Antonio SOCCI, Roberto FONTOLAN
Tredici anni della nostra storia (3^ puntata)
tratto da Il Sabato, 19.9.1987, n. 38

Il 1976, cattolici a convegno ma sono i giorni del buio.

"Credevamo che dopo il Concilio sarebbe tenuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole e di tempeste e di buio". Così drammaticamente, Paolo VI commentava dall'alto del soglio pontificio la stagione che cattolici stavano vivendo. Sono gli anni del grande accordo tra capitale e PCI. La grande stampa osanna a Berlinguer, Agnelli vola a Mosca a stringere l'accordo con Gheddafi. E sempre nel '76 prende il largo La Repubblica di Scalfari. I cattolici o annuiscono o sono fuori scena. Intanto continua la stagione della violenza e delle intolleranze. Nelle scuole i libri di testo spesso sono ridotti a piccoli manuali dell'eversione. I grandi intellettuali osannano. Nei confronti di Comunione e Liberazione si arriva spesso al linciaggio. Sedi devastate, attacchi personali, campagne di stampa. Intanto monsignor Bartoletti, voluto da Paolo VI alla segreteria della Cei, aveva ideato il Convegno su evangelizzazione e promozione umana. Ma alla vigilia del convegno Bartoletti muore. Paolo VI chiede le dimissioni del comitato preparatorio. Ma i membri non obbediscono. E il convegno decollò. La relazione d'apertura venne pubblicata dall'Espresso...



In quegli anni la nuova borghesia italiana flirta con la sinistra. Con la benedizione dell'alta finanza internazionale: Newsweek, fedele portavoce delle multinazionali americane, dedica alla copertina a Berlinguer. Il 9 dicembre 76 Gianni Agnelli vola a Mosca e parla mezz'ora con Gheddafi. La Libia diventa azionista della Fiat. Anche quella volta il grande tessitore dell'operazione fu Enrico Cuccia. Il progetto non ha nulla di improvvisato: da mesi Agnelli e andava ripetendo che la Dc non può pretendere il 80% del potere. Così la grande alleanza fra borghesia e classe operaia si compie. Nel silenzio compiacente di gran parte del mondo cattolico.


Sono già passati sei mesi da quel fatale 12 maggio. Il futuro direttore di La Repubblica dal suo ufficio di via Po, fissando una Roma grigia e piovosa, poteva tirare le somme: «Dunque è vero; i no del 12 maggio non erano un isolato scoppio di euforia libertaria. Erano -fu detto fin da allora- il segno di una svolta, l'inizio di un'inversione di tendenza. Ora la tendenza si è saldamente fissata... il partito democristiano... è entrato in grave crisi e sta cedendo... man mano che passano i mesi, il suo cedimento si accentua, lo scricchiolio diventa una frana» (L'Espresso, 24.11.74).

Già Del Noce aveva avvertito: «E' la vittoria di una nuova borghesia che ha coinciso con la negazione dello spirito religioso».

Infatti con le elezioni del 15 giugno 1975 la frana diventa terremoto. La Dc crolla al 34%, il Pci balza al 32%, conquista le amministrazioni di tutte le maggiori città italiane, con gli applausi (e i voti) della borghesia illuminata. E' tutto un correre sul carro vincente.

La Dc è isolata, screditata. Tutto sembra perduto (onore compreso). Il mondo cattolico ormai in rotta dà uno spettacolo vergognoso: molti si mimetizzano, i disertori si affollano alle uscite, c'e chi si arruola nell'esercito nemico, i più alzano bandiera bianca, si chiudono in cantina e vanno in letargo (ma qui dort, dinê, dice un proverbio francese: chi dorme, mangia!).

I giornali del grande capitale bladiscono Berlinguer. La Malfa apre al Pci. Agnelli già da mesi andava dicendo che «la Dc non più pretendere l'80% del potere». Newsweek -fedele portaparola della grande finanza Usa- dedicherà una copertina a Berlinguer e spiegherà che «Nerone, se nascesse oggi, sarebbe democristiano». In compenso accredita il Pci come un partito democratico oche affascina per la sua calma, l'immagine di stabilità che riesce a dare in un Paese dove isterismo, settarismo e vanità... hanno caratterizzato i partiti al governo».

E poi la sequela degli incontri ravvicinati. Il 10 giugno '76 per esempio l'onorevole Peggio rivela di «avere buoni rapporti con il mondo della finanza internazionale» e di essersi incontrato con «altissimi dirigenti di due delle maggiori banche americane».

L'onorevole Barca dichiara che con il Pci al governo le multinazionali non dovrebbero andarsene dal Paese. Napolitano e Segre vengono invitati a parlare nel tempio della finanza liberal arnericana, il Council of Foreign Relations.

Del resto l'alta finanza stava scommettendo grosso sul Pci di Berlinguer e sulla forza d'urto della sinistra al potere; tali erano le esigenze del suo mercato (con questa pericolosa investitura solo un governo presieduto da Andreotti terrà legato il Pci alla difficile concretezza del governare, lontano dalla demagogia, salvando il Paese da pericolose avventure di tipo 'portoghese'). Ma indubbiamente l'alta finanza scommise sul Pci. Per esempio proprio fra '75 e '76 Agnelli realizza quell'operazione Gheddafi che salverà la Fiat dalla bancarotta e porrà le basi dell'attuale impero. Il grande tessitore fu, anche quella volta, Enrico Cuccia. Con l'interessarnento del Pci, Agnelli ottiene l'avallo di Mosca: «Gianni Agnelli vola a Mosca e parla mezz'ora con Gheddafi» informa Il Messaggero del 10 dicembre '76.

E l'Economist, la settimana successiva, si chiede: «Sarà l'Urss il principale beneficiario dell'accordo, ottenendo investimenti che diversamente la Fiat non avrebbe saputo come finanziare?» (18. 12.76).


La roba

Ma il flirt della nuova borghesia italiana con la sinistra non fu un'improvvisazione. Scalfari attribuisce a Mattioli la primogenitura di quel progetto.

Questa borghesia laicista si caratterizza per «un complesso netto di superiorità derivante dalla padronanza tecnica e culturale di quello che Raffaele Mattioli definiva la roba, cioè il denaro come merce da trafficare - spiega Scalfari. Per trafficare la roba -aggiunge il nostro- bisogna conoscere i misteri della banca e della moneta... e in politica bisogna 'tenere insieme' l'establishment e l'opposizione. Il progetto di alleanza tra la grande borghesia e la classe operaia prese corpo in quella stanza e partì da quegli uomini. Da don Raffaele soprattutto... l'alleanza tra grande borghesia e classe operaia era un'ipotesi elitaria e prettamente laica».

Adesso il grande momento era arrivato; il progetto va sotto il nome di patto fra produttori (alla Fiat, che è presente da anni nei Paesi dell'Est, sapevano bene che con il Pc al potere gli operai «lavorano molto, guadagnano poco e non scioperano mai»).


Fertilizzante cattolico

Lucidamente, qualche anno prima, don Milani aveva previsto: «La classe che non ha esitato a scatenare il fascismo, il razzismo, la guerra, la disoccupazione, se occorresse cambiare tutto perché non cambi nulla non esiterà ad abbracciare il comunismo».

Era stata moderata e filo-Dc fra gli anni '50 e '60, sarà filo-Pci negli anni '70 strumentalizzando per il proprio progetto impeti ed energie morali del residuo mondo cattolico, e esercitando un «terrorismo ideologico» (Paolo VI), che giunge spesso alla violenza fisica, contro quei cattolici che non erano funzionali a tale progetto.

Paolo VI avverte esattamente la radice di questa tragedia: «C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: Quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora la fede sopra la terra?» (in Jean Guitton, Paolo VI segreto). Ed ancora: «Credevamo che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E venuta invece una giornata di nuvole e tempeste, e di buio, e di ricerche e di incertezze, si fa fatica a dare la gioia della comunione» (Omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, 29 giugno 1972).

Ciò che rende così totalitario il potere laicista è che si imbatte e strumentalizza «un cristianesimo sempre più minorato, ridotto ad un teismo vago e impotente» (De Lubac).

«Ciò che mi colpisce quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa (in Jean Guitton, Paolo VI segreto).

Questo cristianesimo ridotto a spunto morale, a ricerca intellettuale, a scala di valori è il più prezioso alleato del Potere.

Come notava acutamente il filosofo Kolakowskij, il 'supporto di valori' con cui i cristiani tentano di 'redimere' il comunismo o il capitalismo «non ha altro significato che la disponibilità dei cristiani a fare da fertilizzanti per una tirannia futura». Si potrebbe rileggerò la storia dei cattolici in Italia, in questi decenni, su questa tragica falsariga.

Facciamo un esempio. Giustamente Scoppola, tirando un bilancio del progetto 'maritainista' dei dossettiani (tradotto poi dalla sinistra Dc nell'ideologia della democrazia), scrive: «Dobbiamo registrare una vistosa eterogenesi dei fini: quelle energie cattoliche che si erano poste in movimento per la ricostruzione di una cristianità nuova, che si collocasse oltre la contrapposizione storica fra capitalismo e comunismo, di fatto hanno agito in una diversa direzione: sono servite a creare le condizioni di una nuova fase di compromesso tra capitalismo e democrazia e hanno perciò reso possibile quello sviluppo industriale che il Paese ha registrato», che -secondo Scoppola- ha prodotto «il nemico vero, la società consumistica destinata a corrodere in profondità la fede del popolo italiano».

Scottati dall'esito della loro terza via, i cattolici negli anni '70 han preso a contestare i valori cristiano-borghesi, propugnando valori cristiano-progressisti, svolte a sinistra e liquidazione di una presenza sociale e politica in quanto cattolici: ancora una volta così si trovavano ad offrire giustificazioni morali alle nuove scelte del Potere, al nuovo conformismo.

Per questo Del Noce, a proposito della relazione di Bolgiani al Convegno "Evangelizzazione e promozione umana" (Epu), definiva i 'maritainisti' della Lega democratica «clerico-moderati di sinistra». Singolare è stata -in questa temperie- la nascita di Comunione e liberazione.

Cl nasce già nel '54 come «altro» rispetto al conformismo culturale e sociale «cattolico» degli anni '50.

Nei primi anni '50 era ancora molto diffuso un costume cristiano «ma si trattava in effetti di-un falso equilibrio sostenuto solo dal rispetto formale di leggi e consuetudini in cui non si credeva più, e che quindi ben presto sarebbero state abbandonate... Il sopravvivere delle vecchie forme, attraverso il culto, le feste popolari e la mobilitazione associazionistica cattolica-coprivano una situazione di crisi che però aveva già raggiunto il cuore del cattolicesimo italiano» (Comunione e Liberazione, intervista a don Giussani, Jaca Book).

«Il cristianesimo non aveva più nulla a che vedere con la vita, con tutte le sue urgenze più significative; con la concezione ed il sentimento del reale, con la necessità di giudicare, di rendersi ragione di tutto quello che arricchisce e fa diventare l'uomo più uomo».

Così l'essenza del fatto cristiano non costituiva più una proposta di vita. Ma qual è questa essenza? «E' l'annuncio di Cristo, centro di tutta la vita dell'uomo e della storia. E questo si vive mettendosi insieme, vivendo una vita di comunità, perché Cristo è presente nella storia dentro il segno della grande comunità che è la Chiesa.

Ebbene, venti anni dopo, nel '74, con il referendum sul divorzio, sia coloro che vollero il referendum sia i cattolici del no non si erano resi conto che il cristianesimo non aveva ormai più nulla a che vedere con la vita della gente. Oltre tutto, in quegli anni, il dilagante potere laicista aveva distrutto anche il fragile costume cristiano degli anni '50. Solo nel 1984 -dieci anni dopo il referendum- anche i «cattolici democratici» capiscono (sia pure superficialmente e quindi ancora moralisticamente) di essere stati funzionali al nuovo potere. Luigi Pedrazzi (uno dei capi dei cattolici del no, già dossettiano e direttore de Il Mulino) scrive: «Ciò che feci allora non mi piace più... penso che fummo più che altro mosche cocchiere». In fondo né i cattolici del sì, né i cattolici del no hanno riconosciuto e accettato fino in fondo la sfida portata al cattolicesimo da una secolarizzazione totalizzante.

Comunione e liberazione, nella tempesta del referendum sul divorzio, vota sì e si impegna nella battaglia referendaria per aderire al suggerimento dell'autorità della Chiesa. Anche questa obbedienza non è l'ultima testimonianza della novità che l'esperienza di Cl era nella Chiesa italiana. Ma venuta meno, distrutta l'essenza dell'evento cristiano nella vita delle persone, demolito l'edificio della fede, la cattedrale, il potere laicista ha buon gioco ad usare i singoli mattoni (i valori), forniti da zelanti cattolici, per costruire la sua città di produttori-consumatori. E non serve ricordare che furono un tempo pietre della cattedrale...


L'ameba

C'è un'operazione editoriale che sintetizza questa capacità di colonizzazione, per cui fra '75 e '76 si costituì il triangolo Carli-Agnelli-Lama: è la nascita de La Repubblica, costruita e finanziata dai salotti dell'alta finanza per cucire insieme il capitale liberal della Confindustria, la tecnostruttura della Banca d'Italia e la nomenclatura del Pci. «Quella linea politica fece molto discutere» racconta Scalfari «e parve strana, ma aveva la sua ragion d'essere nel nostro progetto di modernizzazione del Paese».

Il Pci del resto era perfettamente preparato a questa operazione: sia sul terreno culturale (Gramsci insieme a Gobetti costituisce quella scuola torinese -come la chiama Noventa- che farà da ponte fra l'idealismo italiano di De Sanctis, Spaventa, Croce e Gentile ed il nuovo laicismo); sia per la sua leadership (da Gramsci ad Amendola a Berlinguer e Napolitano, i «contatti» anche personali con la massoneria e la finanza laicista sono innumerevoli).

Il Pci di Gramsci è stato sempre ed è più laicista-massonico che marxista. Ed un cattolicesimo ridotto ad impeto morale è stato l'humus da cui ha succhiato parassitariamente tensioni ideali e militanti.

Quella di Repubblica è una strategia trasversale: conquistare all'ideologia liberal tutte le leadership (politiche ed intellettali) dei grandi partiti di massa, ovvero «laicizzare tutte le chiese» (Scalfari). Per questo l'operazione fatta in quegli anni con Berlinguer è la stessa realizzata negli anni successivi al conformismo di sinistra con la segreteria Dc di De Mita: «Un'operazione analoga a quella compiuta nel Pci l'abbiamo fatta nella Dc... quella di De Mita infatti è senz'altro una cultura liberal e non cattolico-popolare» (Scalfari).

E come allora una leadership cultrale del mondo cattolico, per favorire quell'operazione funzionale al disegno laicista, ha teorizzato e praticato la diaspora e una riduttiva e ambigua interpretazione della «scelta religiosa», così, con la stessa logica, oggi strumentalizza ideologicamente e partiticamente l'autorevole indicazione all'unità anche in politica dei cattolici.

Oggi La Repubblica è divenuto uno status symbol: simbolico del nuovo potere. «Il nostro giornale diventa interprete della classe dirigente liberal, compresi i liberal presenti nella Dc e nel Pci, espressione di quella che potremo chiamare la parte intelligente del Paese... La Repubblica è davvero il giornale di tutti i laici e di tutti i liberals, dovunque essi siano» (Scalfari in Nuova Antologia n. 2159).

Che oggi esista un Superpartito de La Repubblica (Intini l'ha chiamato una P3) funzionale a gigantesche concentrazioni di potere è chiaro anche agli sprovveduti. Ancora più impressionante è l'enorme potere di manipolazione dell'opinione pubblica della stampa liberal (che è davvero dominante).

E' uno scenario sociale che ricorda molto da vicino la cupa dittatura tecnocratica delineata già da Comte: «Il positivismo -scriveva questi- riserva ai banchieri (e ad industriali illuminati) la supremazia temporale dell'Occidente», ma è necessario che «degni ambiziosi siano chiamati ad organizzare una formidabile opinione pubblica».


Dove cercare quei «degni ambiziosi»?

Alla corte dei Principi della finanza italiana fin dagli anni '50 i mandarini del gruppo di Scalfari fremevano per ottenere l'investitura (e gli investimenti...). La grande omologazione degli anni '70 li vedrà protagonisti. Un cupo conformismo radical-marxista di colpo domina incontrastato in Italia.

Fa una certa impressione rileggere oggi un'intervista di Agnelli di quei mesi al Corriere della Sera diretto da Ottone (oggi manager de La Repubblica): «dovremo avere dei governi molto forti, che siano in grado di far rispettare i piani cui avranno contribuito altre forze oltre quelle rappresentate in Parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i regimi tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sarà un male. La tecnologia metterà a nostra disposizione un maggior numero di beni e più a buon mercato...» (Corriere della Sera, 20.1.75).

Schiavi felici insomma. Produttori-consumatori con la benedizione degli gnomi e del Pci.

Da questa ubriacatura l'alta borghesia liberal si svegliò solo col frastuono della P38 delle Br. Allora i benpensanti caddero dal settimo cielo: sembrava la calata degli Ichsos (le «sedicenti Brigate rosse...» si scriveva con malizia).

Ma si trattava dei loro figli e allievi, che fino a ieri avevano bevuto la scienza rivoluzionaria dalle cattedre universitarie e dalla carta stampata della borghesia illuminata.

«Era comico notare lo sgomento e le preoccupazioni dei nostri saccenti in cerca di una risposta: da dove sono venuti fuori i nichilisti? Da nessuna parte, sono sempre stati con noi, in noi e presso di noi» (I demoni). Coìi scriveva già Dostoevskij al primo apparire, in Russia, del terrorismo rivoluzionario, che i salotti illuministi avevano suscitato e foraggiato.

Insieme alla strana acquiescenza dei cattolici e sorprende la rapida diffusione di Comunione e Liberazione. Una realtà che non soggiace al progetto laicista. E ne paga le conseguenze. Chi non è funzionale a quel progetto infatti subisce un «odio ideologico» che giunge spesso alla violenza fisica. Il 14 febbraio '76 La Stampa di Agnelli e Il Manifesto escono insieme con notizie che Cl è finanziata dalla CIA. Nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche l'attacco alla comunità di Cl è già consuetudine. La notizia poi sapientemente amplificata, non fa altro che legittimare e intensificare un costume già in atto. La smentita arriverà tre anni più tardi il 17 giugno 79, dopo un procedimento giudiziario.


Così molti anni dopo, in Italia, gli anni di piombo saranno figli dei tanti cattivi maestri che pontificavano dai pulpiti della aristocrazia borghese. Alla devastazione umana prodotta negli anni del grande conformismo, troppo presto dimenticato, anche i cattolici hanno dato un loro contributo.


Foto di gruppo con spranghe

La scuola. Per anni si avallò e si giustificò la dilagante, quotidiana e sistematica violenza di spranghe e catene degli ultrà. Ma ancora più perniciosa fu la manipolazione e l'istigazione ideologica della stessa scuola di Stato. C'è da restare senza fiato, oggi, a rileggersi due memorabili volumetti (L. Lami, La scuola del plagio e G.A. Mazzola, La scuola della resa, ed. Armando) che raccolgono un'antologia di un centinaio di libri di testo circolanti in quegli anni nelle scuole statali.

Libri di lettura per le elementari, ad esempio, pieni di lettere di Gramsci, discorsi di Allende, fumetti su Il Manifesto di Marx, racconti sull'attentato di Piazza Fontana, scritti di Che Guevara, ricerche «con la documentazione dei consigli di fabbrica» fino a Marcuse, la Rossanda e Dario Fo.

«Il mio fucile ammazzerà tutti i tiranni» si poteva apprendere nel sussidiario Devi sapere (ed. Atlas). Ed ancora: «I padroni tagliavano i fili della luce per vendere le candele» (ed. Ottaviano). Il libro di lettura per le elementari Uomo come (Fratelli Fabbri editore, attualmente del gruppo Agnelli) catechizzava con Engels («le rivoluzioni sono una conseguenza necessaria...») e spiegava: «E' necessario passare alla lotta di classe... lotta che la prepotenza dei padroni rende necessariamente violenta».

Ma un capolavoro di sensibilità pedagogica fu l'enciclopedia scolastica Io e gli altri tutta volta a spiegare «che la polizia serve per spaccare le teste degli studenti e degli operai, che i bambini non nascono sotto i cavoli, che il lavoro può essere noioso e il capufficio imbecille... noi proponiamo una visione marxista del mondo». Per questo testo «i preti, gli insegnanti e gli uomini politici dovrebbero essere arrestati, giudicati e condannati per plagio».

Quando nel '73 partirono alcune denunce da varie parti d'Italia per le mascalzonate contenute in quell'enciclopedia, L'Espresso -subito seguito dal coro unanime di tutta la stampa- lancia una «crociata antifascista»: «E' certo una enciclopedia laica, e, se vogliamo, di sinistra, ma più ancora è una enciclopedia moderna, che mette in gioco tutti i portati delle nuove scienze, dall'etologia all'antropologia culturale... è stata lodata perfino da Famiglia Cristiana» (Anche Il Popolo ne tessè le lodi!). Naturalmente gli autori furono ampiamente prosciolti e celebrati come martiri antifascisti. Così i ragazzi nelle scuole di Stato poterono continuare ad apprendere che «gli italiani per obbedire alla Chiesa e al Papa votano Dc» (da Un bel paese, edizioni Zanichelli), e che «dobbiamo finirla con questa società di merda» (da Il Cile non è una favola edizioni piani Ottaviano). E studiare su antologie scolastiche come Armi improprie (si noti il titolo) le cui sezioni erano: «Giustificazione del delitto: l'assassino innocente. Virgilio, uno dei più sinistri rompiscatole. Censura (seguita dal finale di «Ultimo tango a Parigi», scena di brutale assassinio). Il guerrigliero: un riformatore sociale. La borghesia fa massacrare gli operai. Lessico marxista Anarchici e ribelli nei canti del popolo. La classe operaia come potere esecutivo dello Stato».

Era stato per palmo Umberto Eco, dalle colonne dell'Espresso a lanciare la crociata iconoclasta contro i vecchi libri di testo. Per riconoscenza molte nuove antologie stamparono il suo celebre Elogio di Franti, dove un Eco anarco-marxista tesseva le lodi del cattivo Franti che altri non sarebbe se non il «grande» Gaetano Bresci!

«I piccoli vizi della viltà sono più distruttivi di quelli della ferocia» diceva Vincenzo Cuoco, e il vergognoso ottuso conformismo di cui fecero mostra gli «audaci» intellettuali italici (quasi tutti) in quegli anni ebbe infatti i suoi perniciosi effetti.


Piombo di giornali

«Ah, giornalismo obiettivo! Quante fregature abbiamo dato al lettore...» confessa Giampaolo Pansa in un capitolo di Carte false dedicato al conformismo «rosso» di quegli anni.

Ecco le confessioni di Bocca, inviato in Vietnam, che faceva allora grandi reportage rivoluzionari (che mandavano in deliquio i nostri piccoli vietcong), spiegare oggi con candore che «mi autocensuravo».

E così Tiziano Terzani, uno dei più autorevoli inviati in Indocina, che solo verso l'85 riconosce di non aver profferito verbo sulla tirannia vietcong, sui massacri di Pol Pot, su milioni di vittime innocenti perché gli occhiali dell'ideologia censuravano quelle immagini.

Una settimana dopo la sua drammatica confessione su La Repubblica del 29 marzo, arriva al giornale di Scalfari una lettera che si può ben definire storica.

E' firmata da «una qualunque» certa Fiorella Franceschini. Una fra milioni di giovani di una generazione distrutta: «Quella che vuol sembrare un'onesta autoaccusa» scrive la Franceschini a Terzani «è in realtà un facile lavaggio di coscienza. Chi risarcisce tutta quella generazione che credette ai rapporti giornalistici di chi era in prima fila sul posto, che ascoltò i resoconti di guerra degli osservatori, le cui dichiarazioni registrate furono fatte circolare in Italia anche in ambienti scolastici? Quella generazione di giovani non poteva che dare fiducia a coloro che avevano avuto la possibilità di conoscere i 'governativi', i corrotti governativi, i poveri Khmer rossi e gli eccidi dei civili di cui sembravano responsabili solo gli americani... Ora scopro che impunemente si può dire: ho sbagliato, ero lì a vedere... Ho visto gli eccidi dei Khmer e li ho giudicati strumentalmente camuffati dalla Cia... I giovani degli anni '70, signor Terzani, avrebbero preferito sapere la verità allora».


Le mani sporche

Tuttavia Terzani ha almeno fatto la sua cocente autocritica. Caso più unico che raro. Perché un esercito di intellettuali, accademici e giornalisti, ieri maestri di sovversione (non dimentichiamolo: Pol Pot ha conosciuto Marx a Parigi, alla Sorbona!) pontificano oggi -con qualche capello in meno, e più spudorati che mai- dalle stesse cattedre impartendo lezioni di «tolleranza» e di filoatlantismo.

Mister Scalfari che nel '68 plaudeva agli assalitori dell'editore Springer (L'Espresso, 21.4.68) ed esaltava il gruppo di Scalzone (3.8.69) apriva un suo libro, L'autunno della repubblica, invitando «a non disperare della rivoluzione», spiegando ai suoi giovani lettori: «La rivoluzione non si compie mai coi giorni dorati del vino e delle rose, ma attraverso un lungo cammino per anni oscuri, confusi, fangosi e talvolta sanguinosi».

Ieri incendiari, oggi pompieri, ma sempre sulla pelle altrui. E Bocca ancora confessa: «Mi metto fra coloro che hanno esagerato il pericolo di un golpe fascista... In parte notevole erano delle buffonate».

Per non dire degli scandali. Sarà proprio Pansa a dover per primo denunciare il dilagare sulla stampa dei giornalisti dimezzati: una connivente copertura garantita per anni ai ladrocini del Pci. Mentre con i cattolici... Ricordate Gui e la Lockheed? «Lo mettemmo in croce sulle prime e sulle ultime pagine... ricordo che alla Camera si difendeva parlando con voce strozzata e piangeva. Risultò innocente perché era innocente» (Pansa). Così per Murmura, Così per i vituperati Caltagirone («Quante fregature abbiamo dato ai lettori...» ammette Pansa). Ma intanto scripta manent e anque righe di assoluzione in ultima pagina un anno dopo, non ripagano un linciaggio morale.


In pieno regime

Con la Chiesa i conti sono ormai chiusi definitivamente (come dimostra l'infame, nota copertina dell'Espresso con una donna incinta nuda crocifissa). «Il potere l'ha (la Chiesa) così cinicamente abbandonata» scriveva Pasolini «progettando senza tante storie di ridurla a puro folklore». Ed ancora: «I nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. La religione sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folkloristica ancora sfruttabile» (Scritti Corsari).

Ma insieme a questo disastroso sgretolamento del mondo cattolico assistiamo anche al rapido, sorprendente diffondersi di Comuntone e liberazione. Questa realtà di giovani a cui, per l'incontro con la proposta cristiana, «premeva prima di ogni altra cosa verificare se la fede valesse o no nella vita» per ubbidienza alla indicazione dei Vescovi, e ad un paterno suggerimento del segretario della Cei, monsignor Bartoletti, si impegna nelle elezioni di quegli anni per favorire la Democrazia cristiana.

Scriveva Del Noce nel 1975: «Cl ha un successo impressionante... e sono molti anche fra i laici coloro che vi vedono l'unica forza che potrà rigenerare la Dc».

In effetti la Dc, ormai ridotta allo stremo si vede offerta una insperata, sorprendente, energica ancora di salvataggio: nelle elezioni (decisive) del 20 giugno '76, Zaccagnini quantificherà -in un'intervista a Famiglia Cristiana- in un milione i voti convogliati sulla Dc da questo movimento di giovani: è quanto basta perché il Pci, balzato al 33%, non vinca. Ma soprattutto naufraga un dogma laicista: Cristo ha oggi più che mai una forza d'attrazione per il cuore dell'uomo (e soprattutto per i giovani che si volevano irregimentate) sconosciuta alla mentalità comune. Il Potere questo non può permetterselo.

Il 14 febbraio del '76 una strana coppia, La Stampa dell'avvocato Agnelli e Il Manifesto escono insieme con la notizia bomba: Cl è finanziata dalla Cia. Naturalmente si accodano subito La Repubblica, L'Espresso e Panorama, rincarando la dose. Di prove non c'è neanche un'ombra, ma basta la parola. La bomba esplode in una polveriera; l'attacco alle comunità di Cl è una prassi ormai abituale in moltissime università, scuole e città italiane. Anzi in un certo senso la notizia dei finanziamenti Cia sembra offrire «legittimità» a quello stillicidio di violenze contro gente inerme. «Vedete? abbiamo ragione» sembrano dire i katanga armati di spranghe, catene, coltelli e molotov: «Comunione e corruzione, Cl e la Cia una bella compagnia», ecco gli slogan coniati per l'occasione. Naturalmente, dopo la sparata dei giornali, la caccia al ciellino si intensifica. Per alcuni sarà questa la palestra delle P38 e delle future squadre Br.

Solo il 17 giugno '79 Il Manifesto e La Stampa, portati in tribunale da Cl, dovranno ritrattare. Con candida semplicità La Stampa dedica cinque righe: «Naturalmente si trattava di notizie che, per la loro stessa fonte, non potevano sul momento essere oggetto di particolare controllo. Siamo perciò ora lieti di poter dare atto al movimento di Comunione e liberazione, così come ai suoi dirigenti e aderenti tutti che essi non hanno mai ricevuto sovvenzione alcuna dalla Cia».

Semplice no? Ma intanto erano state 150 le aggressioni in pochi mesi: sedi bruciate, ragazzi aggrediti e sprangati, o schedati e banditi da università e da interi quartieri.

Il cardinale Poletti, in un accorato intervento dopo l'aggressione di due studenti di Cl ridotti in fin di vita diceva: «Da parecchio tempo assistiamo ad un aumento allarmante di episodi efferati e non possiamo restare indifferenti... E' veramente in pericolo la libertà... il nome stesso 'cristiano' in ogni sua espressione è spesso contrastato come se fosse colpa sociale».


Il segreto di Cl

Ma dove stava dunque la forza così originale di Cl? I vecchi arnesi del vocabolario politico si rivelano impotenti a spiegare.

Nella Chiesa si apre una stagione densa di contrasti e tempeste. Il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana» manifesta tutti i segnii della crisi. Né gli intendimenti di Monsignor Bartoletti, ideatore del convegno assieme a Paolo VI, si doveva risvegliare con energia la Chiesa per un nuovo grande annuncio di Cristo, redentore tutto l'uomo. Ma dopo l'improvvisa morte di Bartoletti il convegno viene appaltato ai lumi della Lega democratica. Paolo VI chide invano le dimissioni del comitato preparatorio. Il convegno legittimò la pluralità delle opzioni politiche dei cattolici. Dalle colonne de Il Tempo Del Noce criticò spietatamente la relazione di apertura di Bolgiani.
Si consuma il suicidio della presenza sociale dei cattolici. Lo strumento è l'abbandono della Dc. Per i personaggi più in vista di certo mondo cattolico lo scudo crociato non è più interprete delle loro istanze. All'assemblea della Cei del 20 maggio '76, prima del convegno, Scoppola rimbecca i vescovi per essersi espressi sulle candidature di alcuni cattolici democratici nel Pci: «interventi della Chiesa in campo politico che si esprimono in termini di costrizione e di minaccia sono oggi rifiutati dalle coscienze dei cattolici». Dello stesso parere era Orfei, oggi strenuo difensore della linea demitiana.


Innanzitutto proprio la fede era capace di cogliere un'attesa profonda e inespressa... Nel settembre del '77 il quotidiano Lotta continua pubblica una lettera firmata «un amico di Roberto», che dice: «scrivo queste righe perché un nostro compagno si è suicidato. Purtroppo fatti come questi sono sempre più frequenti non fanno neanche notizia...». E concludeva: «Tra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c'è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene così; c'è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra 'squallida' pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande dove un uomo possa perdersi».

In un baratro di cinismo o di disperazione si stava infatti perdendo tutta una generazione. L'utopia rivoluzionaria naufragava sotto la scure implacabile della vita quotidiana. Per quella generazione cantava allora Francesco Guccini: «Io dico sempre non voglio capire / ma è come un vizio sottile e più penso / più mi ritrovo questo vuoto immenso / e per rimedio soltanto il dormire. / E poi ogni giorno mi torno a svegliare / e resto incredulo, non vorrei alzarmi / ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi / le mie domande, il mio niente, il mio male».

Il quotidiano era questa sete di un significato qui e ora... «Noi non siamo entrati nella scuola cercando un progetto alternativo per la scuola; vi siamo entrati con la coscienza di portare ciò che salva l'uomo anche nella scuola, che rende vero l'uomo e autentica la ricerca del vero, cioè Cristo nella nostra unità... La nostra forza non è un progetto sociale, culturale, politico... ma è la coscienza del mistero che abbiamo addosso» (Incontro degli universitari di Cl, Riccione 1976).

«E' quello che è successo alla Chiesa primitiva che è andata nel mondo non per cambiare la filosofia, ma per rendere presente ciò che essa era, per rendere presente Cristo, condividendo tutti e tutto, anche la filosofia. E così, con i secoli, si è costituita nei monasteri, nelle scuole e nelle università una nuova filosofia e una nuova cultura».

Queste parole giudicavano anche la pericolosa tentazione ideologica che si era infiltrata fin dentro Comunione e liberazione: «Noi abbiamo vissuto questi ultimi dieci anni dentro una provocazione imponente di tipo sociale e politico e questo ci ha fatto lentamente scivolare sulla china del riporre la nostra speranza e la nostra dignità nel progetto generato da noi». E non si trattava di una nuova tesi teologica. Singolare era la domanda che l'allora direttore di Renovatio Baget-Bozzo, pose nel '77 a don Giussani: «L'identità cristiana nella storia e principalmente un'identità dottrinale?»

Nella risposta si affermava fra l'altro: «Mi sembra semplicemente inadeguato. Per me l'identità Cristiana nella storia è principalmente un Fatto, il Fatto di ima realtà rimuova, di una nuova creatura che è la Chiesa»; e si richiamava il memorabile discorso di Paolo VI del 24 luglio '75: «Dov'è il Popolo di Dio, del quale tanto si è parlato e tanto si parla? Questa entità etnica sui generis... che tutto converge verso Cristo.... (Il nostro tempo, n. 2, 1977). Insomma Cl riportava al centro l'avvenimento cristiano, nella modalità con cui esso sempre si è comunicato, a partire dalla Galilea, per 2000 anni: un incontro.


Un convegno equivoco

La leadership del mondo cattolico italiano fin dall'inizio non lesinò ostilità e diffidenza. Ma si trattava -negli anni '70- di un mondo cattolico ormai esistente perlopiù nelle sacrestie e nelle liste del Pci.

Al contrario Paolo VI sembrò quasi tirare un respiro di sollievo: «E' questa la strada, vada avanti così», disse a don Giussani nel '75. Ed alcuni mesi dopo a degli studenti di Cl: «Siamo molto attenti all'affermazione del vostro programma che andate diffondendo, del vostro stile di vita, dell'adesione giovanile e nuova rinnovata e rinnovatrice agli ideali cristiani... Vi benediciamo, e con voi benediciamo e salutiamo il vostro fondatore, don Giussani. Vi diciamo grazie delle attestazioni coraggiose, forti e fedeli che date in questo momento particolarmente agitato, un po' turbati per certe vessazioni e certe incomprensioni da cui siete circondati».
Ad esempio Giuseppe Lazzati dubitava addirittura dell'ortodossia del movimento, e nei suoi 15 anni di rettorato alla Cattolica di Milano, pur devastata dall'ideologia laicista, dalla violenza, da infiltrazioni brigatiste, vedrà in Cl l'ostacolo per un rinnovamento conciliare dell'Università Cattolica (v. Corriere della Sera, 2.3.85).

Si può parlare di antitesi netta fra Paolo VI e i suoi allievi 'maritainisti'? «L'esplodere della crisi» scrive Scoppola «crea una spaccatura fra i 'montiniani' e Montini stesso che è il Papa. Una parte della cultura cattolica si sente tradita da Montini».

Non a caso in quegli Anni il Papa aveva voluto alla segreteria della Cei un non-maritainiano come monsignor Bartoletti. Il quale vedeva in Cl un vero 'segno': «nessuna garanzia migliore della loro stessa vita» ripeteva a chi metteva in dubbio l'autenticità ecclesiale del movimento. E nella tempesta delle aggressioni e delle violenze: «La coraggiosa e chiara testimonianza cristiana che gli aderenti a Cl offrono quotidianamente nella vita civile è per noi motivo di attenta considerazione, di doveroso appoggio, di sicura speranza... la nostra parola di conforto e di incoraggiamento e di apprezzamento vuole essere solo un segno dell'immancabile aiuto del Signore per quanti vivono e soffrono, lietamente, per l'Avvento del Suo Regno».

Bartoletti aveva di fronte un quadro drammatico. Nell'estate del '75, dopo le elezioni del 15 giugno, annotava: «Divisione nel mondo cattolico e nello stesso tessuto ecclesiale. Si è potuto evitare l'esplosione del dissenso, ma non l'azione sconsiderata di sacerdoti e di laici impegnati nelle associazioni e nei movimenti» (anche l'Azione cattolica italiana solo per merito della mediazione del presidente Agnes non si schierò apertamente a favore del divorzio).

Fu proprio monsignor Bartoletti l'ideatore del Convegno della Chiesa italiana «Evangelizzazione e promozione umana». Negli intendimenti suoi e di Paolo VI si doveva risvegliare con chiarezza ed energia la Chiesa per un nuovo grande annuncio di Cristo, redentore di tutto l'uomo: istituita da Cristo scriveva «la Chiesa si presenta al mondo come segno efficace di salvezza, totale e trascendente, di integrale liberazione... La salvezza compiuta nel Cristo e partecipata a tutti gli uomini costituisce il contenuto della evangelizzazione». Ed ancora: «In questo disegno di salvezza dell'uomo che l'evangelizzazione propone è compreso anche quello che intendiamo con parola promozione».

L'improvvisa morte di Bartoletti, il 5 marzo del '76 fa precipitare gli eventi. «Monsignor Enrico Bartoletti» scriveva Andreotti «alle prese con le conseguenze del referendum, che certamente avrebbe voluto evitare, può letteralmente dirsi che morì di crepacuore» (Ad ogni morte di papa, pag. 121).

E' una morte che letta alla luce delle altre improvvise morti di Giovanni Paolo I (1978), dall'arcivescovo di Firenze cardinal Benelli (1982), dell'arcivescovo di Bologna monsignor Manfredini (1983) non può che destare drammatiche domande.

«Nella prima riunione del Comitato (dopo la morte di Bartoletti) Maverna (il successore) propose ai partecipanti di 'rimettere il proprio mandato'. Lo faceva per suggerimento vaticano e invocava la necessaria docilità ai responsabili pastorali. Il proseguimento dei lavori fu dovuto ad un escamotage formale... e alla volontà di Poma. Paolo VI è ormai defilato. 'Per noi è finita' aveva sussurrato davanti alla salma di Bartoletti... Da allora non esercitò più una efficace direzione della Cei. La gestione del Convegno veleggiò in forme provvisorie fino all'esplosione della sua celebrazione» (Il Regno, 12/87).

I principali componenti di quel Comitato erano padre Sorge e Lazzati (che sararmo i vice presidenti del Convegno stesso), Scoppola, Bachelet, Ardigò, Agnes, Rosati, De Rita, Gaiotti. Tutte le vicende del Convegno rattristarono il Papa.

Senza Bartoletti il Convegno si avviava verso lidi ben diversi da quelli per cui fu pensato. Comunione e liberazione vive il suo momento di massima emarginazione: si giunse persino ad assimilarla ai Cristiani per il socialismo come un'antitetica, ma uguale 'deviazione'.

E' incredibile, ma il Convegno fu di fatto appaltato proprio a quella Lega democratica concepita dai cattolici del no che appena due anni prima avevano rotto la comunione ecclesiale votando e facendo votare a favore del divorzio.

In una relazione ufficiale, Bolgiani sostenne addirittura che gli anti-divorzisti furono l'ultimo rigurgito del vecchio integralismio reazionario e che la provvidenziale sconfitta aveva fatto emergere i veri cattolici del dialogo e del rinnovamento.

Paolo VI, celebrando in San Pietro la Messa di inizio, vedendo il cardinal Siri (che nel '75 aveva pensato di riportare alla guida della Cei) gli si fa incontro e gli sussurra: «Eminenza, sono molto preoccupato ma se c'è qui Lei mi sento più tranquillo». Ed il Cardinale: «Santità, bisognava far qualcosa prima, e poi io starò qui finché ci sarà Lei, poi me ne andrò».

Questo episodio inedito la dice lunga sul clima di quel Convegno.

Paolo VI vi terrà dunque un'omelia memorabile (quanto inascoltata): «La fede vivente è una fede irradiante. La Chiesa credente è Madre e Maestra, e con la dottrina del Concilio ci conferma e ci ammonisce che quanti siamo suoi figli dobbiamo essere fieri del nome cristiano, e testimoni di quanto questo nome significa e ci insegna».

Tanto diversa fu la strada percorsa dal Convegno che Paolo VI per tutto il resto del Suo pontificato non lo citerà mai. Ed è un caso unico.

Il Consiglio Permanente della Cei dopo redasse una «presentazione» degli atti del Convegno che tentava di correggerne in qualche modo gli eccessi. La relazione Bolgiani, ad esempio, fu una vergognosa damnatio memoriae di Pio XII, presa in blocco dai testi del laicismo massonico-azionista, come dimostrò, senza peli sulla lingua, Del Noce su Il Tempo del 17 novembre.

La relazione Bolgiani fu pubblicata dall'Espresso, che peraltro due anm prima, in un servizio intitolato «Divorzio: lo salveranno le donne (e i preti)», aveva scritto: «In questa operazione l'altra chiesa in Italia ha trovato il suo più autorevole esponente nel cardinal Michele Pellegrino, di Torino» (24.3.74)

L'idea di un'altra chiesa (progressista, dialogante, ecumenica) che avrebbe avuto il suo inizio con il Concilio -secondo lo schema di Bolgiani- faceva emergere una innovazione improponibile, che pure stava dilagando nella mentalità dei cattolici, minando le basi stesse della fede, la Tradizione e il Magistero. Già nel '72 Paolo VI aveva respinta con orrore: «una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa 'nuova', quasi 'reinventata' dall'interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto» (23.6.72).

Il cardinal De Lubac ha denunciato di recente questa stessa strisciante eresia: «Quante volte ci è stato ripetuto che contrariamente all'antica concezione 'gerarchica' e 'sacrale' della Chiesa, il Concilio inaugurava una sorta di 'nuova Chiesa' ponendo alla base... i laici... ma se apro la Costituzione conciliare leggo: capitolo I: il Mistero della Chiesa; è un richiamo decisivo dell'autentica tradizione, che sbarra la strada a ogni tentativo di secolarizzazione, di politicizzazione, di democratizzazione...».

Del resto, quella stessa relazione proponeva una così acritica, puerile «apertura alle nuove culture del mondo» da apparire grottesca, in quel clima di regime che soffocava la società italiana.

Si voleva 'purificare' la Chiesa distruggendo tutta la fecondità di opere sociali del cattolicesimo popolare. Eliminare «la Chiesa che si appoggia su leggi e banche» diceva Pedrazzi, collaboratore (nella Lega e ne Il Mulino) di quell'Andreatta che ha -come ministro del Tesoro- «liquidato» il Banco ambrosiano (il Nuovo ambrosiano è finito poi nelle sapienti mani di Agnelli).

Strumento del suicidio della presenza sociale dei cattolici fu allora l'abbandono della Dc come partito dei cattolici. Da Scoppola a Orfei a Sorge tutti acclamavano finalmente il pluralismo delle scelte. Anche un dottor sottile come Sorge è chiarissimo: «Bisogna superare in linea di principio e nella pratica la vecchia concezione che portava a vedere nella Dc la naturale proiezione politica del mondo cattolico... La Dc è un partito laico; non religioso, ma politico... esso chiede il consenso in base alle sue scelte, perciò possono non riconoscersi in esso coloro che non le condividono, anche se sono cattolici...».

Bolgiani non ha dubbi e chiede alla Lega di realizzare «un piano strategico per la messa in crisi e la rottura del monolitismo di potere mafioso Dc». La Fuci già nel '69 chiedeva «la rinunzia alla dottrina sociale, al Concordato, il distacco dal potere economico e la rinunzia ad avalli o preferenze verso forze politiche con etichette cristiane».

Le Acli poi navigavano in questo mare di ambiguità. Ancora all'ultimo congresso Rosati sosteneva di non credere «alla negatività delle cose mondane che solo la presenza cristiana riuscirebbe a sanare». I protagonisti della scissione che portò alla nascita dell'Mcl intesero invece far chiarezza; la fede non poteva essere un optional, un condimento nel mondo di cui si potrebbe anche fare a meno (M. Giraldi su Traguardi sociali, gen./feb. '85).

Pietro Scoppola (cattolico del no e protagonista del Convegno) intervenendo all'assemblea della Cei del 20 maggio '76, rimbeccò addirittura i vescovi per aver detto la loro sulle candidature di alcuni cattolici-democratici nel Pci: «Gli amici che si sono candidati nelle liste comuniste certamente hanno ritenuto di muoversi in uno spazio di libertà consentito al cattolico... Restava il dubbio nella loro coscienza che l'intervento (dei vescovi) nei loro confronti fosse legato anche a motivazioni politiche. Sappiamo tutti che la storia della Chiesa è piena di esempi del genere. La loro scelta esprime la disperazione che ci attanaglia tutti di fronte alle insufficienze, alle deviazioni del partito che fino a ieri ha rappresentato la maggioranza dei cattolici italiani». Ed ancora, di lì a poco: «Vi sono verità di fatto, dure, che dobbiamo dire fino in fondo: interventi della Chiesa in campo politico, che si esprimono in termini di costrizione e di minaccia sono oggi rifiutati dalle coscienze dei cattolici».