Tahiti o la difficile alternanza

Una galassia ai margini del mondo

Dopo vent'anni di potere assoluto della destra, nella persona di Gaston Flosse e alla fine di una crisi politica iniziata nel maggio 2004, l'indipendentista Oscar Temaru è stato eletto presidente della Polinesia francese. Paradossalmente, risulta essere una vittoria dello spirito repubblicano

Sémir al Wardi
Ad intervalli regolari, Parigi ha concesso alla Polinesia francese degli statuti che sono vere e proprie costituzioni locali (1). L'ultimo della serie, regolato dalla legge organica del 27 febbraio 2004 e che riconosce la zona come un «territorio d'oltremare» che si governa «liberamente e democraticamente», sembra redatto dai suoi stessi amici, tutti pro - Chirac, per un solo uomo: l'inamovibile Gaston Flosse (Unione per un movimento popolare, Ump), che guida il territorio dal 1982, salvo una breve interruzione dal 1987 al 1991. Amico di vecchia data del presidente Chirac, controlla tutti gli ingranaggi della società polinesiana - economia, sport, università - e ha creato un sistema nel quale il clientelismo tocca il vertice.
Oltre a varie disposizioni discutibili, il testo del 27 febbraio 2004 concentra i pieni poteri nelle mani del presidente della Polinesia e prevede lo scrutinio a un turno, con premio maggioritario per la lista vincente. Ebbene, proprio il dispositivo «su misura» e lo scrutinio così poco democratico hanno finito per giocare contro i loro autori.
A differenza degli statuti precedenti, abbastanza consensuali, Flosse ha ottenuto quest'ultima legge organica senza una vera consultazione dell'assemblea locale e nemmeno del parlamento francese, visto che è stata votata da un decimo dei deputati, in tarda serata, con una procedura definita di «urgenza parlamentare» (2).
Promulgata la legge, Flosse chiede e ottiene dal presidente della Repubblica lo scioglimento dell'Assemblea della Polinesia francese.
Con grande sorpresa, sua e della maggioranza nazionale, Il 23 maggio 2004, per poche centinaia di voti, perde le elezioni, che vengono vinte dal partito indipendentista Tavini Huiraatira di Oscar Temaru.
Il 9 ottobre, presentata una mozione di censura, Flosse torna al potere, dopo aver «convinto» un membro dell'Unione per la democrazia (Upld), coalizione di autonomisti e indipendentisti di Temaru, ad unirsi a lui. Tuttavia, quando il Consiglio di stato annulla le elezioni delle Isole del Vento, le più grandi della Polinesia (37 seggi sui 57 del parlamento), Flosse viene sconfitto di nuovo. Nelle elezioni parziali del 13 febbraio 2005 il suo scarto è di oltre 6.000 voti.
Una sconfitta senza appello, che rende prevedibile l'esito delle elezioni del 3 marzo scorso: Temaru sarà il nuovo presidente e avrà la maggioranza assoluta dell'Assemblea territoriale.
Sostenitore, in un primo momento, dell'amministrazione diretta da parte di Parigi, Flosse è diventato un fervente autonomista nel 1980.
Da allora, ha cercato di monopolizzare la corrente autonomista sia per potersi presentare alla metropoli come «l'ultimo baluardo contro l'indipendenza» e garantirsi così una quantità sempre maggiore di finanziamenti e competenze, sia per avere più potere nel mondo politico polinesiano, dove gli autonomisti costituiscono la maggioranza degli eletti.
In questo territorio di 188 isole e 250.000 abitanti, distante 18.000 chilometri dalla capitale, la vita politica non si è modellata sull'opposizione tra settori sociali, tra una destra e una sinistra, ma soprattutto, e per tutte le formazioni politiche, sulla posizione assunta nei confronti della presenza francese. Si è perciò divisa tra autonomisti e indipendentisti, mentre il potere locale ha costantemente ingaggiato battaglie statutarie per mantenere la pressione politica. Non appena si otteneva uno statuto, il presidente del governo reclamava nuove competenze.
Per autonomia si intende, in sostanza, una corposa ripartizione di competenze tra il potere centrale e le autorità locali, dove lo stato mantiene solo le competenze di attribuzione mentre trasferisce alla collettività territoriale quelle generali. Lo statuto si ispira ai principi di decentramento della legge del 2 marzo 1982, ma si caratterizza soprattutto per la natura delle istituzioni territoriali, curiosamente simili agli organi di uno stato. Cui si aggiungono emblemi politici quali la bandiera, l'inno territoriale e termini a forte carica simbolica, come «leggi del territorio», «presidente della Polinesia francese» o «territorio d'oltremare» che diventa in realtà, «territorio» che «si governa liberamente e democraticamente».
Le carenze dello stato Ma «autonoma» non significa automaticamente «democratica». Certo, la Polinesia lo è: l'esecutivo è costituito da eletti, ci sono varie formazioni di opposizione e i tribunali garantiscono le libertà.
Tuttavia, privilegiare la contiguità politica crea rapporti che snaturano la democrazia (clientelismo, sottrazione di poteri, pressioni e regole che cambiano in funzione delle persone...). Il 15 novembre 2001, nel suo discorso di commiato, l'ex alto commissario Jean Aribaud, a proposito dell'inesistenza di validi contropoteri, aveva avvertito: «Il senso della Repubblica sta in una democrazia matura, che ci vuole gli uni guardiani degli altri. Montesquieu lo ha ben detto prima di me: "chiunque abbia potere, uomo o donna che sia, è sempre portato ad abusarne". Solo istituzioni locali organizzate correttamente garantiscono tutti e assicurano la libertà».
Anche i comuni non hanno potuto costituire un freno, perché dipendono fortemente dal potere territoriale per il loro sviluppo. Lo conferma, se ce ne fosse bisogno, Patrick Peaucellier, ex ministro delle Finanze del governo Flosse: «Mi ha sempre meravigliato che gli aiuti venissero distribuiti privilegiando i comuni amici. È chiaro che così, poco a poco, tutti i comuni diventavano amici (3)». In queste condizioni, lo stato è il solo contropotere in grado di garantire diritto e libertà pubbliche e di impedire o limitare gli abusi del territorio.
In realtà, lo stato non ha mai dato prova di neutralità nella Polinesia francese. Uno studio condotto sui primi 10 anni di autonomia ha dimostrato che i controlli dipendevano fortemente dalla maggioranza nazionale e locale: «Le relazioni stato-territorio sono mediocri quando la maggioranza locale non corrisponde a quella nazionale. Ma quando appartengono alla stessa famiglia politica, si creano complicità che non sono un bene per la democrazia (ad esempio, uno scarso controllo del territorio da parte del rappresentante dello stato). Nelle relazioni stato-territorio, l'aspetto politico prende inevitabilmente il sopravvento e la neutralità dello stato è tutta da dimostrare (4)». Per essere chiari, i ricorsi dello stato presso la giurisdizione amministrativa contro atti giudicati illegali (come l'abuso di potere) aumentano o diminuiscono a seconda delle maggioranze, nazionale e locale, e delle loro relazioni.
Nel 2002, le elezioni presidenziali francesi hanno rappresentato una tappa importante. Lo stato, disponendo di una maggioranza di fatto nella metropoli, non cerca di controllare «oltre misura» il potere locale. La vicenda simbolo di questo atteggiamento è quella del «Wind Song»: a seguito di un incendio, la nave, contro una decisione del tribunale competente ma con il sostegno dell'alto commissario, viene affondata dalle forze territoriali. Questa scelta ha provocato un richiamo del rappresentante dello stato da parte dei presidenti dei tre ordini giudiziari (tribunale amministrativo, camera territoriale dei conti e corte d'appello).
Il rapporto di contiguità politica può inoltre impedire la redistribuzione di risorse o funzioni secondo criteri obiettivi: Yves Haupert, consulente per la comunicazione del presidente della Polinesia, riconosce che «certi favoritismi, peraltro insiti in ogni sistema politico, hanno potuto irritare (5)». Anche Reynald Temarii, ex ministro di Flosse dichiara che «le pari opportunità in Polinesia sono un'utopia. Bisogna essere del Tahoeraa [l'Ump locale] per essere aiutati al meglio» (6). Pia Faatomo, ex ministra dello stesso governo - che ha lasciato il Tahoeraa Huiraatira il 1° aprile 2004 - , aggiunge che, fino a quel momento, per ogni richiesta di sovvenzione o di alloggio bisognava iscriversi al partito politico dominante (7).
Dato che lo stato non controlla più gli abusi, paradossalmente è l'Upld, il partito che riunisce autonomisti e indipendentisti, che alle elezioni territoriali del maggio 2004, presenta lo slogan: «Votare per l'Unione... vuol dire scegliere un paese democratico nel rispetto dei valori repubblicani». Il leader indipendentista Oscar Temaru dichiara a Radio France outremer (Rfo) che s'impegna «a difendere i valori repubblicani oggi minacciati; la democrazia, lo stato di diritto... Non è un referendum sull'indipendenza». Così, mentre l'Upld si presenta come il baluardo della democrazia, l'Ump locale viene percepita come una minaccia.
Nicole Bouteau, la leader della formazione centrista Alleanza per una nuova democrazia (Adn), spiega: «Oggi, la priorità è salvare la democrazia... I polinesiani si sono resi conto che il territorio rischia un regime autoritario». Il problema è riconosciuto anche dal deputato Jean-Christophe Lagarde (Unione per la democrazia francese - Udf): «Laggiù [in Polinesia], la democrazia non è la stessa che conosciamo nella metropoli».
A questo punto, i polinesiani hanno preferito votare per l'opposizione e così, nel gioco politico, la distinzione autonomista/indipendentista si è trasformata in una contrapposizione basata essenzialmente sui metodi di governo. La rivendicazione indipendentista è rinviata di quindici o vent'anni. Infatti, Oscar Temaru, compagno di strada di Jean-Marie Djibaou ed ex leader indipendentista kanak, il 14 giugno 2004, parlando all'assemblea della Polinesia francese ha dichiarato che «la questione dell'indipendenza politica... [potrà essere posta] solo quando le condizioni politiche, economiche, sociali e finanziarie della Polinesia lo permetteranno». E ha aggiunto «tuttavia, ritengo l'autonomia una forma di sovranità condivisa che, nelle attuali condizioni, è opportuno realizzare per il bene della Polinesia e dei suoi abitanti», e che «le istituzioni in vigore saranno rispettate». Il 3 marzo 2005, al momento della sua rielezione a presidente della Polinesia francese, ribadisce: «L'indipendenza non è all'ordine del giorno».
Questa «caledonizzazione» del gioco politico permette di governare a coloro che fino a ieri rifiutavano le istituzioni dell'autonomia.
L'alternanza fa si che lo statuto della Polinesia francese alla fine diventi lo statuto di tutti i polinesiani.
Nel corso dell'ultima campagna elettorale, il Tahoeraa Huiraatira di Flosse ha disperatamente tentato di riproporre la vecchia distinzione fra autonomisti e indipendentisti, che tanto gli aveva giovato. Il giornale dell'Upld (di tendenza indipendentista) Taui Roa, gli ha riposto maliziosamente: tra Gaston Flosse e Oscar Temaru, «il più indipendentista dei due non è quello che si potrebbe pensare... (8)».
Paradossalmente, la conquista del potere da parte degli indipendentisti, grazie ad una coalizione governativa che comprende anche gli autonomisti, permetterà probabilmente alla Francia di evitare brutali rotture.

note:

* Professore di scienze politiche all'università della Polinesia francese, Tahiti.

(1) Il territorio è governato da un presidente della Polinesia francese, coadiuvato da ministri e forte di ampi poteri. Il governo francese è rappresentato da un alto commissario.

(2) Si legga Sévérine Tessier, Polynésie: les copains d'abord, Borde de l'eau, Latresne, 2005.

(3) Tahiti Business, Tahiti, settembre 2004, p. 7.

(4) Sémir Al Wardi, Tahiti et la France, le partage du pouvoir, L'Harmattan, Parigi, 1998, p. 56-57.

(5) Yves Haupert, Taui, l'espoir trahi, edito dalla Spe, Tahiti, 2005, p. 23.

(6) Tahiti Business, gennaio 2005.

(7) Les Nouvelles de Tahiti, 2 aprile 2004, p. 7.

(8) Taui Roa, n° 5, Tahiti, febbario 2005.