a causa delle proprie speculazioni. Seguite dalle analoghe iniziative delle banche centrali di immettere liquidità nel sistema finanziario internazionale per evitarne il collasso. Misure che, al di là delle responsabilità di questo o quel soggetto, sono andate a compensare l’incapacità delle autorità di controllo e degli stessi economisti di prevedere l’uragano che stava arrivando. Economisti che, nonostante le lodi auto referenziali, non erano stati in grado di leggere il divenire dell’economia, al di là delle sue aride cifre. Così la funzione degli economisti è tornata di attualità solo per il dopo crisi non essendo stati all’altezza del proprio ruolo per evitarla o quantomeno per lanciare il necessario allarme.
    Draghi, dopo aver sostenuto che sono state messe in campo misure “senza precedenti per ammontare e per tipologia”, ha rivendicato a merito degli economisti quello di averne determinato la dimensione e la natura, mentre si era di fronte ad un disorientamento generale e all’incapacità diffusa di fornire una terapia adatta alla crisi. Affermazioni che implicano una deformazione della realtà. “Si sono sognati pogrom di economisti - ha lamentato - e si è aperta una caccia al colpevole”. Ma Draghi ha insistito, e rilanciando nel suo peana liberista, ha affermato che grazie agli economisti, si sono evitati errori. Come ad esempio, e ti pareva, “il ricorso a misure protezionistiche”. Le stesse, a suo dire, che in altre occasioni, si erano rivelati “letali”. Insomma il Libero Mercato globale è la panacea di tutti i mali e il migliore dei mondi possibili anche se diffonde povertà e disoccupazione.
    Certo, ha dovuto concedere l’ex dirigente della Goldman Sachs, si deve cogliere da questa crisi “lo stimolo a riflettere seriamente e senza pregiudizi sull’adeguatezza dello strumentario analitico degli economisti, per correggere errori e individuare fruttuose direzioni di marcia per il futuro”.
    Ma poi una assoluzione generale per gli economisti e per se stesso come presidente del Fsb (Financial Stability Board) che dovrebbe monitorare le distorsioni dei mercati. In particolare quando Draghi ha sostenuto che la capacità di previsione negli anni precedenti la crisi sia stata migliore di quanto comunemente ritenuto. A suo avviso infatti, “molti degli squilibri, degli eccessi, degli incentivi distorti che avrebbero potuto condurre alla crisi erano stati identificati in importanti contributi”. E allora perché la crisi è arrivata praticamente inaspettata? Secondo Draghi, questo è stato determinato anche da un’analisi che rimaneva ostinatamente macroeconomica sulle reali condizioni del settore finanziario. Affermazione che significa che nessuno di quanti dovevano controllare è andato a studiare ad esempio la situazione della singola banca.
    Ma non c’è dubbio, ha dovuto ammettere ancora, che si sia rivelata mal riposta la fiducia nella capacità del mercato di autoregolarsi e generare in ogni circostanza allocazioni efficienti delle risorse. In altre parole è saltato il fondamento del Libero Mercato. Così, soprattutto negli Usa, l’equazione “Libero Mercato uguale mercato senza regole” era divenuta il patrimonio comune di molti politici e autorità di controllo o regolatrici. Come ad esempio, ma questo Draghi non lo ha detto, le banche centrali.

    24/10/2009

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  3. #3
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    Predefinito Rif: Focus: La crisi globale

    NOTIZIE 2009



    Analisi del mercato finanziario e borsistico


    di Eugenio Benetazzo

    Soffermiamoci a fare una considerazione sull'andamento dell'indice americano S&P500, di fatto l'indice guida per tutte le borse del pianeta, il quale tuttavia da alcuni trimestri inizia a sentire l'ingombrante influenza dell'indice cinese, lo Shangai Composite. Chi segue le mie analisi sicuramente si ricorda della proiezione grafica a 5 onde di Elliott che mi aspetto per i prossimi mesi.
    Sostanzialmente all'interno di un ciclo ribassista a 5 onde i questo momento stiamo cavalcando una onda 4 correttiva di impulso rialzista dentro un bear market. Le recenti sedute di borsa sono state tuttavia caratterizzate da una inattesa spinta al rialzo. Cerchiamo di delineare un quadro di analisi: nonostante il clamore dei media il peggio non è ancora passato, ci aspetta un ottobre rosso almeno sul piano ocupazionale, nelle ultime due settimane sono fallite altre 9 banche negli USA con una frequenza sempre più incalzante, i governi europeri parlano di ripresa del PIL per il 2010 con un modesto + 0,2 quando il 2009 finirà con almeno un - 5 %, per non parlare sempre della disoccupazione negli USA ormai oltre il 9,5 %.
    Non dobbiamo infatti dimenticare che se la grande depressione che ci si aspettava ancora un anno fa si è risolta o trasformata in una grande recessione, questo non significa che non ci saranno significative contrazioni sui livellli dei consumi e dei livelli di profitto per le aziende (considerate che negli ultimi tre trimestri le trismesrali sugli utili delle imprese americane hanno visto un miglioramento rispetto alle attese, ma sono pur sempre in calo progressivo).
    A sentire piccoli e medi imprenditori non si percepiscono segnali di effettivo rallentamento tanto meno di inversione. Su questo fronte la Cina è il paese che preoccupa di più, il governo continua a sostenere l'attività industriale aumentando vistosamente la quantità di credito, ma ricordiamo sempre che le imprese cinesi trattano ordinativi di output industriale dall'Europe e dagli USA se queste stesse aree sono poi in grado di assorbire quanto richiesto.
    Le giornate di rialzo borsistico si sono verificate durante le due settimane centrali di agosto, in piena pausa estiva, con bassi volumi e grandi operatori istituzionali assenti. La mia view tecnica, osservando il grafico postato, è pertanto di una ripresa della discesa già nelle prossime sedute con un'accentuazione della caduta per il mese di ottobre. La rottura di area 980 punti di S&P500 daranno un forte segnale ribassista.
    Per cavalcare il ribasso vi sono numerosi ETF con strategia di short selling. Abbandonerò questa view solo se l'indice chiuderà sopra i 1050 punti sulla chiusura weekly. Termino infine con una considerazione sui volumi di negoziazione troppo esigui e con segnali contrastanti in tema di indicatori sull'attuale trend rialzista. Appuntamento tra 15 giorni per il prossimo aggiornamento.

    01/09/2009

    Italia Sociale

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    Predefinito Rif: Focus: La crisi globale

    NOTIZIE 2009


    Corriamo il rischio che venga creata una super-banca mondiale


    di Eugenio Benetazzo

    Il vero pericolo di questo G8 è che si arrivi alla costituzione di un governo bancario mondiale attraverso un organismo monetario e finanziario di controllo del pianeta. Ne è convinto Eugenio Benetazzo, ex-bocconiano e ora primo ed unico predicatore finanziario in Italia (come lui stesso si definisce nel suo sito), che ad Affaritaliani.it spiega i rischi di un super-organismo in balia delle lobby. La crisi? E’ solo un primo assaggio di quello che arriverà nel 2012 a livello macroeconomico, energetico e alimentare, spiega il broker indipendente detto il Beppe Grillo della finanza, tra i pochissimi ad aver preannunciato in un saggio del 2006 la tempesta finanziaria. Secondo Benetazzo la colpa è tutta del Wto che “sta creando uno spostamento di ricchezza da Occidente ad Oriente, mettendo in seria difficoltà l'attività occupazionale dei Paesi occidentali con le delocalizzazioni”. Come uscirne? Col protezionismo e restituendo ai singoli Stati la sovranità monetaria.

    Oggi (ieri,ndr) è iniziato il G8. I grandi della Terra cercano di mettere a punto nuove regole per la finanza mondiale, ma le divisioni al loro interno sono ancora molte. Che cosa succederà?

    "La preoccupazione principale non è la regulation finanziaria: non è qui che sta il marcio. Il rischio è che ci sia una volontà occulta di arrivare silenziosamente ad un governo bancario mondiale attraverso un organismo monetario e finanziario di controllo del pianeta. Questo sì che potrebbe essere un grande problema. E a questo proposito non è casuale che la stessa Cina oltre due mesi fa abbia detto che non è più possibile far reggere gli equilibri del sistema finanziario sul dollaro Usa, chiedendo di fatto una nuova moneta internazionale".

    Quindi lei vede come un pericolo l'istituzione di un super-organismo internazionale di controllo.

    "Sì. E' una vera e propria minaccia".

    Perché?

    "Perché metterebbe tutte le economie dei singolo Paesi nelle mani della due diligence, del controllo, della vigilanza e delle politiche monetarie di un unico interlocutore. E basta vedere come già adesso Fed, Bce, Boe e Boj, pur mantenendo una loro cosiddetta indipendenza, abbiano dimostrato politiche monetarie fallimentari. Prenda l'Europa, che è governata da più di 10 anni dalla Banca Centrale Europea: tutti i Paesi che stanno abbracciando la politica Ue sono pesantemente in difficoltà. E uno di questi Paesi è il nostro che non può più contare su strumenti monetari propri come l'emissione di debito pubblico, l'aumento o la diminuzione dei tassi di interesse... "

    Quindi lei teme la fusione delle principali banche centrali in un solo organo con super-poteri?

    "Si presume che si tratti di una sorta di fusione. Con la coneseguente perdita o rinuncia di sovranità monetaria degli Stati a favore di un organismo esterno che si occuperà di armonizzare i flussi finanziari, la regulation di 4 aree economiche strategiche..."

    Quello che di fatto c'è già in Europa con la Bce...

    "Esatto. Il problema è che si passerebbe ad una nuova Banca mondiale, ancora più lontana, dove delle lobby occulte avranno ancora più potere..."

    Quali lobby?

    "Meglio non parlarne".

    Se però i Paesi del G8 non sembrano riuscire ad accordarsi sulle nuove regole da dare ai mercati, non è più difficile che riescano di comune accordo a fondare una banca centrale comune?

    "Non è necessario che si mettano tutti d'accordo. Anzi: già il fatto che siano tutti in disaccordo, pone le condizioni per creare un soggetto super-partes. Ma ripeto: il marcio non è nelle regulation...".

    E dov'è?

    "Nel Wto. Che sta creando uno spostamento di ricchezza da Occidente ad Oriente, mettendo in seria difficoltà l'attività occupazionale dei Paesi occidentali con le delocalizzazioni. I mutui Usa, per esempio, non sono stati pagati proprio a causa della delocalizzazione: i subprime esistono da più di 30 anni ma sono venute meno le condizioni da parte dei soggetti interessati di poter pagare i propri impegni debitori a causa della perdita di milioni di posti di lavoro".

    E il Wto che cosa c'entra?

    "Spingendo per l'internazionalizzazione degli scambi mercantili e poi anche per l'abbattimento dei dazi doganali per favorire grandi corporation alimentari e industriali, ha portato a questo tipo di trasformazione societaria".

    Nel suo libro-dvd in uscita L'economia allo sbando (Macroedizioni) lei parla di 3 crisi in arrivo: macroeconomica, alimentare e energetica.

    "C'è una convergenza di fattori a livello macroeconomico, energetico, alimentare che poteranno ad esplodere una grande crisi planetaria dopo il 2012. La crisi che stiamo attraversando è solo una prima sfaccettatura: abbiamo avuto la manifestazione finanziaria, ora ci aspetta quella sociale".

    E come si fa a contrastare questa crisi?

    "Le strade ci sono. E non è certo internazionalizzandosi che si risolvono i problemi. Bisogna interrompere lo strapotere del Wto. Quindi: iniziare ad embargare l'Europa nei confronti di tutti i prodotti che iniziano a proliferare e invadere i mercati europei, consentendo la protezione dell'artigianato e dell'industria europea con manodopera autoctona. Si tratta semplicemente di difendere i livelli occupazionali: gli stessi che adesso l'Inghilterra rimpiange, a distanza di 20 dalle scelte della Thatcher e del suo processo di de-industrializzazione".

    Tornare all'industria, questa la ricetta?

    "Poi bisognerebbe ripristinare la sovranità monetaria all'interno del nostro Paese e avere una Banca Centrale che emette moneta per conto proprio".

    Quindi dire addio alla Bce e alla Ue?

    "Sì. Anche se potremmo mantenere una moneta per le spese infrastrutturali e, localmente, divise locali. Ricordiamoci: l'euro è un marco travestito, serve solo alla Germania che esporta fuori dall'Ue. Per l'Italia, per esempio, si sta prospettando il cosiddetto scenario argentino: moneta troppo forte e economia troppo debole".


    17/07/2009


    Italia Sociale

  5. #5
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    Predefinito Rif: Focus: La crisi globale

    CRISI GLOBALE: ORMAI E' DEPRESSIONE!


    Dopo un settembre vissuto dall'economia mondiale in maniera drammatica, il futuro si è fatto oscuro ed incerto anche per gli analisti più ottimisti.
    Basti vedere il flop delle stime di crescita rilasciate dall'insieme delle istituzioni economiche nazionali e mondiali, i quali, in un anno, sono stati costretti in blocco a rivedere al ribasso le stime di 2 o più punti percentuali per l'anno in corso.
    Senza contare le performance delle borse che l'anno scorso venivano date in crescita per il 2002 (dal 10 al 25%) ed invece è diventata una "Caporetto" per milioni di investitori, i quali si trovano oggi a piangere sulle illusioni dorate, abilmente artefatte dai promotori finanziari di mezzo mondo.
    Fiducia dei consumatori e consumi al lumicino, inflazione reale e carovita allo stremo, sfido chiunque ad elencare un indicatore economico positivo!
    Possiamo fare una panoramica sulle condizioni di quelle singole economie che un giorno erano di traino alla globalizzazione, visto l'insistente clima di fiducia che viene irresponsabilmente propagandato da governati ed esperti.
    La locomotiva USA non funziona più dal marzo 2000 (data di inizio della caduta delle borse). La favola della NEW ECONOMY presentata come il futuro dell'economia USA e mondiale è rovinosamente finita tra scandali, truffe miliardarie, supermanager con le tasche piene e risparmiatori con le tasche vuote. Lo scoppio delle bolle speculative hanno fatto più danni del crollo delle Torri Gemelle. Un'economia tenuta a galla con i forti interventi del Governo Federale di Bush che ora pensa di far la guerra all'Iraq per rilanciare investimenti e produzione interna. Una mera follia che non salverà gli Stati Uniti dalla morsa recessiva.
    Possiamo parlare del Giappone il gioiello economico degli anni '80 ora sull'orlo del collasso finanziario dovuto all'indebitameto dei gruppi bancari. Un economia malata da dieci anni che, nonostante i mega investimenti statali, non riesce a risolvere i suoi problemi, anzi ora si trova a far fronte all'ennesima recessione con il peso di un immenso deficit pubblico. L'Europa (UE) vive ormai da tempo nel limbo dell'economia con una crescita appena visibile e il debito pubblico di vari partners che pesa fortemente sul patto di stabilità.
    Il sud America è ormai al collasso e prigioniera del debito estero, vedi per tutti la condizione dell'Argentina. L'Europa dell'Est, dopo l'apertura all'economia del libero mercato si trova ancora ferma nelle stesse condizioni depressive che già esistevano durante il periodo del crollo del blocco sovietico. In Africa, Asia la povertà e la guerra sono le uniche cose che crescono. Sfido ancora qualsiasi persona a dirmi dove il neo liberismo perpetrato tramite la globalizzazione economica abbia creato il tanto decantato sviluppo economico!
    Ora tutti corrono ai ripari per arginare la depressione alle porte. Tutti parlano di di austerità, tagli alla spesa pubblica, di riforme strutturali per contenere il debito pubblico e privato. Si parla di nuove regole per moralizzare il mercato e far fronte agli scandali finanziari che hanno coinvolto istituzioni pubbliche e private. Ma le misure che si stanno intraprendendo per affrontare la crisi sono veramente in grado di cambiare direzione all'infausto destino dell'economia mondiale? La risposta è no! Vediamo perché.
    Negli Stati Uniti con il caso Enron si è aperta una campagna moralizzatrice che tende a creare pene un po' più severe per i reati di concussione e falso in bilancio con multe più salate ma non con un aumento delle pene detentive. Non voglio qui discutere se è meglio la galera o le multe, ma in una situazione di così grave crisi i cambiamenti devono essere strutturali, in maniera da combattere la speculazione e i sistemi di investimento che la creano. Il mercato finanziario oggi assomiglia più ad una bisca o ad un casinò con i tavoli truccati, legalmente autorizzati ed in queste condizioni come si può pretendere di salvaguardare il popolo degli investitori e punire gli speculatori?
    Dopo la crisi del '29 Kynes fece varare regole molto più rigide e severe per ingabbiare gli investimenti ad alto rischio in maniera che questi fossero indirizzati verso la produzione di beni dell'industria manifatturiera. Oggi la deregulation e i conseguenti disastri sono maggiori del periodo antecedente alla Grande Depressione e la stretta per logica dovrebbe essere più forte.
    Altro esempio di come si affronta la crisi lo possiamo fare con la finanziaria varata qualche giorno fa dal governo Berlusconi. I Paesi come l'Italia che hanno dei forti debiti pubblici e si trovano ad affrontare una crisi come questa, non si possono permettere di varare degli interventi che con una mano danno (la detassazione) e con l'altra tolgono (il taglio dei fondi agli enti locali). La riforma fiscale allenta la morsa sui contribuenti che però saranno costretti a rinunciare o a pagare di tasca loro quei servizi che gli enti locali non potranno più dare per il taglio dei fondi. Questa situazione potrà portare nell'ipotesi migliore al pareggio di bilancio, ma se si eccederà nella detassazione si creerà un maggior deficit (che poi in qualche maniera dovrà essere recuperato). E' sicuro che a queste condizioni non ci sarà la possibilità di intervenire con investimenti ad esempio per il sud. Una finanziaria inutile e pericolosa per affrontare la crisi in corso: con la demagogia e l'improvvisazione non si affronta una situazione straordinaria come questa. C'è chi pensa che la crisi si possa affrontare con le teorie Kynesiane di interventismo e di ricapitalizzazione dell'economia con i soldi dello Stato ma questo non è più possibile perché in cassa ci sono solo debiti.
    Il primo passo per affrontare l'attuale situazione è quello di ammettere che questa è una crisi di sistema e delle teorie che lo sostengono: il fallimento del neoliberismo è sotto gli occhi di tutti e ormai non ci si può più nascondere dietro la foglia di fico. Vanno trovati sistemi alternativi che garantiscano una maggior distribuzione della ricchezza, che risolva l'abisso che c'è tra l'estrema povertà dei Paesi Poveri o in via di sviluppo e l'opulenta ricchezza di una esigua minoranza dei super ricchi dei Paesi sviluppati.
    Secondo la Teoria dell'Utilizzazione Progressiva, PROUT, le misure che devono essere intraprese per contrastare la crisi devono avere le seguenti caratteristiche:

    1. Diminuzione delle disparità economiche e distribuzione della ricchezza aumentando il potere d'acquisto della popolazione attraverso l'incremento della produzione.
    Va dato corpo ad una nuova politica dei redditi basata sull'aumento salariale parificato all'aumento della produttività. In questa maniera si otterranno gli stimoli economici e psico economici per dare sicurezza e incentivo al consumo. In questa direzione si troverà l'equilibrio per un naturale controllo dell'inflazione che ha già iniziato a preoccupare il popolo dei consumatori.

    2. Riduzione delle differenze di patrimonio.
    Il deficit pubblico è una spada di Damocle che incombe sulla testa di tutti gli italiani. Va programmata una riforma fiscale che non intacchi i redditi delle persone o delle imprese ma che tenga conto delle situazioni patrimoniali dei singoli individui. Va sicuramente posto un tetto patrimoniale minimo ed un aumento di tassazione che cammini di pari passo con l'aumento del patrimonio. Certamente va sottolineato il fatto che la tassazione dev'essere applicata in base alle possibilità patrimoniali del contribuente. Vanno anche apportati dei rigidi controlli sulle transazioni finanziarie in special modo con l'estero. Va aumentata la pressione fiscale sugli investimenti speculativi e le transazioni di capitali in uscita dal Paese. Vanno aumentate le pene detentive e pecuniarie per i reati di evasione fiscale,falso in bilancio, concussione e conflitto d'interesse. Lotta senza quartiere ai paradisi fiscali. Il risanamento della finanza pubblica dev'essere accollato a chi lo ha creato e contemporaneamente ne ha tratto beneficio: la parte più ricca di questo Paese.

    3. Aumento della circolazione del denaro a livello locale.
    Va creata una politica degli investimenti che favorisca lo sviluppo locale dell'economia. Questo dovrà favorire e stimolare la produzione ed il consumo di beni locali in maniera che i capitali siano reinvestiti in loco creando un circolo virtuoso permanente dell'economia. Questo tipo di scelte permetteranno al Sud di diventare produttivo come il Nord-Est.

    4. Aumentare il livello di produzione.
    Come per la circolazione del denaro bisogna prestare molta attenzione all'aumento della produzione di beni e servizi a livello locale. Vanno trovati ed applicati nuovi campi produttivi che aumentino l'autosufficienza economica del nostro Paese anche con l'uso di nuove tecnologie. Il riciclaggio è una delle frontiere dell'economia del futuro e permetterà al nostro Paese di salvaguardare il patrimonio ambientale e culturale.

    E' chiaro che queste scelte provocheranno dei cambiamenti strutturali nel tessuto economico ad iniziare dall'organizzazione delle aziende private nelle quali prevarrà una tendenza alla partecipazione dei lavoratori e dei consumatori alla proprietà e alla gestione di esse applicando i principi della Democrazia Economica. La democratizzazione delle strutture produttive e commerciali su larga scala dovranno passare per la riforma delle Società per Azioni (SpA) che dovranno trasformare i loro organi amministrativi in organismi liberamente eletti con la formula "un voto un azionista". Questo permetterà un controllo democratico delle attività aziendali sotto il principio della coordinata cooperazione e combatterà la piaga "degli azionisti di maggioranza" che oggi controllano indebitamente le aziende. La socializzazione del sistema delle grandi imprese private dovranno permettere ai dipendenti di accedere alla proprietà delle stesse aumentando ulteriormente il grado di democratizzazione del sistema economico.
    Allo stato attuale la depresssione economica ha già colpito vasti strati di popolazione ma se non si intraprenderanno le strade giuste per uscirne, essa si accuirà ulteriormente e siccome oggi non c'è più "papà Stato" che può rifinanziare l'economia, il collasso economico istituzionale non è un'ipotesi da scartare.
    05-10-2002 Dante Nicola Faraoni


    --------------------------------------------------------------------------------
    Proutist Universal Italia
    Movimento per la Democrazia Economica



    CRISI GLOBALE: ORMAI E' DEPRESSIONE!

  6. #6
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    Identità e crisi globale: piccole reti che tessono fili
    Notizie Giorgio Beretta

    Mercoledì, 06 Maggio 2009




    “Stiamo subendo una crisi che viene da fuori”. Tutti, almeno una volta, lo abbiamo pensato. Di fronte ad una congiuntura improvvisa, che nessun addetto ai lavori è stato in grado di prevedere, ci siamo sentiti travolti da qualcosa di estraneo, più grande di noi. Ma che significa fuori? Fuori da quale confine? Lontano da quale comunità? È spontaneo e comprensibile, al cospetto di una minaccia, fare quadrato attorno ad un gruppo ed individuare il nemico al suo esterno, identificandoci attorno alle certezze più vicine. Ma all'atto pratico, aiuta? O è forse tempo, parlando di scelte economiche, di sostituire l'inflazionato binomio vicino-lontano (o interno-esterno, se preferiamo) con dall'alto-dal basso?

    Spieghiamoci. Viviamo nell'epoca della globalizzazione, quella che ci permette di bere caffè del Guatemala, investire in Cina e comprare cucine svedesi. Da consumatori e investitori, consapevoli o meno, possiamo nel nostro piccolo influenzare il lato opposto del pianeta. Scelte individuali con ricadute globali, oltre confini geografici, temporali e culturali facilmente valicabili. Eppure di scelte individuali si parla poco, affrontando il tema crisi. Cause e soluzioni vengono relegate ad un affare da “piani alti”, quelli dei grandi gruppi bancari, degli organismi internazionali, delle stanze governative. Ma più in basso, “sulla strada”, esiste un motore alimentato da piccoli commercianti, agricoltori, massaie, artigiani. E dalla società civile, che produce e consuma.

    I due piani non sono in contrapposizione l'uno contro l'altro, ma una visione del sistema economico che vuole definirsi completa non può prescindere dal considerarli entrambi. La Banca Mondiale e il mercato sotto casa, il blackberry e il sacchetto del pane.

    Non se lo sono dimenticato i premi Nobel George Akerlof e James Heckman. All'interno dell'edizione 2009 del Festival dell'economia di Trento, dal titolo “Identità e crisi globale”, analizzeranno l'influenza macroeconomica di comportamenti individuali. Accanto a loro, tra gli altri, John Talbott, della Anderson School of Management, ci parlerà di crisi finanziaria ed economia dal basso; Euclides Mance, consulente del Governo brasiliano, metterà in evidenza il ruolo delle reti di economia solidale, come risposta alla crisi; Leonardo Becchetti (Banca Etica), Monica Di Sisto (Fairwatch) e Paolo Nerozzi (PD) ci spiegheranno come il ripensamento dei nostri modelli di consumo e risparmio possa contribuire a cambiare l'economia.

    Argomenti non più di nicchia. Gli attori sono, dunque, molti di più di quelli che pensiamo: non solo il top manager in giacca e cravatta ma anche il fornaio in grembiule. E nella mischia ci siamo anche noi.

    Come ricetta per ripartire, niente di apocalittico. È vero, bisogna pensare di cambiare quelle regole che hanno permesso ad un gruppo di pochi di raggiungere guadagni facili ed immediati, a danno di molti; e soprattutto, di farle rispettare, quelle regole. Ma, lo ricorda anche Tito Boeri, non si tratta di mettere in discussione un modello, bensì di trovare il suo punto di equilibrio e sostenibilità, fatto appunto di regole, controlli e comportamenti responsabili.

    Non tutti i mali vengono per nuocere, recita un vecchio adagio. Dal fondo della crisi abbiamo l'occasione di spingere per una svolta culturale decisiva: quella che riconosce il ruolo chiave di chi fa (e non solo subisce) economia dal basso. Con strumenti e strutture di successo. Pensiamo al fair trade, alla microfinanza, allo slow food, ai gruppi di acquisto solidale, all'agricoltura biologica, alla responsabilità sociale d'impresa. Strumenti economicamente convenienti (in quanto sostenibili), ancor prima che eticamente preferibili. La domanda di economia solidale cresce, lo dimostra il raddoppio in Banca Etica del numero di propri dipendenti, nel giro di pochi mesi.

    E allora, perché non insegnarlo nelle università che significa finanza etica, consumo sostenibile, commercio equo, evidenziando l'intreccio che lega lo sviluppo economico a quello sociale ed ambientale? Non solo Pil , RoE, Nasdaq. Accanto a questi, affiancare indicatori (come l'ISU) che tengano in considerazione il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente, il tasso d'occupazione, il livello d'istruzione, che sappiano separare le transazioni lecite da quelle illecite.

    Uscire dalla crisi. Non si chiedono misure tampone, accettabili solo nel breve, né, come detto, stravolgimenti del sistema, in direzione di autarchia, protezionismo e antiglobalizzazione. Tutto il contrario, lo sguardo sul mondo è la risposta. Nel senso di piccole reti che a forza di tessere fili diventano grandi, non di transazioni speculative che fanno il giro del globo alla velocità di un click di mouse.

    Think globally, act locally, è uno slogan piuttosto in voga per chi si affaccia sul mondo dell'imprenditoria. Ma l'agire locale si ripercuote sull'economia globale. Che ci piaccia o meno, siamo chiamati a tenerne conto. Non preoccupiamoci, in questo puzzle globale, se le regole valgono per tutti, nessuno ci ruberà l'identità.

    Andrea Dalla Palma



    Identità e crisi globale: piccole reti che tessono fili / Notizie / Home - Unimondo

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    Predefinito Rif: Focus: La crisi globale

    « L’isola che non c’e` »LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA
    9 Luglio 2009 — gio (Views: 1040)
    LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA
    Giornata di riflessione/laboratorio tra piu’ attori politico-sociali
    31 maggio 2009 - Firenze Fortezza da Basso - presso Terra Futura

    Documento di sintesi/verbale dei lavori della giornata

    La giornata e’ stata introdotta da due relazioni:
    - di Mauro Bonaiuti, sulle connessioni tra le diverse dimensioni della crisi (economica, sociale, ecologica).
    - di Marco Deriu, sul nesso tra le forme ed i contenuti della politica, che in particolare ha presentato una proposta specifica volta a dare vita ad un nuovo soggetto politico a livello nazionale.

    Nella giornata si sono svolte anche le relazioni di
    - Gianni Tamino
    - Ugo Bardi
    - Edoardo Salzano
    - Andrea Masullo

    L’incontro si e’ concluso con una tavola rotonda condotta da Andrea di Stefano (Valori), Pietro Raitano (Altreconomia), Gigi Sullo (Carta).

    La discussione si e’ sviluppata lungo due binari: l’approfondimento di problematiche connesse alla crisi economica ed alle sue origini e l’esplorazione a piu’ voci sul cosa fare, qui ed ora, per individuare strategie ed azioni concrete di medio e lungo termine, per accompagnare/favorire un processo di transizione verso la societa’ equa e sostenibile ipotizzata dalle politiche della decrescita
    Il documento che segue corrisponde ad una estrema sintesi delle problematiche affrontate, riorganizzate per grandi aree a partire dalle due relazioni introduttive, arricchite dai principali contributi emersi dalle altre relazioni e dal dibattito, come indicato di seguito :

    1. CRISI MULTIDIMENSIONALE E PROCESSI DI LUNGO PERIODO
    a. Crescita economica e crisi ambientale
    b. Crescita ed ingiustizia sociale
    c. Dissoluzione dei legami sociali e frammentazione dell’immaginario collettivo
    d. La colonizzazione mediatica

    2. LA CRISI ATTUALE E L’IPOTESI DEL COLLASSO
    a. La crisi economica in atto e i rimedi tradizionali
    b. La teoria del collasso

    3. COSA FARE QUI ED ORA PER AVVIARE IL PROCESSO DI TRANSIZIONE
    a. Inadeguatezza delle forze politiche e nuovi conflitti sociali non ancora rappresentati
    b. Crisi ciclica o crisi di sistema?
    c. Quale decrescita?
    d. Citta’ e territorio: beni comuni
    e. Verso un nuovo progetto di societa’ a partire dalla riconversione energetica

    4. PERCHE’ DOTARSI DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO
    a. Accelerare il processo di transizione verso una societa’ equa e sostenibile
    b. Quale soggetto politico
    c. Una nuova immagine/identita’ verso un immaginario collettivo condivisibile
    d. Perplessita’ emerse

    5. PROPOSTE OPERATIVE A TEMPI BREVI

    1. CRISI MULTIDIMENSIONALE E PROCESSI DI LUNGO PERIODO

    Per quanto gli economisti e gli esperti delle istituzioni internazionali non abbiano saputo dire nulla sull’avvento della crisi in atto, la loro ricetta per uscirne e’ unanime: ritornare alla crescita economica. E’ questa la risposta adeguata? Per comprendere la crisi attuale occorre tentare di inserirla nel contesto di alcuni processi fondamentali di tempo lungo che comprendono almeno quattro dimensioni: economica, ecologica, sociale e culturale (o immaginaria).
    Emerge con chiarezza che e’ proprio la crescita economica all’origine dei processi degenerativi individuati a questi diversi livelli. Quella crescita economica avutasi a partire dal processo di industrializzazione (1820) caratterizzata da una velocita’ di espansione ignota ai periodi precedenti e che ha portato ad una progressiva diffusione del mercato come modello dominante di scambio sociale.

    Crescita economica e crisi ambientale
    La crescita economica e’ alla radice della crisi ambientale. Le attivita’ umane stanno cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. In soli due secoli l’uomo ha radicalmente modificato il flusso di energia sul pianeta, bruciando combustibili fossili accumulati nel corso di molti milioni di anni e accumulando quantita’ crescenti di rifiuti e di inquinanti incompatibili con i cicli biogeochimici. Stime attendibili dicono che con un limitato aumento dei consumi del 2% annuo, tutte le risorse energetiche gia’ accertate si esaurirebbero nel 2050. Abbiamo ormai raggiunto il picco nella produzione di petrolio (vedi dati Aspo) inoltre, con la riduzione della disponibilita’ delle materie prime fondamentali, i prezzi aumenteranno, mettendo in discussione le stesse capacita’ accumulative del sistema.

    Crescita ed ingiustizia sociale
    Il processo di crescita/accumulazione/innovazione segue una logica auto-accrescitiva che aumenta il livello della produttivita’ e premia operatori e contesti socioeconomici piu’ efficienti e competitivi, concentrando una ricchezza straordinaria nelle parti piu’ sviluppate del mondo. I dati in nostro possesso confermano che e’ questo modello di sviluppo accelerato e a macchia di leopardo, che destina il pianeta ad una polarizzazione crescente tra paesi ed aree sempre piu’ ricche (quelle ad alto sviluppo economico) e paesi ed aree sempre piu’ povere (quelle a basso sviluppo).
    La polarizzazione dei redditi (1% piu’ ricco possiede piu’ del 57% piu’ povero), fonte di ingiustizia globale, genera - sopratutto nel Sud del mondo - conflitti che si vanno a sommare a quelli legati allo sfruttamento delle risorse. Nel Nord del pianeta tuttavia, nonostante la forte crisi economica, paragonabile a quella degli anni Trenta, la reazione della societa’ appare per il momento molto al di sotto di quella che ci si potrebbe aspettare, quantomeno sulla base di una lettura di tipo marxista. Una prima motivazione la possiamo trovare nel fatto che nel nord ricco il calo dei redditi e’ in parte compensato dai risparmi accumulati, che fungono da ammortizzatore sociale. Tuttavia per capire la scarsa reattivita’ sociale dobbiamo volgere la nostra attenzione sopratutto alle trasformazioni della societa’ e dell’immaginario collettivo.

    La dissoluzione dei legami sociali e la frammentazione dell’immaginario collettivo
    La modernita’ ha comportato l’estensione della logica di mercato, centrata su relazioni di tipo impersonale e mercificato. Questo ha comportato l’avvio di un processo di progressiva dissoluzione dei legami sociali (ben argomentato dalla linea di ricerca Mauss, Malinowski, Polanyi) che si esprime oggi sotto forma di liquidita’ sociale (Bauman).
    Con l’avvento della societa’ post-moderna e la fine delle “grandi narrazioni” si assiste inoltre ad un processo di progressiva frammentazione dell’immaginario collettivo, sostenuto - oltre che dalla dissoluzione dei legami sociali - da altri processi:
    - il passaggio ad un sistema di produzione post-fordista (D. Harvey); in particolare la scomparsa della fabbrica (come luogo di produzione/relazione) la progressiva finanziarizzazione dell’economia , la flessibilita’ del mercato del lavoro, il precariato, ecc.
    - il moltiplicarsi del numero e della varieta’ degli oggetti che ci circondano che consente la moltiplicazione all’infinito dei possibili universi di senso, incomunicanti e frammentati, sottraendo tempo/attenzione/intelligenza/risorse alle relazioni interpersonali necessarie alla costruzione di rappresentazioni condivise.
    La graduale perdita di un orizzonte di senso condiviso - ad oggi - risulta l’ostacolo piu’ evidente al coagularsi di un progetto alternativo al sistema dominante.

    La colonizzazione mediatica
    Da questo possiamo forse concludere che non esiste un immaginario dominante? La risposta e’ senz’altro negativa. Nel contesto della societa’ liquida pochi attori economici si sono impossessati del controllo del sistema mediatico, sfruttandone la sua potente capacita’ di colonizzazione, creando cosi’ un immaginario collettivo funzionale alla accumulazione capitalistica: l’immaginario consumista, unico collante condiviso, di fronte ad una miriade di stimoli/occasioni/miraggi/ricatti, offerti dal sistema dominante.

    2. LA CRISI ATTUALE E L’IPOTESI DEL COLLASSO

    La crisi economica in atto e i rimedi tradizionali
    Quanto detto ci aiuta a comprendere la crisi attuale? La crisi ecologica, in particolare l’aumento della domanda di energia, ha portato il prezzo del barile a superare i 140 $ nel Luglio 2008. L’elevato prezzo del petrolio avrebbe, secondo alcune attendibili analisi, innescato la riduzione delle aspettative di profitto nel mercato americano, facendo esplodere la bolla speculativa. La crisi finanziaria si e’ presto tramutata nella crisi economica (reale) che abbiamo sotto gli occhi (disoccupazione, riduzione dei redditi, ecc.).
    Come la societa’ ha reagito alla crisi? Le reazioni alla crisi si rivelano in genere simili a quelle che si ebbero alla fine del XIX secolo al termine del primo grande processo di globalizzazione descritto da Polanyi (tensioni protezionistiche, difesa delle banche e dei grandi gruppi e soprattutto intervento protettivo dello Stato nazione), anche in questo caso, in modo largamente indipendentemente dalle ideologie di riferimento dei singoli governi.
    La capacita’ di risposta autonoma della societa’ appare oggi ulteriormente indebolita dai processi di dissoluzione dei legami sociali e di frammentazione dell’immaginario collettivo. Si comprendono in questa prospettiva le spinte a demandare l’intervento unicamente all’autorita’ degli Stati e delle Banche Centrali e, nel contesto italiano, la crescente legittimazione che incontrano prassi di governo di tipo carismatico e autoritario. Ma e’ possibile una lettura in qualche modo unitaria delle varie dimensioni della crisi?

    La teoria del collasso
    Interessante, in questa chiave, la teoria del collasso delle societa’ complesse di J. Tainter. Nata dall’osservazione del declino delle piu’ importanti civilta’ della storia (Impero romano, civilta’ Maja, isola di Pasqua ed altre) sostiene che quando le strutture economico sociali superano una certa soglia di complessita’, i benefici della complessita’ iniziano a decrescere rapidamente e vengono ben presto ad essere superati dai costi, portando la societa’ stessa al collasso.
    Tale ipotesi sembra confermata in particolare in un contesto caratterizzato da risorse limitate. Il sistema cerca di rimanere per quanto possibile in omeostasi, senza cambiare. Il sistema politico in particolare, cerca di bloccare le trasformazioni per mantenere gli equilibri attuali, ma anche l’omeostasi ha dei limiti fisici precisi, superati i quali il sistema crolla (U. Bardi). Alla luce dei trend descritti il collasso sembra lo scenario piu’ probabile, , anche se non disponiamo di evidenze empiriche sufficienti a trarre conclusioni, anche per la mancanza di ricerche in merito.
    Tuttavia e’ possibile concludere che le risposte tradizionali basate sul rilancio della crescita - in particolare attraverso l’intervento della Stato, puo’ costituire nella migliore delle ipotesi (il keynesismo verde della obamaeconomics), una risposta di emergenza. Nel tempo lungo ogni modello basato sul rilancio della crescita non puo’ che condurre ad aggravare ulteriormente le cause profonde della crisi.

    3. COSA FARE “QUI E ORA” PER AVVIARE Il PROCESSO DI TRANSIZIONE

    Inadeguatezza delle forze politiche e nuovi conflitti sociali non ancora rappresentati
    Viene presentata una chiave di lettura sul perche’ le attuali formazioni politiche non siano in grado di rappresentare le problematiche attuali. Le strutture dei partiti si sono storicamente formate intorno a conflitti centrati su quattro tipi di opposizione: centro/periferia; stato/chiesa; citta’/campagna; capitale/lavoro. Queste dinamiche sociali non spiegano i conflitti attuali, centrati invece su di una nuova frattura, legata alla globalizzazione, alle forme dei mercati ed alla molteplicita’ delle realta’ culturali e territoriali: movimenti migratori, societa’ interculturale, differenze culturali, non rientrano infatti nelle proposte dei partiti, ne’ nelle azioni dei governi. Un dato di rilievo che allontana la presa di coscienza dei fenomeni in corso, e’ che la nuova frattura taglia trasversalmente tutte le strutture economico/sociali e le stesse forze politiche, che sono quindi in difficolta’ a leggere ed interpretare queste nuove realta’, da cui loro stesse sono attraversate.

    Crisi ciclica o crisi di sistema?
    Resta aperta la domanda se il sistema capitalistico sia o no in grado di rilanciare una ripresa dell’economia a tempi lunghi, oppure ci troviamo di fronte ad un primo segnale di crisi di sistema. E’ probabile che la ripresa nel lungo periodo (prossimi 20-30 anni) non sia possibile, proprio per il sensibile aumento dei costi necessari per alimentare il processo di produzione (essenzialmente: costo del lavoro, delle materie prime/energia e dell’apparato statal-militare e dunque delle tasse) determinando cosi’ la fine del modo di produzione capitalistico (Wallerstein).

    Quale decrescita?
    Per chi segue queste tematiche e’ ormai chiaro che parlare di decrescita non significa ipotizzare una riduzione dell’occupazione o tantomeno del benessere, quanto piuttosto pensare ad un nuovo progetto di societa’, ad un nuovo immaginario, cimentandosi al tempo stesso con nuovi modi del vivere e del lavorare, dotandosi di uno sguardo di insieme che riparta dal bene comune. In altre parole, cio’ che caratterizza il progetto di societa’ della decrescita e’ il desiderio di costruire un nuovo orizzonte di senso condiviso attorno alle parole chiave della sostenibilita’, dell’equita’, e dell’autonomia.

    Citta’ e territorio: beni comuni
    Si rileva che sia stato un errore grave avere dimenticato che il conflitto tra interesse comune ed interessi meramente economici sia fondamentale. In questo quadro sia il territorio che la pianificazione territoriale sono beni comuni; quest’ultima come strumento per immaginare/orientare/qualificare/accogliere lo sviluppo della societa’, attraverso un lavoro di coordinamento complessivo tra le varie esigenze sociali. Cosi’ l’organizzazione della citta’ e del territorio, rientrano tra i beni comuni, in quanto condizionano pesantemente costi, tempi e relazioni, della vita quotidiana.

    Verso un nuovo progetto di societa’ a partire dalla riconversione energetica
    Esistono gia’ dei mattoni comuni di analisi condivisa e sono gia’ state sperimentate una grande quantita’ di singole azioni, buone pratiche e progetti, che non sono piu’ solo di “nicchia†(anche se politica continua ad ignorarle). Il problema e’ come valorizzarle e come riuscire a farle circolare, mettendole in rete. Forse oggi e’ realistico pensare di fare un lavoro di riconversione energetica consapevole, coinvolgendo le realta’ locali, per costruire concretamente sul territorio proposte alternative, centrate su problemi di interesse generale. Un lavoro che permetta di tenere insieme le molte esperienze positive autoreferenziali emerse e coinvolgere l’azione di quei potenziali milioni di persone che svolgono il ruolo di gruppo dirigente del nostro paese e di quelle centinaia di migliaia di piccoli investitori che operano sul territorio.
    Alcune indicazioni emerse dal dibattito, per evitare il collasso:
    - Ridurre il consumo di materia, riciclandola, ed utilizzare come fonte di energia il Sole o comunque fonti di energia rinnovabili derivate dal Sole: acqua, vento, ecc.; utilizzare processi produttivi ciclici, senza produzione di rifiuti; evitare le combustioni (G. Tamino). Una ampia dematerializzazione dell’economia sembra tecnologicamente alla portata dell’umanita’ moderna, ma le comunita’ non dispongono di alcun controllo sulla tecnologia.
    - Indicare un processo complessivo di trasformazione (a partire dalla valutazione dell’insieme delle risorse presenti nel pianeta in rapporto al consumo attuale) che precisi un tetto complessivo sostenibile, a livello mondiale e regionale, ed un una quota personale di riferimento; in questo modo si riuscirebbe anche a recuperare una visione politica in cui l’individuo faccia parte del collettivo.
    - Passare da una pianificazione grigia (generalizzata) ad una pianificazione a mosaico regionale, riconoscendo le esigenze della comunita’, ma rapportandole alle risorse reali, trovando le soluzioni piu’ adatte a raccordare comunita’/territorio/risorse/cultura.
    - Affrontare il problema dell’alimentazione. Nel mondo c’e’ mezzo milione di persone che mangiano in eccesso, con punte di obesita’ abbastanza diffuse, e un miliardo di altre persone che non si nutrono a sufficienza, tanto da morirne in anticipo. Se non si fa qualcosa, avremo delle carestie spaventose. Da compiere -a livello planetario- un lavoro conoscitivo di approfondimento/ valorizzazione delle risorse alimentari territoriali, tanto da favorire in ogni regione l’autosufficienza alimentare, nell’intenzione di liberare le differenti realta’ socio/economiche dai ricatti delle multinazionali.
    - Non dimenticare che la vera causa della fame e’ la poverta’, la produzione globale di cibo sarebbe oggi sufficiente per oltre i sei miliardi di abitanti della Terra, ma il cibo e’ distribuito in modo non equo. La sicurezza alimentare non si puo’ raggiungere se poche multinazionali hanno il controllo mondiale del settore agroalimentare.
    - L’aggressivita’ commerciale di queste aziende, prima concentrata sul controllo delle sostanze chimiche impiegate in agricoltura, e’ ora rivolta al controllo delle risorse genetiche e delle sementi, grazie anche ai prodotti transgenici e ai brevetti biotecnologici, per controllare buona parte della produzione mondiale, riducendo quella biodiversita’ agricola che garantiva il cibo ai paesi in via di sviluppo.

    4. PERCHE’ DOTARSI DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO
    La pericolosita’ del momento e’ grande. E’ necessario tenere sotto controllo i tempi della azione politica, perche’ la crisi ecologica e climatica non ci danno molto tempo (si pensi al riscaldamento globale, all’esaurimento delle risorse, alla perdita di biodiversita’ ecc.) e le scelte che compiamo oggi avranno profonde ricadute per tempi assai lunghi.

    Accelerare il processo di transizione verso una societa’ equa e sostenibile
    Per uscire dalla crisi e’ necessario dar vita a nuove forme sociali e reinventare lo spazio pubblico e le istituzioni politiche che lo regolano. Non si tratta semplicemente di imporre nuovi temi e istanze alle forze politiche attuali e nemmeno di aggiungere una nuova forza politica allo spazio politico esistente. Come e’ stato notato da Stein Rokkan, l’attuale sistema politico in Europa come in Italia si e’ strutturato storicamente attorno a cleavages (o fratture politiche) determinate, sorte prima dai processi di unificazione nazionale (il conflitto centro/periferia e quello stato/chiesa) e di industrializzazione (il conflitto citta’/campagna e quello imprenditori/classe operaia). Oggi queste rigide opposizioni sono inadatte a dar conto del mutamento sociale, mentre i nuovi conflitti emersi nella seconda modernita’, con i processi di globalizzazione e con la crisi ecologica (il conflitto tra globale e locale, tra flussi e luoghi, tra crescita e sostenibilita’ solo per citarne alcuni) non trovano adeguata rappresentazione nello spazio politico attuale.
    Si tratta dunque di articolare uno sguardo che ci aiuti a intravvedere una nuova configurazione dello spazio politico, mirando ad una riconfigurazione della struttura complessiva del sistema. Si tratta dunque di sollecitare un processo di transizione, con azioni volte a:
    - Costruire uno nuovo spazio pubblico socio-ambientale capace di porre il tema dell’equita’ e della sostenibilita’ in una prospettiva piu’ ampia.
    - Promuovere un’idea di cittadinanza piu’ ampia e inclusiva.
    - Promuovere un cambiamento istituzionale che promuova forme costituzionali, giuridiche e forme di partecipazione piu’ adeguate alle sfide che ci attendono.
    - Sperimentare nuovi spazi e strumenti partecipativi che promuovano forme di autorganizzazione locale.

    Quale soggetto politico
    L’idea e’ di dar vita ad un nuovo soggetto politico che si dia un terreno di azione sia locale che nazionale ma che non sia un partito elettorale. Uno spazio pubblico che favorisca la partecipazione e la condivisione fra quanti siano interessati al processo di transizione del sistema attuale verso una societa’ equa e sostenibile. Una nuova sede politica, organizzata a livello nazionale, che:
    - non si ponga l’obiettivo di partecipare alla competizione istituzionale, ovvero non miri all’occupazione dei posti di potere quanto ad forme di azione politica autorganizzata e senza mediazioni, pur mirando ad influenzare le istituzioni politiche esistenti su singoli aspetti o decisioni.
    - sia di tipo trasversale, che cioe’ coinvolga competenze e provenienze sociali e politiche differenziate, purche’ alternative al sistema;
    - costituisca uno spazio di relazione mirata che si attivi in particolare la’ dove si trovino condizioni locali gia’ mature, e sia in grado di convogliare le necessarie competenze ove necessario, per sostenere uno sforzo di connessione/progettazione, funzionale alla nascita di una rete ampia di punti di eccellenza politico-sociale attraverso campagne tematiche specifiche che diffondano le buone pratiche raggiunte;
    - si conquisti il proprio alone di visibilita’ sul campo, attraverso azioni e relazioni interpersonali e collettive mirate, per innescare un processo di radicamento sociale e territoriale;
    - sia in grado di dare un contributo significativo alla narrazione della nuova societa’ equa e solidale, essenziale per la ricostruzione di un immaginario collettivo condivisibile.
    - privilegiare forme di iniziativa pubblica che assumano come necessario il bisogno di produrre forme nuove dotate di una loro eccentricita’, capaci cioe’ di dare delle risposte sufficienti ai bisogni del contesto, ma anche in grado di produrre un cambiamento sistemico;

    Una nuova immagine/identita’ verso un immaginario collettivo condivisibile
    Nel dibattito e’ emersa la consapevolezza che per la ricostruzione di un immaginario collettivo non puo’ bastare il consumo critico, ne’ il prodotto biologco, ne’ le buone pratiche individuali; per accompagnare la transizione e’ necessaria una descrizione del mondo in cui viviamo che parli di questa crisi sistemica; una narrazione in grado di raccontare un altro modo di fare economia, di immaginare una societa’ desiderabile; che descriva e distingua l’economia proposta dalla politica della decrescita dall’economia “canaglia†attuale. Un possibile soggetto politico dovrebbe dunque mirare a mostrare che e’ possibile un altro tipo di economia; che si possono contenere gli sprechi, utilizzando meglio le strutture esistenti; che si possa riscoprire l’autoproduzione, la solidarieta’ collettiva, la regolamentazione del mercato e anche la ribellione contro leggi che consideriamo ingiuste. Che permetta dunque al contempo di riappropriarsi della politica, dei propri diritti e promuovere un senso piu’ consapevole dell’abitare su un unico e fragile pianeta.

    Perplessita’ emerse
    Le uniche perplessita’ presenti sulla proposta fatta, non sono tanto connesse alla necessita’ di un nuovo soggetto politico (necessita’ ormai ampiamente riconosciuta) quanto alle difficolta’ incontrate nelle esperienze degli ultimi decenni quando si sia tentato di mettere insieme soggetti diversi con l’obiettivo di federali intorno ad un unico progetto politico, tanto piu’ se si sceglie di muoversi al di fuori della forma partito (come nel caso dell’esperienza zapatista).

    5. PROPOSTE OPERATIVE A TEMPI BREVI

    Al termine della giornata (peraltro rivelatasi molto utile per costruire relazioni e verificare la concreta possibilita’ di acquisire ulteriori energie da coinvolgere nel progetto) sono stati indicati alcuni appuntamenti/percorsi:

    - relativamente alla costruzione del nuovo progetto politico si considera opportuno la produzione di un testo scritto (su cui avviare un dibattito dapprima interno ai partecipanti) che affronti anche gli aspetti organizzativi e che parli dei grandi temi su cui lavorare;

    - si propone - intanto - di creare un punto di coagulo fra tutti quelli che sono intervenuti oggi e fra chi altro sia interessato, per condividere contatti, documenti e letture fondanti, comunque utili per attivare un dibattito pubblico su questi temi, nella consapevolezza dell’urgenza della crisi;

    - aprire all’interno delle riviste coinvolte in questo seminario, uno spazio di discussione sulle tematiche piu’ significative affrontate nel seminario, a seguito del quale convocare un eventuale secondo incontro, anche con finalita’ costituenti.



    Blog » LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA : Decrescita.it

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    Predefinito Rif: Focus: La crisi globale

    Consiglio a tutti una letta dei bollettini di Europe 2020... che magari da un pò vanno prospettando il crollo totale e non è avvenuto...però spiegano alcune cose...spesso riportati dal blog di la grassa e da Blondet

 

 

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