| Lunedi 27 Marzo 2006 - 13:12 | Mario Consoli |

di Mario Consoli

Il dibattito elettorale, mentre mostra, ad uso del necessario spettacolo, vivacità di interventi e virulenza di scontri, dietro il clamore nasconde il più grande vuoto di idee, di proposte, di contenuti che si ricordi in Europa.
Sul piano della politica internazionale si assiste al più vergognoso servilismo all’asse USA-Israele. Né la sinistra, né la destra mettono in discussione lo status quo, anche quando sono con evidenza lesi gli interessi italiani ed europei.
I casi del Cermis e dell’uccisione di Nicola Calipari sono solo esempi conosciuti di una diffusa e molteplice realtà molto meno nota, perché abilmente da tutti insabbiata, di sudditanza finanziaria, diplomatica e militare.
La sovranità nazionale non alberga in Italia.
Sul piano della politica interna, il dibattito si concentra tutto sui decimali con i quali quantificare la situazione di crisi economica e sul dove e come reperire i fondi necessari a fronteggiare la situazione. Insomma, sulle tasse da imporre.
Il confronto diretto tra Prodi e Berlusconi è apparso simile a una noiosa polemica per la nomina di un amministratore di condominio.
Dunque nessuna nuova vivanda ci viene preparata per il pranzo che ci aspetta nel dopo-elezioni.
Le prime settimane di dibattiti elettorali – non si era mai visto prima – si sono svolte in TV tra la mezzanotte e le due e mezza, quando gli italiani stavano dormendo. Evidentemente erano dedicati ad un pubblico di pochi intimi. Ma, siccome in tempo di elezioni i pochi non contan nulla e i molti, invece, parecchio, ad essere determinanti alla fin fine saranno solo i due-tre slogan ben orchestrati e fatti circolare – a mo’ della moderna arte pubblicitaria – e lo schieramento delle “autorevoli” fonti di informazione. E si tratta di uno schieramento derterminato solo dalla capacità condizionante dei “poteri forti”.
Mettiamo quindi le carte in tavola: la partita che si sta giocando non è tra forze politiche e idee di destra e di sinistra. Lo scontro è tra “poteri forti” – alta finanza internazionale, banche e grande industria – che hanno scelto, oggi per la verità in piccolissima parte, il cavallo di destra e quelli che hanno scelto, in questo frangente nella stragrande maggioranza dei casi, quello di sinistra; e, soprattutto, quelli che, lavorando sottobanco, puntano ad azzoppare ambedue i cavalli, subito dopo le elezioni, per metterne in pista uno nuovo, di centro.
Il top, per costoro, sarebbe un risultato di pareggio – camera e senato di segno differrente – che spianerebbe la strada alla formazione di un terzo polo, senza complicanze di ribaltoni e piroette varie.
E’ un gioco talmente spregiudicato, senza regole e solo fittiziamente politico, che si possono individuare la tutela degli interessi tradizionalmente di destra – alta finanza e privatizzazioni – più nello schieramento di sinistra che nel Polo. Stiamo assistendo a un’Unione che amoreggia con i vertici della Confindustria e una destra che fa il contropelo alla Fiat e al grande capitale.
Prodi è un uomo della Goldman Sachs; è colui che da presidente dell’IRI svendette a piene mani le aziende italiane alle finanziarie anglo-americane. Prodi è colui che cercò di “regalare” a Carlo De Benedetti la SME, importante pacchetto di aziende e di distribuzione alimentari italiane. L’allora ministro dell’industria Renato Altissimo – lo riferì nell’aula del Tribunale di Milano nell’ottobre 2002 – quando chiese al presidente dell’IRI spiegazioni sull’operazione, si sentì rispondere: “Perché Carlo ha un taglio sul pisello che tu non hai”, con evidente riferimento alla circoncisione. Potenza dell’appartenere al popolo eletto. E poi ci vengono a dire che sospettare che gli ebrei godano di privilegi sia solo indice di complottismo!
Ma, tornando all’oggi, nello schieramento di destra, invece di una chiara denuncia di queste compromissioni – che peraltro potrebbe essere foriera di numerosi e preziosi consensi elettorali – si assiste a un atteggiamento sostanzialmente omertoso e contraddittorio. Perché?
Perché Berlusconi, che pur si è spesso mostrato restio a proseguire nell’incondizionato saccheggio dei beni italiani a favore della finanza internazionale, alla fine, sempre, si è adeguato? Perché continua a parlare di “cose inconfessabili”, di “scheletri nell’armadio”, ma non va mai avanti con il discorso, non arriva ai fatti, ai nomi, agli indirizzi? Perché fa capire che ci sono pentole che bollono, ma non vuole mai a sollevarne i coperchi?
Evidentemente non è possibile, mai, la convivenza tra propositi di buon governo e l’abitudine al totale asservimento agli interessi stranieri. Non si può, al tempo stesso, tutelare gli interessi del popolo e quelli di chi ne saccheggia le risorse.
E poi, i “poteri forti”, anche se oggi appaiono privilegiare l’Unione di centro-sinistra, non hanno certamente rinunciato ad imporre la loro ingombrante presenza anche al Polo di destra.
Ci sono infatti domande che è doveroso porsi.
Perché Tremonti ha svolto una sacrosanta lotta contro quella società privata che risponde al nome di Banca d’Italia, in difesa della primazia della politica e degli interessi dei risparmiatori, ma ha poi accettato che a sostituire il governatore Antonio Fazio fosse quel Mario Draghi che, a conti fatti, è peggio di Fazio?
Mario Draghi è stato definito da Marcello Veneziani “un britannico nato per caso a Roma. Vive e prospera a Londra ed è vicepresidente della Goldman Sachs” (Libero, 30-12-2005).
Nel 1983 è a Washington, prima alla Banca interamericana, poi alla Banca mondiale. Nel 1991 viene chiamato da Guido Carli alla Direzione generale del Tesoro.
Gli addetti ai lavori lo ricordano come il regista, nel giugno 1992, dell’”Operazione Britannia” e l’organizzatore delle successive privatizzazioni; di ciò che è passato alla storia come la “Grande svendita”.
Del Britannia, dopo molti anni di silenzio, se ne è scritto, anche recentemente, su libri e giornali, ma non è mai inutile ricordarne le linee essenziali, perché rappresenta la boa, passata la quale la lira e l’economia italiana cominciarono a subire batoste memorabili.
Fu quello un anno ricco di avvenimenti significativi. Molti ne parlano come “l’anno dei complotti”.
Il 23 maggio 1992 la mafia liquida, con la strage di Capaci, i suoi conti con il giudice Giovanni Falcone. E’ di quell’anno l’inizio di Tangentopoli, con la conseguente messa in pensione di grandi partiti come la DC e il PSI. Sono sempre di quel periodo le rapine valutarie ai danni della lira, prima fra tutte quella dello speculatore ebreo George Soros che in una sola notte, giocando con i cambi della sterlina e soprattutto della lira, si accaparrò 2.300 miliardi della nostra moneta. C’è chi fece risalire la corresponsabilità di queste brutte vicende (per acquiescenza o inettitudine?) alla Banca d’Italia e al suo governatore di allora, l’attuale presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
In quei giorni la Banca d’Italia bruciò, secondo le diverse stime, da 40.000 a 100.000 miliardi di lire, di fatto prosciugando le riserve valutarie della nostra Banca centrale. Per molto meno altri governatori, in altre parti del mondo, sono stati licenziati. Noi Ciampi, per premio, lo abbiamo mandato prima a Palazzo Chigi, poi al Quirinale.
1992, anno di tante storie “poco chiare”.
Il 2 giugno, dunque, al largo di Civitavecchia, a bordo del panfilo Britannia della Regina Elisabetta, giunti da bravi pirati via mare, c’erano i dirigenti della Warburg, della Baring Co., della Barclay’s Bank, della Coopers Lybrand, della Goldman Sachs, insomma il Gotha della City di Londra e di Wall Street. Ad incontrare questi signori c’era Mario Draghi, i dirigenti dell’ENI, dell’AGIP, dell’IRI, dell’Ambroveneto, del Crediop, della Comit, delle Generali e della Società Autostrade. Ed altri personaggi “importanti” tra cui Rainer Masera, Giovanni Barzoli e Beneamino Andreatta. Quest’ultimo, sino a quando un ictus lo ha fermato, dopo quella crociera ha fatto molta strada ed è stato ministro nei governi Amato, Ciampi e Prodi.
Draghi parla, introduce gli argomenti, poi si fa condurre a terra. Non vuole esporsi eccessivamente. Si tratta di un’operazione che scotta.
A bordo si continua a discutere, a decidere, a mettersi d’accordo. In sintesi, si pianifica la campagna di privatizzazioni delle aziende dello Stato italiano. E si decide anche di svalutare la lira, così che le aziende da vendere, oltre ad una vistosa sottovalutazione di partenza, possono essere offerte ai “paperoni con i dollari in tasca” con un ulteriore sconto del 30%. Un vero affare.
Mario Draghi seguirà queste operazioni, come uomo del governo italiano. E grandi furono gli affari delle banche anglo-americane, particolarmente di quella Goldman Sachs di cui l’attuale Governatore di Bankitalia, addirittura, nel 2001 diventerà vice presidente.





Quella delle privatizzazioni fu dunque un’operazione sciagurata ai danni delle finanze dello Stato italiano – di tutti noi – avviata dal governo Amato, con la benedizione di Carlo Azeglio Ciampi, e poi realizzata da Draghi e da quell’”astro nascente” della politica italiana che era Romano Prodi.
Con loro il saccheggio fu facile, veloce ed efficace. Nel solo settore agroalimentare – così importante per la nostra economia – passarono subito in mani straniere Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza, ecc., ecc. Negli anni successivi fu la volta della Telecom, dell’Enel, dell’ENI, di tutte le altre grandi aziende dello Stato e delle Banche pubbliche italiane.
Prodi, Ciampi, Draghi, Amato: il quartetto dei grandi privatizzatori ai quali gli italiani dovranno sempre portare “riconoscenza”. Un mare di grandi affari, ma sempre a beneficio degli altri e a scapito del popolo.
Un quartetto premiato con folgoranti carriere. Per completare il quadro dei “riconoscimenti per benefici ricevuti”, dopo aver sponsorizzato Ciampi per il Quirinale, Prodi per Palazzo Chigi, Draghi per Palazzo Koch, i “poteri forti” hanno già avviato i lavori per cercare di ottenere la presidenza della Repubblica per Giuliano Amato. Se ci riusciranno, il quadro sarà completo.
Ma, tornando all’imbarcazione al largo di Civitavecchia, gli anglo-americani presenti sul Britannia si accaparrarono il 50% delle privatizzazioni dello Stato italiano e degli affari ad esse collegati. Il giornalista Massimo Gaggi del Corriere della Sera, che era riuscito a salire a bordo del panfilo, scrisse di una torta di 100.000 miliardi.
Craxi provò ad opporsi e a denunciare la situazione, ma, già mal sopportato per la storia di Sigonella, fu fatto diventare il capro espiatorio di Tangentopoli e brutalmente azzittito.
Tutto questo è un piccolo esempio di cosa rappresentano i “poteri forti” che comandano, decidono, condizionano, in barba alle elezioni e al consenso popolare. Un esempio di ciò che bolle in quelle pentole di cui Berlusconi si è abbondantemente accorto, ma ha sinora dimostrato di avere una tremenda paura di sollevarne i coperchi. Perché queste cose le conoscono, a livello di vertice, proprio tutti. Sul Britannia, come “osservatore” c’era anche l’avvocato fiscalista Giulio Tremonti. E il ministro dell’economia oggi si limita a considerare, sul Corriere della Sera, che quella fu “un’operazione elitaria che prescindeva dal popolo”. Tutto qui?
La Goldman Sachs & Co., una delle più importanti Banche d’affari del mondo, negli ultimi anni si è specializzata in privatizzazioni; in Italia, come abbiamo visto, ma anche in Russia dove, tra l’altro, ha tenuto il sacco a Michail Chodorkovski che nel 2003 Putin, cercando di recuperare qualcosa, ha messo sotto processo e quindi in galera. Una Banca d’affari che abbiamo incontrato spesso nelle vicende citate: nel complotto del Britannia, nelle carriere di Draghi e Prodi e la riincontriamo anche in questi giorni giacché si è venuto a sapere che tra i massimi finanziatori della campagna elettorale di Romano Prodi c’è una certa signora Linda Costamagna, moglie di Claudio Costamagna, Amministratore delegato della Goldman Sachs per l’Europa.
E dopo il danno la beffa. La Goldman Sachs, dopo aver fatto con l’Italia – o, più esattamente, ai danni dell’Italia – affari plurimiliardari, per voce di Jim O’Neill, suo Managing Director e suo capo della ricerca economica, ci viene a dire che di buono in Italia ormai rimane solo il “cibo e un po’ di calcio”.
Elezioni-farsa dunque. Chi decide sta altrove, e ha già deciso tutto.
La libertà ce la siamo giocata da un pezzo, giacché non c’è nessuna forza politica autorevole disposta a schierarsi contro l’asse USA-Israele e rivendicare per l’Italia e l’Europa la piena sovranità nazionale. E nessun uomo potrà mai sognarsi di essere libero in una patria che libera non è.
Ma siamo giunti a perdere anche le ultime illusioni di partecipazione.
La democrazia, di per sé, è una parola vuota, buona per qualsiasi propaganda. In suo nome si sono legittimate rivoluzioni e sono stati ottenuti cambiamenti politici e sociali di ogni tipo, e si sono anche giustificati bagni di sangue, occupazioni militari e genocidi; Mussolini scrisse che il Fascismo è la migliore delle democrazie, ma è in nome della democrazia che i bombardieri americani fanno piovere morte su tutti quei popoli che, a capriccio e convenienza della Casa Bianca, vengono definiti “canaglia”.
Democrazia è una parola vuota. Il sostantivo che segna invece la differenza tra un regime tirannico ed uno basato sul consenso è “partecipazione”.
Non è l’adozione di un sistema elettorale anziché di un altro a qualificare un ordinamento, ma il risultato che si ottiene. Qualificante è solo il reale “grado” di partecipazione politica.
Ora, è un fatto che in Italia questo “grado” è diminuito negli ultimi decenni sino a raggiungere un minimo storico agghiacciante.
Di politica, di vera politica, non parlano più i candidati, ma, quel che è più grave, ai cittadini non interessa nulla. Non ne sentono la mancanza. I giovani non la conoscono neppure.
Tre, quattro decenni fa c’era un dibattito, nel popolo, che oggi sembra fantascienza. Nelle piazze la gente faceva capannelli e discuteva animatamente; le sezioni dei partiti esistevano, erano piene e vive. Gli argomenti erano sviscerati e dibattuti. E, soprattutto, questo, a noi che eravamo stati contagiati dal virus della passione politica, non bastava: volevamo molto di più. Volevamo uno Stato di vera e diffusa partecipazione politica. Giudicavamo i partiti uno strumento superato, cristallizzato. Volevamo che si individuassero nuove sedi di raccolta del consenso, e realizzarle. Sognavamo la costruzione di uno “stato legale rivoluzionario”, capace di garantire un governo efficiente, autorevole, forte e al tempo stesso una partecipazione continua, cosciente, attenta; un controllo dei delegati ai pubblici poteri con perenne possibilità di revoca del mandato.
Il fatto che le liste dei candidati fossero redatte dai vertici dei partiti e non scaturissero dalla base, ci andava stretto, molto stretto. Ma nel corso degli anni è andata peggio: la prima botta è avvenuta col maggioritario, la seconda con l’ultima riforma elettorale. Oggi nessuno si può nemmeno togliere la soddisfazione di illudersi di influenzare l’andamento elettorale votando un candidato anziché un altro. Come oggi, a parte la questione del partito unico, si votava nell’Unione Sovietica.
Negli anni Sessanta e Settanta eravamo alla ricerca di nuove forme di partecipazione, capaci di qualificare l’apporto di ciascuno secondo le proprie reali potenzialità. Oggi, passando tra l’utopia ugualitaria e la demagogia democratica, i cittadini, con tappe di crescente disinteresse, sono giunti al totale rigetto della politica.
Il sistema si sta totalmente americanizzando; i partiti sono ridotti a “comitati d’affari” ai quali si rivolgono una ridicola porzione di cittadinanza. Negli USA ci sono al potere maggioranze che talvolta stentano a rappresentare il 13% della popolazione.
Allora noi ci lamentavamo che il rapporto voti-iscritti dei partiti riscontrasse un pesante divario. Il PCI, a fronte degli undici milioni di voti che riceveva, riusciva a portare a casa solo 1.800.000 tessere. Oggi gli iscritti sono talmente pochi che non c’è nessun partito disposto a rendere pubblico il risultato delle proprie campagne di tesseramento. Spesso non si fanno nemmeno più, queste campagne. Chi arriva, arriva; tanto non conta niente.
In quegli anni pensavamo di aver toccato il fondo e non immaginavamo di stare invece per precipitare in una voragine senza fine. Il trionfo dei “poteri forti”, per divenire incontrastato, doveva necessariamente coincidere con l’avvento di autorità politiche estremamente deboli e avulse da ogni reale partecipazione dei cittadini.
Libertà addio, dunque, ma anche partecipazione addio. Abbiamo fatto un salto indietro di secoli.
Le cose cambieranno in futuro? Sicuramente. Ma saranno cambiamenti traumatici, provocati dallo scoppio tremendo delle folli contraddizioni di questo sistema disumano. Perché non può esistere società più disumana nella storia di quella dominata dalle banche, dagli usurai e dai pirati della finanza. Un sistema che ha posto sugli altari il dio-denaro e ridotto l’uomo allo stato di schiavitù al mercato e al consumismo.
Si sente già odor di barricate, si scorgono già bagliori di spari e tristissimi scenari di strade sporche di sangue. Peccato, sarebbe potuto andare molto differentemente. Ma si sarebbe dovuto impedire la consegna di tutti i poteri in mano ai nemici di tutti i popoli.
Anche queste elezioni, come le precedenti e più delle precedenti, sono una farsa.
Lo spudotato accerchiamento operato dai mezzi d’informazione ai danni di Berlusconi, l’impudica connivenza tra “poteri forti” e sinistre d’ogni ordine e grado, la scandalosa ostentazione da parte dell’Unione di un leader come Prodi, totalmente compromesso con privatizzazioni e grandi Banche d’affari, indubbiamente possono far venire la voglia di votare per il Polo. Nonostante le troppe cose non dette e non fatte. Nonostante il colpevole, ottuso e disastroso americanismo. Si tratterebbe di una scelta in qualche modo comprensibile, anche se non ideologicamente ortodossa.
Legittima e coerente invece è la scelta del non voto: il rifiuto di un sistema che globalmente è sbagliato e incondivisibile.
Ma, mettendo bene a fuoco la situazione, ci si accorge che ambedue queste opzioni sono destinate a risultare ininfluenti. Politicamente inutili.
Come vada vada, le decisioni sono già state prese, i complotti già preparati, le rapine ai danni del popolo già programmate. I “poteri forti” hanno già vinto; non hanno bisogno dei voti, loro.
Saranno altre le occasioni che vedranno tornare il popolo protagonista. Occasioni che forse non sono ancora dietro l’angolo, ma che indubbiamente il nostro popolo sarà destinato a vivere.