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  1. #1
    liber
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    Predefinito Prodi, l'inarrestabile ascesa di un uomo senza qualità. E alcune cosucce da chiarire

    L'aspirante Premier Romano Prodi, mancando una magistratura bianca dal momento che impera solo quella rossa, deve *ancora* spiegare agli italiani alcuni passaggi bui della sua carriera, e vale a dire:

    1) La vera storia del piattino e della seduta spiritica sul sequestro Moro.

    2) Rendere noti a tutti noi i veri conti di Nomisma.

    3) I misteriosi affari dell'Iri.

    4) Come fece ad uscire indenne da Tangentopoli, e come mai non venne arrestato dall'alleato unionista Di Pietro.

    5) Perchè il pm Giuseppina Geremia venne trasferito, nonostante avesse raccolto prove schiaccianti su una certa inchiesta che lo riguardava da vicino...

    Quindi oltre ad avere in programma tasse e mortadella, attendiamo con ansia delucidazioni in materia

  2. #2
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    non nel senso di musil. il suo "uomo senza qualità" ne aveva un quantitativo che prodi nemmeno si sogna.

  3. #3
    Assatanata, cogliona & indegna
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    Già cogliona ed oggi anche "indegna di essere italiana"!!!
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    Questo è il Vangelo eretico secondo Silvio?

    Se Prodi vince, voglio vedere che fa il nano!!!!

  4. #4
    liber
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    Citazione Originariamente Scritto da dime can
    non nel senso di musil. il suo "uomo senza qualità" ne aveva un quantitativo che prodi nemmeno si sogna.
    Il caso Moro: Romano Prodi, via Gradoli e la seduta spiritica

    ANTEFATTO: Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una “entità” [nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di Don Sturzo e La Pira, n.d.r] avrebbe indicato “Gradoli” come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.
    Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E’ la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle.
    In seguito alla seduta il professor Prodi si reca a Roma - solo due giorni dopo, il 4 aprile -, per trasmettere l’indicazione ad Umberto Cavina, capo ufficio stampa dell’on. Benigno Zaccagnini.

    E’ la seconda volta che viene fuori il nome “Gradoli”. La prima fu una manciata di giorni prima. Il 18 marzo, alle 9 e 30 del mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si presentano al terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia. Una “soffiata” molto precisa, forse proveniente da ambienti vicini ai servizi segreti, ha segnalato che lì, all’interno 11, c’è un covo delle Br. Gli agenti bussano alla fragile porta di legno, ma nessuna risponde. Apre invece l’inquilina dell’interno 9, Lucia Mokbel, e racconta di aver sentito provenire dall’appartamento sospetto dei ticchettii simili a segnali Morse. Secondo le disposizioni vigenti i poliziotti dovrebbero a quel punto sfondare la porta, o quantomeno piantonare il palazzo. Invece vanno via. Al processo Moro presenteranno un rapporto di servizio grossolanamente falso, costruito a posteriori, stando al quale i vicini avrebbero fornito “rassicurazioni” sull’onestà dell’inquilino dell’interno 11, il ragionier Borghi, alias Mario Moretti. Saranno sbugiardati pubblicamente, ma mai puniti.

    Il 18 aprile la porta dietro cui forse era stato nascosto, fino a qualche giorno prima, lo stesso Aldo Moro, viene finalmente sfondata. Non da polizia e carabinieri però, ma da pompieri; che ci arrivano a causa di un allagamento. Anche se i brigatisti lo hanno sempre negato, si tratta di una messinscena organizzata perché il covo venga scoperto: il telefono della doccia è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme.
    L’allagamento si verifica lo stesso giorno in cui un falso comunicato delle Br spedisce migliaia di carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Si tratta di due episodi di difficile lettura. Alcuni brigatisti del gruppo dirigente dichiareranno, molti anni dopo, che la scoperta del covo e il falso comunicato li spinsero ad affrettare i tempi dell’operazione Moro verso la decisione di sopprimere l’ostaggio; proprio come voleva Moretti, rappresentato della cosiddetta “ala dura” delle Br.

    Il 10 giugno 1981 Romano Prodi viene chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Moro per rispondere degli avvenimenti che sarebbero occorsi durante la seduta spiritica.
    Il caso viene riaperto nel 1998 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, al fine di chiarire le motivazioni che avrebbero portato su un’altra pista le ricerche della prigione di Moro ed escludere che l’utilizzo del nome “Gradoli” fosse stato un modo per informare le stesse Brigate Rosse dell’avvicinamento delle forze di polizia all’omonima via, sita nei pressi della via Cassia di Roma. Il professor Prodi non si rende disponibile per essere ascoltato dalla Commissione parlamentare, contrariamente a Mario Baldassarri e Alberto Clò (ministro dell’Industria nel governo Dini e proprietario della casa di campagna nella quale si svolsero i fatti), entrambi presenti alla seduta spiritica.

    Il 5 aprile 2004 Romano Prodi viene ascoltato come testimone dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana”. Secondo il presidente della commissione, Paolo Guzzanti, Prodi “non ha avuto il coraggio di pronunciare le parole seduta spiritica, piattino o tazzina”. Nel corso della seduta, l’On. Fragalà ha ricordato all’ex presidente dell’Iri un articolo del settimanale “Avvenimenti”, secondo il quale Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, agente del Kgb con nome in codice Dario, aveva ospitato Valerio Morucci e Adriana Faranda, brigatisti contrari al sequestro di Moro. Un’amica di Conforto, Luciana Bozzi, aveva affittato la casa di via Gradoli al commando delle Br. Secondo questa tesi, non commentata da Prodi, fu il Kgb a far sapere del covo di via Gradoli e la messinscena della seduta spiritica fu organizzata per coprire la vera fonte.
    Una seconda tesi, supportata tra l’altro dal senatore Francesco Cossiga - che riguardo al caso Moro ha sempre rilasciato dichiarazioni quantomeno ambigue -, identifica l’informatore in “qualcuno appartenente all’area dell’eversione tra Autonomia Operaia e Potere Operaio. Dicono fosse un professore universitario”.
    Va da sé che Paolo Guzzanti e Francesco Cossiga siano politicamente più inclini a fare passare la tesi dell’omicidio deciso e pilotato dai servizi segreti dell’Est, in contrapposizione all’altra ipotesi prevalente, ovvero che la segnalazione della parola “Gradoli” alle forze dell’ordine rappresentasse un doppio avvertimento a Mario Moretti, figura di terrorista controversa e più volte descritta come infiltrato vicino ai servizi segreti italiani. Il primo: che il covo di via Gradoli era ormai “bruciato”. Il secondo: che la questione doveva essere chiusa il più presto possibile con l’assassinio di Aldo Moro e il tramonto del progetto che voleva un “Governo della non sfiducia”, inviso agli Stati Uniti in quanto sorretto, tra gli altri, dal Partito Comunista.

    (fonti: S. Flamigni, M. Gambino, “Il Caso Moro”; Wikipedia;
    Christian Rocca, Il Foglio, 7/4/2004; Avvenimenti; Media Quotidiano)

  5. #5
    Assatanata, cogliona & indegna
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    Già cogliona ed oggi anche "indegna di essere italiana"!!!
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    liber.... sai dirmi altrettanto su Mangano?

    O mi denunci?

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Elettra_R.
    Questo è il Vangelo eretico secondo Silvio?

    Se Prodi vince, voglio vedere che fa il nano!!!!
    Vorrai dire se vincono la magistratura, i sindacati, la confindustria, i partiti di sinistra, i grandi quotidiani, le banche...che cosa farà il nano...

    Mortadella è solo un comodo paravento per il Fronte di Spartizione Nazionale...

  7. #7
    liber
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    Citazione Originariamente Scritto da Elettra_R.
    liber.... sai dirmi altrettanto su Mangano?
    Questo topic riguarda Prodi e non i tribunali del popolo della magistratura rossa...


    Nomisma, o del lavaggio fatto in casa

    tratto da lapulcedivoltaire.blogosfere.it

    Chi ricorda che Nomisma, la società fondata dal vincitore delle primarie dell'Unione, ha ricevuto per la campagna elettorale del 1996 150 milioni di finanziamento da parte della Parmalat di Calisto Tanzi?
    Prodi si dimise dalla presidenza alla vigilia delle elezioni del 1996, ma proprio per quella operazione ricevette due finanziamenti ¨in contanti¨. Centocinquanta milioni passarono per le mani di Gianni Pecci, direttore generale di Nomisma e poi chairman di Cirm. Altri finanziamenti vennero effettuati prima del fallimento Parmalat. Tanzi entrò come socio in Nomisma.

    Libero e Notizie.parma.it ricostruirono i passaggi chiave: "Per evitare la legge contro il riciclaggio vennero aperti due conti correnti a San Marino, uno intestato a me, l'altro a Gorreri (nel consiglio di amministrazione Parmalat, passato poi alla presidenza della Banca Monte Parma e arrestato il 19 gennaio 2004, ndr) , racconta Tanzi nei verbali. Da Monte Parma venivano travasati i soldi che servivano ad alimentare i due conti clandestini di San Marino. Nella lista dei politici figurava anche un altro importante leader del centrosinistra: ¨Abbiamo dato soldi anche a Massimo D'Alema¨ che venne pagato ¨attraverso Marco Minniti¨. Queste elargizioni, secondo la ricostruzioni di Calisto Tanzi, passarono anche attraverso l'interessamento di Pierluigi Piccini, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e, attraverso un altro canale raggiungevano pure la Fondazione Italiani Europei, ideata dallo stesso D'Alema. Ma destinatario di premurose attenzioni fu anche l'ex ministro dei Trasporti, Pierluigi Bersani...".

    Nomisma è la società di consulenza aziendale fondata da Romano Prodi nel 1981 "sotto l'ala protettrice" di Nerio Nesi, l'industriale poi diventato presidente di BNL, ex socialista lombardiano, poi cossuttiano. E' molto interessante la lista dei circa 100 azionisti della società di Prodi. A parte Mediolanum, probabilmente inserita da Milano per controllare ciò che si succede in quel di Bologna, la composizione degli azionisti spiega il 100% delle mosse economico-finanziarie di Prodi e dell'Unione. A partire da BNL e PARIBAS, la banca che ha recentemente salvato la Banca Nazionale del Lavoro, a continuare con Banco Bilbao Vizcaja Argentaria S.A., i finanzieri spagnoli che, dopo aver contrastato la scalata Unipol, si sono gentilmente fatti da parte per lasciare campo libero all'operazione francese, che noi continuiamo a considerare degna di turpiloquio e ipocritamente silenziata come "cosa buona e giusta".
    Tra gli azionisti risulta anche la Banca Antoniano Popolare Veneta, salvata dall'espansionismo di Fiorani grazie all'operato della magistratura. Come non notare che vi sono Montepaschi di Siena e molte delle famose e vituperate cooperative rosse?
    Come non notare infine la presenza di Capitalia, di Cirio (toh chi si rivede), della Finarvedi, una holding dell'acciaio in mano a un antico amico di De Mita, a sua volta ottimo amico di Prodi (fu De Mita a volerlo alla guida dell'IRI).
    Nomisma è il Gotha della massoneria bianco-rossa, un salotto nel quale si realizzano gli accordi e si predicano gli scontri tra i satrapi (che sono l'esatto contrario dell'imprenditoria) dei "poteri forti" italiani ed europei.

    Durante la presidenza dell'IRI da parte di Prodi fioccavano numerosissime consulenze miliardarie e inutili per Nomisma, tanto da provocare un'inchiesta della Corte dei Conti. Il top venne raggiunto, come ricorda il blog Schegge di vetro, con la consulenza sull'Alta velocità (dichiarazioni di ieri di Prodi: "Si farà! Si farà!), che produsse più di 5500 pagine di testo, con alcune perle letterario-economiche passate alla storia, tra le quali:

    1. “Un treno che viaggia a 300 km all’ora impiega metà tempo di uno che procede a 150 km orari a percorrere lo stesso tragitto”;
    2. “Più alta è la velocità, maggiore è il rischio di incidenti”;
    3. “Il beneficio dell’alta velocità è la velocità”;
    4. [a proposito della Stazione Termini]: “La zona era, un tempo, linda e simpatica, ma poi si è degradata”;
    5. “La velocità consente di risparmiare tempo”;
    6. “Quattro corsie, o binari, consentono più scorrevolezza di due o una”
    7. “Il posizionamento frontale dei seggiolini facilita la socializzazione”.

    Nel 1995 Prodi si dimette dalla presidenza di Nomisma, allo scopo di evitare possibili "conflitti di interesse". Ma anche i topi di Casalecchio sul Reno e le cimici di Canicattì sanno che tutto è cambiato perché nulla potesse cambiare, come dimostra l'operazione BNL-Unipol-Paribas, gestita da una solida e accorta regia.

  8. #8
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    prima tocca a Berlusconi spiegare, poi passiamo a Prodi eh?

  9. #9
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    Mortadella è solo un comodo paravento per il Fronte di Spartizione Nazionale...
    ho incollato questa massima di saggezza.

  10. #10
    liber
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    Citazione Originariamente Scritto da pcosta
    prima tocca a Berlusconi spiegare, poi passiamo a Prodi eh?
    Tratto da "Corruzione ad Alta Velocità" (© Koinè Edizioni)

    «Il 25 novembre 1996, al termine di un’inchiesta serrata che si basa anche su una perizia contabile di ben 13mila pagine svolta dal prof. Renato Castaldo, la Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio per il reato di abuso d’ufficio dell’ex presidente dell’Iri Romano Prodi – nel frattempo diventato Presidente del Consiglio – e di altri cinque componenti del consiglio di amministrazione dell’ente: Mario Draghi, Paolo Ferro Luzzi, Giuseppe Glisenti, Antonio Patroni Griffi e Roberto Poli. Richiesta di rinvio a giudizio anche per Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della Fisvi.
    Le accuse del pm Geremia sono molto circostanziate: Prodi e gli altri membri del Consiglio di Amministrazione dell’Iri avevano intenzionalmente avvantaggiato la Fisvi di Lamiranda. Prodi, in particolare, fin dal 1990 aveva rivestito la carica di advisory director della Unilever Nv (Rotterdam) e della Unilever Pic (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso la Fisvi. Stando all’accusa, Prodi aveva consentito alla Fisvi di acquistare la Cirio-Bertolli-De Rica (da qui in poi CDB, ndr) senza che la stessa avesse i mezzi per realizzare l’operazione. Lo scopo era quello di far avere alla Unilever il ramo olio (Bertolli) dell’azienda per 253 miliardi.
    Così facendo Prodi aveva permesso che venisse a conclusione un’operazione molto complicata: la Unilever, di cui lo stesso era advisory director, poteva accaparrarsi il ramo olio, settore strategico del gruppo, senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’Iri. Lo stesso Prodi, in questo modo, evitava il conflitto di interessi. Inoltre l’Iri aveva venduto la CBD violando le direttive del Cipe che prescrivevano il conseguimento del miglior prezzo.
    Ma non è finita. L’Iri, così facendo, aveva ripetutamente consentito la modifica delle condizioni dello schema di contratto in modo del tutto favorevole all’acquirente senza alcun vantaggio, anzi con danno, per l’Iri. La cessione delle azioni della CBD era inoltre avvenuta sulla base della valutazione di una società, la Parifin, che non aveva valutato la reale consistenza patrimoniale della Fisvi e la sua capacità di reddito, fidandosi soltanto dei dati di bilancio.
    Come se non bastasse, Prodi e i suoi amministratori in seno all’Iri, anziché valutare la possibilità di vendere separatamente i comparti alimentari della CBD, li cedevano tutti alla Fisvi. E questo anche se la Fisvi non solo non aveva indicato i mezzi finanziari per far fronte al pagamento del pacchetto azionario, ma era riuscita ad ottenere perfino una modifica delle condizioni contrattuali. Il lavoro investigativo della dott.ssa Geremia non si svolge con serenità. L’inchiesta Iri-CBD è appena cominciata e quella del consulente Castaldo è in corso, ed ecco che il Pubblico Ministero comincia a subire una serie di atti intimidatori: insulti telefonici, telefonate silenziose, avvertimenti, minacce.
    Siamo nell’ottobre-novembre 1996. E’ la prima volta che in un processo per corruzione arrivano intimidazioni così pesanti. Geremia non si scoraggia e va avanti. Nessuno fino a quel momento sa di quelle minacce che raggiungono la giovane inquirente anche a casa, nella sua abitazione romana, dove vive con l’anziana madre.
    E’ in quello stesso periodo che la Geremia dissotterra un altro cadavere giudiziario: il processo sull’Alta velocità con dentro l’affare Nomisma, che - secondo i pm di La Spezia e di Perugia – era stato insabbiato nella capitale da Giorgio Castellucci.
    Le minacce e gli insulti si intensificano. L’origine è ignota, ma il movente sembra celarsi in quell’inchiesta scottante sulla vendita della CBD. La Geremia comincia a preoccuparsi. A distanza di anni, ad Imposimato ha confidato: "La cosa strana è che il numero del mio telefono di casa era riservato e solo poche persone lo conoscevano. Come abbiano fatto a trovarlo per me resta un mistero". La Geremia decide allora di denunciare la tortura psicologica cui è sottoposta, ormai a ritmi incessanti, al commissariato di polizia presso la Procura di Roma, a piazzale Clodio. Lo fa il 7 novembre 1996, 18 giorni prima di chiudere l’inchiesta Iri-CBD. Informa anche dell’accaduto il procuratore capo di Roma, Michele Coiro che quel processo tanto delicato le aveva affidato.
    Nel frattempo una tempesta si sta addensando proprio sulla testa di Coiro. Il CSM lo accusa di avere rapporti di frequentazione con il capo dei Gip Renato Squillante, arrestato per corruzione. […] Sta di fatto che pochi giorni dopo aver raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro è costretto a lasciare la Procura di Roma per assumere la guida della direzione generale degli uffici di detenzione e pena del ministero della Giustizia, refugium peccatorum dei magistrati in disgrazia. […] "Michele Coiro era un magistrato di valore e un grande amico – ha spiegato la Geremia ad Imposimato – la sua morte è stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato piena libertà nell’inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la procura di Roma sette mesi prima di andare in pensione".
    Nonostante i segnali si facciano sempre più evidenti, Geremia continua nella sua indagine che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi tasselli. La sua percezione è ormai quella di avere toccato interessi forti, di quel governo invisibile che agisce con tutti i mezzi pur di raggiungere i suoi obiettivi.
    Il 25 novembre 1996 un uragano si abbatte sul Palazzo di Giustizia di Roma. Come abbiamo visto Geremia chiede il rinvio a giudizio di Prodi & company per l’affare Cirio. Anche il procuratore aggiunto Giuseppe Volpari, che con le funzioni di reggente sostituisce Coiro, appone la sua firma in calce al provvedimento.
    All’udienza preliminare del 15 gennaio 1997 il Gip Eduardo Landi decide di non decidere e rinvia la richiesta della Geremia all’udienza del 28 febbraio. E intanto la Geremia continua a ricevere minacce. Una sera, rincasando, nella cassetta della posta trova una busta contenente una sua fotografia, ritagliata da un giornale, e un coltellino. Questa volta il segnale è ancora più serio. Inequivocabile. I misteriosi personaggi che la perseguitano sembrano decisi a tutto. Informa dell’accaduto il responsabile della Procura di Roma. Denuncia l’episodio al commissariato Vescovio. L’Italia sta per entrare in Europa. Man mano che l’inchiesta Iri-Cirio si avvia al suo luogo naturale, il processo, i pericoli per lei aumentano.
    Il giudice Eduardo Landi, nell’udienza preliminare del 28 febbraio, decide che la perizia Castaldo non è sufficiente. Affida quindi ad un collegio di cinque esperti tutta una serie di quesiti legati alle accuse formulate dalla Geremia. A Milano, in casi del genere, non sono mai state disposte perizie. Tra l’altro Landi chiede ai periti una valutazione sul prezzo del gruppo agroalimentare Cirio-Bertolli-De Rica. Strano, perché la Geremia non ha mai fatto questione di prezzo, sollevando invece la questione del vantaggio per la Fisvi ai danni dell’Iri.
    L’indagine tecnica è molto accurata e si risolve in una perizia di 612 pagine. Il 22 dicembre 1997 il Gip Landi conclude l’udienza preliminare, assolvendo gli imputati con formula piena: il fatto non sussiste. E qui comincia un’altra singolarità. La sentenza Landi sarebbe dovuta essere depositata entro il 23 gennaio 1998. Così però non è. Geremia l’attende per poter proporre l’impugnazione alla Corte d’Appello. La sua è un’attesa vana. La sentenza giunge sul suo tavolo nel pomeriggio del 9 febbraio: due giorni prima Giuseppina Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. Nessuno proporrà impugnazione contro la sentenza di assoluzione di Prodi & company.
    Nella sentenza di 47 pagine il giudice Landi si sofferma a lungo sul capo di imputazione, il reato di abuso in atti d’ufficio, la cui formulazione è stata sostituita dal parlamento con una legge del 16 luglio 1997, una legge nuova, intervenuta proprio mentre l’udienza preliminare che vede sul banco degli imputati Romano Prodi è ancora in corso.
    Landi osserva correttamente che la nuova ipotesi di abuso – voluta fortemente dall’allora capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e varata con il pieno appoggio dell’allora Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, grande amico (inutile ricordarlo) dello stesso Prodi – è "più favorevole all’imputato". E questo non solo "avuto riguardo al più mite trattamento sanzionatorio – pena da sei mesi a due anni in luogo della precedente da due a cinque anni – bensì per la trasformazione del delitto da reato di pura condotta o di pericolo, sorretto dal dolo specifico, in reato di evento, in cui il vantaggio patrimoniale o il danno ingiusto devono essere cagionati intenzionalmente". Leggendo la sentenza di Landi si ha la sensazione che questa modifica della legge, votata da maggioranza e opposizione, abbia avuto un peso determinante nell’assoluzione di Prodi. Landi non si chiede – e non ne aveva l’obbligo – se Prodi e soci sarebbero stati condannati secondo la vecchia legge. Molti imputati di tangentopoli, giudicati tempestivamente, in base alla vecchia legge per fatti anche meno gravi di quelli attribuiti al prof. Prodi sono stati duramente condannati a pene severe e sono finiti in galera. Qualcuno è arrivato persino a suicidarsi, prima ancora del processo. Ne siamo lieti per Prodi, assolto con formula piena. Ma sarebbe interessante conoscere per intero la verità storica di questa vicenda che continua a rimanere oscura ed inquietante».

 

 
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