Maurizio Blondet
29/03/2006

Si chiama American-Turkish Council (ATC), ha sede a Washington ed è «la lobby turca» presso l'amministrazione Bush.
La ATC è nata come esatta copia dell'American Israeli Public Affairs Commitee (AIPAC), ossia la lobby ebraica.
Con la quale ha sempre avuto ottimi rapporti.
Ogni anno la lobby turca elargisce un premio ai suoi «amici» dentro e attorno al governo USA.
Fino ad oggi, ad essere premiati sono stati i più bei nomi dell'ebraismo neoconservatore americano: Paul Wolfowitz, Richard Perle, Eric Edelman, l'ex segretario alla difesaWilliam Cohen, giù giù fino all'arabista di Princeton Bernard Lewis… senza dimenticare Dick Cheney, Alexander Haig e Newt Gingrich.
Il presidente della lobby turca è Ben Scowcroft, generale a riposo ed ex consigliere della Sicurezza Nazionale di Bush padre; nel consiglio dell'ATC siedono l'ex ambasciatore nei Balcani Richard Holbrooke, Frank Carlucci (socio di papà Bush nella Carlyle), Sandy Berger, consigliere della Sicurezza Nazionale di Clinton, e il generale Joseph Raltson del Cohen Group (la lobby privata di William Cohen, ex segretario alla Difesa).
Insomma una lobby ben ammanicata e ben fornita di denaro, visto che è in grado di pagare pezzi così grossi dell'apparato militare industriale.
L'amicizia con la lobby ebraica aumenta ragguardevolmente la sua influenza.



Adesso però i turchi hanno dovuto sentire i rimproveri dei loro «amici».
In una riunione ristretta avvenuta lunedì 27 alla sede dell'ATC, Marc Grossman, ebreo ed ex ambasciatore ha avvertito i suoi ospiti che i rapporti con Ankara del governo americano sono «gelidi» per via dell'Iraq e dell'Iran.
«Molto male che la Turchia non abbia partecipato con più forza in Iraq a fianco degli Usa», ha detto Grossman.
Lo ha spalleggiato Danielle Pletka, analista politica dell'American Enterprise Institute (il think tank cui partecipano leeden, Perle, Wofowitz e i soliti), avvertendo che «la retorica di Ankara nei riguardi di Siria e Iran metterà gli USA in contrasto con la Turchia».
Perché, ha spiegato la Pletka (indovinate a che etnia appartiene) la «agenda della libertà per il Medio Oriente» di Bush comprende anche Siria e Iran.
Ha poi parlato il turco-dunmeh Coner Cagaptay, che dirige il Programma Turchia per il Washington Institute for Near East Policy (un'ennesima fondazione culturale della nota lobby).
La «sinergia» fra USA e Turchia si sta sfaldando, ha detto, per due ragioni principali: il mutamento di sentimenti dell'opinione pubblica turca verso l'America (oggi impopolarissima nella penisola anatolica) e la divergenza nei rapporti politici internazionali.
Il governo turco, ha detto Cagaptay, «ha lavorato male nello spiegare i motivi e la politica USA» al popolo turco.
Inoltre, la politica estera di Ankara «è per lo status quo» mentre quella di Bush è «per il cambiamento dinamico».

Insomma: l'idillio con la lobby ebraica, e quindi il sostegno agli interessi turchi che essa fornisce, è finito, a meno che Ankara non torni a sostenere il nuovo ordine mondiale israeliano e neocon.
Il piccolo particolare che la Turchia non ha seguito gli USA nell'avventura irachena per il voto contrario del parlamento turco regolarmente eletto, non conta nulla per i neocon: i capi dei popoli devono fare quello che Israele intima.
Si può pensare che questo raffreddamento coincida con l'avvento al potere in Turchia del partito neo-islamico.
In realtà, anche il temibile esercito turco, laicissimo, garante tradizionale della costituzione massonica di Ataturk, è ai ferri corti con Washington.
Già subito dopo l'11 settembre Murad Dural, il presidente della commissione difesa all'interno del Turkish-US Business Council (una sorta di Camera di Commercio militare), criticò Bush per il suo unilateralismo in materia di difesa. Disse che c'era «l'impressione che gli USA si occupino solo di sé stessi».
Una grossa fonte di dissapori riguarda la trattativa di vendita alla Turchia di 100 caccia americani (joint strike fighter) per 100 miliardi di dollari, escluse le spese per i contratti di manutenzione.
Il ministero della Difesa turco voleva una co-produzione dei caccia, anziché una semplice vendita: ma il contratto, si fa sapere, tratta le industrie di difesa turche non già come partner a pieno diritto, ma come un molesto postulante.



La Turchia vuole «essere trattata alla pari», e invece - ha detto un anonimo alto grado di Ankara - ciò non sta avvenendo e non c'è speranza che avvenga.
Perciò, Ankara ha fatto sapere che cercherà «altrove» i caccia, non esclusa la Russia, specie se Mosca, come pare, produrrà aerei da combattimento completamente inter-operabili con gli standard NATO cui appartiene la Turchia.
Ma Israele ha di che compensare il raffreddamento coi turchi: ha trovato nuovi amici, in Africa.
Per la precisione, il nuovo amico è il brutale dittatore della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang Nguema, che sta riarmando.
La Israel Military Industries (IMI) ha venduto a Nguema due motovedette veloci da pattugliamento Shaldag MK-II.
I due battelli sono manovrati non dai negri della Guinea, ma da specialisti professionali americani: i mercenari della Military Professional Resources, la grande agenzia di guerrieri a noleggio con sede ad Alexandria, Virginia.
Ora il dittatore sta trattanto un altro contratto con varie ditte israeliane del settore.
Come la Aeuronautic Defense Systems (che lavora a stretto contatto con la General Dynamics) che dovrebbe fornire al regime guineano alcuni dei suoi aerei senza pilota «Aerostar».



Istruttori dell'esercito israeliano sono stati notati mentre addestravano le guardie del corpo presidenziali.
Tutto questo arsenale serve a Nguema per sorvegliare le piattaforme petrolifere che gli americani hanno installato nelle acque territoriali della Guinea, e per difendere i fiumi di denaro che il petrolio frutta al dittatore nero.
Pare che anche la Nigeria abbia richiesto motovedette da pattugliamento (si dice 200) americane allo scopo di stroncare l'insurrezione delle tribù del Delta del Niger, in rivolta perché del petrolio hanno solo la parte malefica, l'inquinamento che ha devastato i loro territori, ma nemmeno un dollaro.
La Nigeria aveva chiesto già delle motovedette, e anche dei caccia, alla Cina.
La Cina ha ben volentieri accettato, in cambio di 30 mila barili di greggio che riceve ogni giorno dai nigeriani.



Maurizio Blondet



(Fonte: Wayne Madsen Report, 28 marzo 2006)




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