
Originariamente Scritto da
Eymerich
Il gusto: perchè il pane eucaristico sa ancora di cartoncino?
La prima esperienza liturgica che ha coinvolto tutti coloro che oggi hanno almeno una quarantina d'anni è stata una sensazione gustativa.
Prima ancora di aver potuto vedere un rito o di aver potuto ascoltare un'orazione, quei bimbi sono stati letteralmente turbati da un gesto del Battesimo preconciliare: durante la lunga sequenza degli esorcismi all'inizio della celebrazione, il sacerdote metteva un pizzico di sale nella bocca del neonato, dicendogli, più o meno, "Ricevi il sale della sapienza: ti giovi per la vita eterna".
Il gusto, un ruolo sostanziale. Dunque il gusto è stato il primo senso di noi bambini direttamente coinvolto nella liturgia. E le disgustate boccacce che seguivano a quel crudele esorcismo sono stati i nostri primi atteggiamenti di risposta ad una percezione sensoriale in ambito liturgico.
È importante fare questa considerazione iniziale, visto che il gusto può sembrare coinvolto solo marginalmente nella liturgia, e soltanto per ciò che concerne più da vicino la partecipazione all'Eucaristia.
Invece, i sapori hanno una loro parte sostanziale nel nostro percepire l'atto liturgico e nella nostra partecipazione ad esso.
Il rito del mangiare insieme. Anzi, a ben vedere, il senso del gusto può essere addirittura considerato il fondamento storico-antropologico del gesto più alto della ritualità cristiana: l'Eucaristia stessa.
Contrariamente ad altre specie animali, il gusto dell'essere umano non riesce a riconoscere al primo boccone se un cibo è buono o se è velenoso. È proprio questo nostro essere disarmati davanti ad un eventuale pericolo che si può celare nel cibo ha fatto nascere il "rito sociale" di mangiare dallo stesso piatto e di bere dalla stessa ciotola, un gesto diventato col tempo dimostrazione di fiducia, di fratellanza e di condivisione.
Il banchetto eucaristico. Insomma, possiamo affermare che le lontane radici del rito cristiano dell'Eucaristia risalgano proprio a una questione legata al nostro senso del gusto come canale per ottenere, in forma collettiva, informazioni utili su ciò che è buono da mangiare.
Queste considerazioni, però, non debbono sminuire i messaggi sensoriali che il gusto trasmette ai fedeli al momento di partecipare al banchetto eucaristico.
Quel sapor di... cartoncino. Sono passati quasi quarant'anni da quando la Terza Istruzione vaticana per l'applicazione della riforma liturgica conciliare invitava a curare di più il colore, il gusto e la consistenza del pane eucaristico, evitando un pane dal gusto di pasta cotta a metà, un pane indurito e immangiabile.
Tuttavia sono quarant'anni trascorsi praticamente invano, se è vero che le nostre ostie hanno ancora lo spessore e il sapore del... cartoncino.
E dire che per quasi tutto il primo millennio il pane eucaristico non ha differito in nulla dal pane comune (che era ammesso da noi almeno fino al Concilio di Firenze, nel 1439, e lo è ancora nella Chiesa d'Oriente).
Questioni del genere, per fortuna, non sono sorte con il gusto del Vino eucaristico, anche se oggi si preferisce sceglierlo bianco piuttosto che rosso, con buona pace delle nette differenze di sapore che i sommelier si ostinano a spiegarci.
Il vino bianco cosa simboleggia? Così non si lasciano tracce sui tessuti con i quali si asciuga il calice al termine della Messa, ma si lascia cadere il chiaro simbolismo del vino rosso!
Sembra quasi che i cristiani d'Occidente abbiano smarrito la fisionomia del reale mangiare e bere nell'Eucaristia: i primi nomi della Messa ("frazione del pane", "cena del Signore") esprimevano proprio questa caratteristica e questo significato, e sarebbe un peccato se si indebolisse la prospettiva del banchetto comune tra fratelli radunati in Cristo.
Una tazza di latte e miele. Un banchetto comune che una volta, in certe occasioni, non comprendeva solo il Pane e il Vino: nella tradizione apostolica, dopo la Comunione, la liturgia dell'iniziazione cristiana prescriveva che si offrisse al nuovo fedele una tazza di latte e miele. Gustare questi due elementi, di chiara radice biblica, diceva la partecipazione vitale all'abbondanza della grazia ricevuta nel Sacramento.
Noi usiamo spesso modi di dire che hanno diretta attinenza col senso del gusto (uno sguardo può essere "dolce" e un giudizio "acido"), eppure nella nostra esperienza liturgica rischiamo di sottovalutare i sapori.
Forse, per ciò che concerne l'approccio al senso del gusto nei riti sacri, i cristiani dovrebbero agire con più "sapienza". Parola che significa "avere il sapore di...".
Gigi Malavolta ]