di Maurizio Blondet [26/03/2006]
Fonte:effedieffe.com
Per la prima volta in mezzo secolo, gli Stati Uniti sono sul punto di aver la superiorità totale («ultimate domination») nell'armamento nucleare.
Ciò significa che se «dovesse scoppiare un conflitto», gli USA sarebbero capaci di «attaccare rapidamente e impunemente il territorio della Russia, e la Russia non avrebbe i mezzi per montare una risposta».
Ad enunciare questa chiara minaccia non è un foglio qualunque.
E’ Foreign Affairs, l’influentissima rivista del Council on Foreign Relations, lo storico think-tank dei Rockefeller da cui sono usciti segretari di Stato come Kissinger, consiglieri come Brzezinski e ideologi come Samuel Huntington, il profeto dello scontro di civiltà.
«Foreign Affaire» annuncia: «è finita l’epoca della Mutua Distruzione Assicurata (MAD)», la dottrina della dissuasione reciproca che ha impedito per mezzo secolo una guerra nucleare fra USA e URSS. (1)
Ora l’Ame rica può decidere un attacco unilaterale e preventivo, senza temere di essere incenerita.
Infatti, «la quantità di bombardieri strategici russi è crollata del 39 %, quella dei missili balistici intercontinentali del 58 %, e dei sottomarini con missili balistici dell’80 %».
Anzi, «lo scadimento dell’arsenale russo è anche peggiore di quel che dicono le cifre».
I radar russi «sono attualmente incapaci di identificare il lancio di missili americani da sommergibili locati nel Pacifico», mentre l’armamento americano si perfeziona ogni giorno di più.
Conclusione: «presto sarà possibile per gli USA distruggere il potenziale nucleare di Russia e Cina con un singolo attacco».
L’America è in grado di prevenire la comparsa di ogni altra potenza, e di escludere che nazioni «più deboli minaccino la presenza americana in regioni-chiave come il Golfo Persico».
Mosca ha reagito con estrema preoccupazione a questa dichiarazione, anche per il peso politico della rivista che l’ha enunciata.
Nessuna voce ufficiale.
La Pravda è riuscita solo ad ottenere risposte da «esperti» più o meno «privati» di think-tank russi.
Uno di questi, Aleksei Arbatov, del Centro per la Sicurezza Internazionale IMEMO-RAN, ammette: «Nei prossimi 10-15 anni la Russia dovrà ram modernare la componente di terra della sue forze nucleari, per esempio i radar per l’allarme precoce antimissile. Se non lo farà, gli USA conquisteranno un vantaggio decisivo. Ma la Russia ha i mezzi per farlo: per esempio, il nostro sistema missilistico Topol-10 non ha eguali al mondo; certo, bisogna fabbricarlo in quantità sufficienti…».
E il generale Leonid Ivashov, vice-presidente dell’Accademia per i problemi geopolitici: «è la prova che gli USA adottano una politica di intimidazione… Sono scontenti del fatto che la Russia rafforza i suoi rapporti con la Cina e, in parte, con l’Unione Europea. E’ anche il loro modo di rispondere all’annuncio di Putin e di Ivanov [il ministro della Difesa] che la Russia avrà un’arma capace di penetrare il loro ‘scudo’ antimissile».
E tuttavia, anche il generale ammette «la nostra condizione di grande vulnerabilità».
Il fatto è che da qualche settimana da Washington partono dichiarazioni sempre più ostili contro Mosca, in un crescendo che ha indotto Anatoly Lieven, un russologo della Carnegie Foundation, a domandarsi perché «questi vogliano riscaldare la guerra fredda».
Già il 5 marzo scorso il Council on Foreign relations (d’ora in poi CFR) ha diffuso un rapporto di 94 pagine dal titolo: «La d irezione sbagliata della Russia: cosa gli USA possono e devono fare». Dove si diceva che la politici di Putin, interna ed estera, danneggia gli interessi americani, e che gli USA devono capeggiare una politica coordinata di tutto l’Occidente meno amichevole con la Russia.
Meno di una settimana dopo, ecco il Dipartimento di Stato: con un rapporto che accusa Putin di «spogliare di potere il parlamento», di «perdurare ad imbavagliare i media», di esercitare «pressioni politiche sul sistema giudiziario» e di «angariare certe organizzazioni non governative». Insomma, uno Stato-canaglia, candidabile all’attacco preventivo in nome della democrazia.
Il 16 marzo, la Casa Bianca emana la versione aggiornata della sua National Security Strategy, in cui specificamente di mette in guardia Mosca che i suoi «tentativi di prevenire gli sviluppi democratici all’interno e all’estero» possono danneggiare le sue relazioni con USA, Europa e «i suoi vicini».
Lo stesso giorno Condoleezza Rice, in visita a Sidney prendeva di mira Putin con queste parole: «per la sua stessa esistenza, una presidenza che è forte e non ha istituzioni che la controbilancino, può sovvertire la democrazia».
Secondo Lieven, i duri della Casa Bianca, e specialmente Cheney, vorrebbero provocare «regime ch’ange» in Russia, anche formando «alleanze militari anti-Mosca»; e nota che le tirate sulla democrazia suonano un po’ false fra i russi, che ricordano come Washington abbia sostenuto il presidente Eltsin, con la sua «pseudo-democrazia governata da clan corrotti e brutali».
Quale il motivo di ta nta aperta ostilità, alla vigilia del G8 che Putin ospiterà a Pietroburgo?
La risposta è semplice: sta nella determinata volontà di Putin di non trattare il petrolio e gas russo come una «merce come le altre», abbandonata alla «mano invisibile del mercato» (e alle sue mani visibili, a Londra e New York).
USA ed UE sono unite nell’esigere da lui che apra ai capitali esteri l’accesso alla rete di oleodotti e gasdotti russi, e che ri-privatizzi l’industria energetica nazionale, com’era ai bei tempi di Eltsin.
Usa ed EU sostengono che Putin deve garantire la «sicurezza energetica», e che solo il mercato, libero dalle condizioni politiche, può garantirla.
Putin ritorce chiedendo «sicurezza della domanda», ossia che le sue aziende petrolifere (Gazprom in prima fila) possano investire nelle vaste reti di distribuzione europee e americane, comprare proprietà in Occidente nel settore energetico, avere la possibilità di agire nel mercato occidentale all’ingrosso e al dettaglio.
Di fatto, questo significherebbe che anche USA ed Europa dovrebbero veramente liberalizzare i loro mercati petroliferi, oggi saldamente in mano al cartello delle celebri Sorelle.
Ma la Gazprom è un’azienda di Stato, ritorce l’Occidente; grazie a cui Putin sta usando il petrolio non come una merce qualunque, ma come la leva principale della sua politica estera.
Più efficace dei missili e dei cingolati sovietici, oggi che il mondo è assetato di energia, e che le fonti e riserve energetiche declinano.
Putin dunque sarebbe «aggressivo».
A Mosca invece, chissà perché, c’è la sensazione contraria: di essere accerchiati.
Com’è scritto nel «Concetto di Sicurezza Nazionale» (l’analogo moscovita della National Security Strategy americana), Mosca ha visto comparire basi e truppe straniere nei Paesi vicini ex sovietici; l’espansione ad Est della NATO; e manovre internazionali che hanno bloccato l’integrazione della «Comunità di Stati Indipendenti» che doveva sostituire lì Stato federale sovietico.
Invece di minacciare bombe, Mosca usa il petrolio come mezzo per vincere l’accerchiamento.
Nel settembre 2005, Putin ha stretto con la Germania una joint venture per la costruzione del gasdotto del Nord: una tubatura da 1,2 chilometri, del costo di 5 miliardi di euro, che porterà 55 miliardi di metri cubi di gas russo ai tedeschi senza passare - né pagare pedaggio - ai Paesi oggi ostili, come Polonia e Ucraina.
Per l’Europa, questo gasdotto da solo può mettere in crisi i suoi ra pporti con gli USA.
Perché «nei prossimi decenni, la fornitura stabile di energia all’Europa dipenderà dalle relazioni con la Russia», dice Igor Tomberg, dell’Accademia Nazionale delle Scienze russa.
Peggio; nello stesso settembre, le americane Conoco e Chevron hanno avuto l’umiliante soddisfazione di essere «selezionate» da Gazprom fra le compagnie da associarsi per sfruttare l’immenso giacimento Shtokman, nel Mare di Barents; però insieme alle norvegesi Hydro e Statoil e, insulto nella beffa, ai francesi della Total.
Le due Sorelle americane non si sono potute permettere di rifiutare la degnazione russa: il campo Shtokman pare contenga 3 mila trilioni di metri cubi di gas, una manna insperata per il futuro di penuria energetica.
Vorrebbero avere anzi una parte di leadership nell’impresa, per assicurare che il 25% del gas lì estratto, e liquefatto, sia desinato agli USA.
Ma la Gazprom non ha fretta, e lascia capire che preferirà «dare la precedenza ai clienti europei» nelle forniture.
A meno che gli USA non le aprano, in cambio, il mercato al dettaglio dei carburanti americani, e non mettano più buona volontà nel progetto di rammodernare la tecnologia petrolifera russa, assai invecchiata.
Ma non basta ancora; tra i giacimenti del Caspio e Asia Centrale (in mano americana tramite i suoi nuovi satelliti democratici) e i consumatori europei, c’è di mezzo la rete degli oleodotti russi. Quasi i soli; sicché l’Europa finirebbe per dipendere da Putin n on solo per il gas e greggio russi, ma anche per il gas e greggio altrui, che solo la Russia può portare a destinazione.
Si prenda ad esempio il campo offshore di Kashgan in Kazakstan: il più grosso giacimento scoperto negli ultimi 30 anni, e che sarà sfruttabile presto.
Perché questo nuovo flusso di oro nero non passi negli oleodotti di Putin, Washington sta forzando in tutti i modi il Kazakstan di dire sì all’oleodotto progettato Baku-Ceyhan, che dovrebbe portare il greggio al porto turco di Ceyhan attraverso la Georgia «democratica»; e nello stesso tempo preme, con i suoi satelliti europei, perché Mosca apra di più agli investimenti americani nel settore petrolifero russo.
Putin ha assicurato che regole «comode, trasparenti e prevedibili» saranno stilate per gli investimenti stranieri nel settore.
Ma non leggi specialmente favorevoli agli USA.
Sì, questi possono dare in cambio molto in tecnologia.
Ma anche la Russia no n ha poco da offrire.
Oggi, Mosca detiene il 20 % delle r! iserve di gas naturale del mondo, e fornisce il 16% del totale del gas naturale oggi consumato.
Il 25% del consumo europeo è già garantito dalla Russia; la quale deve a questo commercio un quarto dei suoi introiti fiscali.
E la capitalizzazione di mercato della Gazprom è stimata in 300 miliardi di dollari; un gigante ben fornito.
Cinesi, indiani e giapponesi pregano di succhiare da quella mammella, implorano che Putin dia loro un accesso alle risorse della Siberia, costruisca per loro pipelines verso Sakhalin e l’Estremo Oriente; l’Europa non prega con meno ansia.
E Putin?
Flemmatico, ha recentemente scritto: «è nostra ferma convinzione che una distribuzione dell’energia guidata in primo luogo dagli interessi del piccolo gruppo dei Paesi più sviluppati non serve ai fini e agli scopi dello sviluppo globale. Creeremo un sistema di sicurezza energetica sensibile agli interessi dell’intera comunità internazionale».
C'è da stupire che Washington minacci una strage atomica?
Stato petroliero, Stato canaglia; da «liberare» e a cui portare la «democrazia».
Tanto più che persino i più sottomessi maggiordomi europei cominciano a pensare che un accordo a lungo termine con Mosca può convenire più che la vecchia amicizia con Bush.
E che dopo tutto, Putin h a ragione: il petrolio non è una merce come un’altra.
«L’Europa deve agire collettivamente nel settore energetico», ha scritto sul Financial Times (9 marzo) Javier Solana, capo della politica estera UE: «dobbiamo trovare il giusto dosaggio fra un approccio semplicemente di mercato e uno più strategico».
«Ci occorre una combinazione di mercato, diritto e negoziati consensuali»…insomma, meno mercato e più politica.
Un patto di lunga durata fra Europa e Putin non piace agli USA.
Ma è necessario all’Europa, ed è già nei fatti, con il gasdotto del Baltico.
Un alto funzionario tedesco del ministero dell’Economia, Georg Adamowitsch, ha detto recentemente: «l’inverno è stato freddissimo in Germania, ma nessuno è congelato, grazie alle buone forniture dalla Russia».
La frase pare abbia esasperato Washington.
Frattanto, anche la Turchia non è più tanto sicura come alleato di Washington nell’area: grazie alle sempre più strette e necessarie buone relazioni energetiche con Putin, ha trovato una sua nuova autonomia.
Ankara preferisce apertamente che il Mar Nero torni quel che è stato per secoli, un condominio turco-russo, con un po’ meno avventuristi americani.
Putin è volato in Ungheria e in Cechia: a parlare di forniture, specificamente di una deviazione della pipeline Blue Steam (fra Russia e Turchia) in territorio ungherese e da qui n ell’intera regione sud-orientale d’Europa.
E le nazioni lì presenti - Bulgaria, Romania, l’ex-Jugoslavia non sono insensibili a queste aperture di Mosca.
Sicché l’accerchiamento americano a nord, tramite i satelliti Polonia e Ucraina, è sfondato a sud via Ungheria e (ex) Yugoslavia.
Né lo sfondamento si ferma qui; Putin vola in Algeria, il grande fornitore energetico del sud Europa, Italia e Francia comprese.
E’ un gesto di audacia diplomatica che può essere storica, unendo due correnti prima estranee di politica internazionale in una convergenza i cui sviluppi possono essere epocali.
Putin si presenta in Algeria con alle spalle lo status di osservatore nella Organizzazione delle Conferenze Islamiche (da cui gli USA sono fuori, grazie a Israele), con il diverso atteggiamento di Mosca verso l’Iran, la simpatia pubblicamente espressa ad Hamas, la ripresa delle vecchie relazioni sovietiche con la Siria.
Insomma come l’amico, se non degli arabi, del multiralismo, contro l’approccio unilateralista USA.
Ad Algeri Putin ha venduto 7 miliardi di euro di armamenti: caccia multiruolo, radar, missili.
Ma la novità è il modo di pagamento: il finanziamento è intessuto in un accordo energetico fra i due Paesi che darà a Mosca la partecipazione alle operazioni «downstream» e «upstream» del settore energetico algerino.
In breve, le aziende petrolifere russe hanno ricevuto il monopolio per la produzione di greggio nel Sahara; la Gazprom parteciperà allo sviluppo del settore gas algerino; e soprattutto, i due Paesi hanno scelto di «operare insieme nel mercato europeo».
Ora, attualmente l’Algeria è la sola fonte affidabile e alternativa di gas per gli europei: ha gasdotti diretti con Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, ed esporta gas liquefatto a tutto il Mediterraneo del nord.
Ora, resta la fonte di gas affidabile, ma non più «alternativa» a Mosca, bensì associata e complementare.
La dipendenza dell’Europa da Putin diventa più certa e salda.
«La Russia ha acquisito la libertà d’azione alla giuntura critica in cui si forma una nuova architettura dei rapporti internazionali», ha scritto esultante il ministro degli Esteri Sergei Lavrov sulla Rossiskaja Gazeta (2).
Nel tentativo di soffocare Mosca dentro un nodo scorsoio di satelliti «democratici», Washington l’ha obbligata a diventare un protagonista internazionale che mina - senza minacce - la sua egemonia unica.
Ecco perché Dick Cheney non ci vede dalla rabbia.
E perché il CFR agita le bombe atomiche.
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Note
1) Keir Lieber e Daryl Press, «The rise of US nuclear primacy», Foreign Affairs, marzo-aprile 2006.
2) Citato da M.K Bhadrakumar, «Reheating the cold war», Asia Times, 24 marzo 2006. L’autore dell’articolo è stato ambasciatore dell’India per tre decenni, da ultimo in Turchia (fino al 2001).




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