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    Predefinito E' in arrivo l'invidia e.....

    ....le tasse aumentano

    Nel tentativo di costruire un programma fiscale credibile da sottoporre agli elettori, la classe dirigente del centrosinistra si è imbattuta in un vecchio gadget culturale: utilizzare antagonisticamente come simbolo della battaglia politica la ricchezza. Man mano che l’opinione pubblica manifesta contrarietà alla reintroduzione delle tasse di successione e all’innalzamento del prelievo sulle rendite finanziarie, i leader unionisti arretrano le soglie di applicazione, ma si accaniscono sul principio: saranno colpiti solo i grandi patrimoni, le grandi fortune, i ricchi. E’ un riflesso dell’egalitarismo, da cui può nascere l’invidia sociale.
    In questi giorni, liberilibri, la casa editrice di Macerata specializzata in raffinate operazioni di cultura liberale, ristampa un libro considerato fondamentale sul tema: “L’invidia e la società” di Helmut Schoeck.
    Sociologo austriaco, morto a settant’anni nel 1993, Schoeck pubblicò questo lavoro per la prima volta nel 1966 appena rientrato in Europa da un lungo soggiorno americano durato quindici anni, e vi rimise le mani nel 1971. In Italia fu pubblicato da Rusconi nel 1974, e poi dimenticato. Come racconta nella prefazione lo scopritore italiano di Schoeck, Quirino Principe, “L’invidia e la società” fu accolto dalla più assoluta freddezza dell’establishment culturale – progressisti, destra liberale, cattolici. Fu snobbato e la storia dell’invidia si chiuse lì. Oggi torna terribilmente di moda, quasi richiamato in campo dal dibattito sulle tasse e dallo spirito vendicativo espresso contro l’idea stessa della ricchezza personale. Nei prossimi giorni proveremo a raccontare questo libro. Oggi pubblichiamo un breve paragrafo, sull’invidia nella politica, in cui compaiono proprio le “punitive taxes”, come la tassa di successione, e il ruolo attivo delle élite nel processo di sfruttamento politico dell’invidia, che è un sentimento di vicinanza: si manifesta tra individui e ceti confinanti, “perché è difficile – scrive Schoeck –che l’elettore medio provi un’invidia concreta per i redditi molto consistenti”.

    Considerazioni sulla tipologia dell’invidia nella politica
    L’incidenza dell’invidia è riconoscibile, per esempio, quando nei settori sia privato sia pubblico – è il caso del legislatore –vengono lasciati cadere provvedimenti di politica economica di per sé sensati, e a lunga scadenza chiaramente utili alla comunità, per un vago timore dell’invidia e delle resistenze di coloro che in un primo tempo, mentre altri ne avrebbero beneficio, subirebbero da tali provvedimenti una perdita o una mancanza di guadagno. La politica degli alloggi dei vari stati fornisce al riguardo molti esempi.
    Osserviamo come non si ami tanto parlare dell’intervento dell’invidia nei provvedimenti e nelle tassazioni che gli anglosassoni chiamano punitive taxes, cioè tasse e disposizioni punitive, vendicative e confiscatorie: è il caso delle tasse sul reddito e sulle successioni e di altre tasse affini.
    In questi casi, in nome di un’uguaglianza irraggiungibile, il legislatore tende a tassare con sproporzionata pesantezza i pochi che per qualche motivo, anche se riconosciuto legittimo, sono economicamente molto più fortunati o favoriti della maggioranza. A questo riguardo, la ricerca sociologica empirica ha dimostrato che ci troviamo in presenza dell’egualitarismo di ristrette cerchie intellettuali, perché è difficile che l’elettore medio provi un’invidia concreta per i redditi molto consistenti.
    Quando facciamo politica, in genere facciamo assai poca attenzione alle speculazioni che vengono fatte su una cattiva coscienza latente e sul sentimento di colpa di quelle persone o di quei gruppi economici che in qualche modo si elevano al di sopra della media. Il che significa che il legislatore adotta misure di politica economica o finanziaria dettate non tanto dalla provata esistenza, negli strati più poveri della popolazione, di sentimenti di invidia socialmente pericolosi, quanto dalla volontà di sfruttare i sentimenti d’invidia irrazionali: bisogna pur fare qualcosa, perché a qualcuno è utile. Non ci si pone però la domanda se i supposti privilegiati possano effettivamente godere le utili ripercussioni dell’azione. In questa prospettiva, bisognerebbe avere il coraggio di studiare l’isteria che spinge i parlamentari all’approvazione di leggi dettate da scopi chiaramente elettorali, cosa che io credo non sia dovuta esclusivamente alla caccia freddamente calcolata di voti, ma per alcuni serva anche come sgravio di coscienza. Le cose si complicano quando si tratta di iniziative legislative a favore di gruppi che godono tradizionalmente di una simpatia pregiudiziale, anche se ormai da tempo non vivono più in condizioni disagiate. Tale può essere il caso di quei gruppi che, avendo in passato dato molto consapevolmente via libera alla loro invidia, seppero costruirsi una posizione politica determinante sul senso di colpa e di imbarazzo degli altri, provocato dalla loro stessa invidia. Ne abbiamo un buon esempio negli agricoltori e nei sindacati statunitensi, nonché nella marina mercantile norvegese, che dopo il 1945 furono esentati da certe leggi contro i consumi voluttuari. Può darsi benissimo che in principio i contadini e gli operai nutrissero una legittima invidia dovuta a un senso di ribellione. Ma come si giustifica la sua istituzionalizzazione, tanto da diventare un tabù politico? Pensiamo che l’analisi dei rapporti di potere politico debba essere completata con un’analisi motivazionale. Forse quando dobbiamo decidere se votare contro un trattamento di favore nei confronti dei contadini siamo soggetti alla stessa inibizione che ci coglie quando vogliamo gettare via una pagnotta di pane ormai vecchio.

    da Helmut Schoeck, “L’invidia e la società”

    da il Foglio del 31 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Là dove l'invidia nasce e.....

    ....alimenta l'ideologia

    Nel 1954 la Mont Pèlerin Society, il cenacolo liberale fondato da Friedrich A. von Hayek, dedicò al pregiudizio anticapitalista degli storici e degli altri intellettuali una tavola rotonda cui presero parte importanti studiosi dell’epoca. Bertrand de Jouvenel suggerì che l’ostilità dell’intellettuale per l’imprenditore deriva dal fatto che il primo lega le sue fortune alla convinzione che il cliente ha sempre ragione e quindi deve essere accontentato. Il secondo concepisce se stesso come un uomo al di sopra delle masse: il suo compito è avere ragione, checché ne pensino i consumatori. In fondo, egli rimpiange un mondo nel quale era venerato come portatore di un punto di vista privilegiato sul mondo: il suo interlocutore era il sovrano, che da lui pretendeva solo giustificazioni per il suo potere. Il rapporto era mutuamente vantaggioso e, in alcuni casi, addirittura era l’intellettuale a muovere la mano del re: il modello è il cardinale Richelieu. Con l’avanzata della società aperta tutto questo è venuto meno. Chi vince la scommessa del mercato trae legittimazione dalla bontà dei suoi prodotti, non dall’abilità retorica del suo consigliere. In termini più brutali, il potente ha bisogno dell’intellettuale: il ricco, no.
    Per Joseph Schumpeter la guerriglia contro il denaro-sterco-del-demonio è divenuta guerra senza quartiere con la nascita di una sorta di sottoproletariato intellettuale, composto da individui “psicologicamente inadatti alle occupazioni manuali senza allo stesso tempo aver necessariamente i requisiti per svolgere un lavoro professionale”. Tale condizione precaria produce insoddisfazione e “lo scontento conduce al risentimento” che “spesso si razionalizza in critica sociale”. Che dire però di quegli intellettuali che, pur avendo successo, non fanno marcia indietro rispetto alla bontà del far soldi? Ludwig von Mises ritiene che il disprezzo per l’accumulazione di ricchezza possa essere compreso guardando all’invidia che essi provano nei confronti di chi a loro giudizio è stato ingiustamente premiato dalla sorte.
    L’invidia, che sant’Agostino giudicava “il peccato diabolico per eccellenza”, è socialmente devastante perché l’erba più verde sta nel prato del vicino, non nei giardini di Versailles.
    Così, l’invidioso scavalca di notte lo steccato per calpestare i fiori del suo prossimo.
    E l’intellettuale non può tollerare, come ha detto il presidente del Ludwig von Mises Institute di Auburn (Alabama) Lew Rockwell “che il capitalismo consenta a chi a scuola era un asino di diventare miliardario mentre lui lavora come un matto per ottenere un modesto aumento del suo stipendio”.
    L’invidia per le fortune altrui spiega molto, ma non tutto, della pervasiva mentalità anticapitalistica. Helmut Schoeck raffina l’argomento mostrando come la “primitiva idea che vi debba essere un nesso causale” per cui “la prosperità dell’altro debba essere a mio svantaggio” si rovescia in un “senso di colpa primitivo, pre-religioso, irrazionale”: ogni individuo, invidioso di chi ha più di lui, cerca altrettanto disperatamente di sfuggire all’invidia altrui. Gli intellettuali, dunque, tentano di evitare l’invidia altrui aderendo a ogni forma di egalitarismo: una teoria che è peraltro compatibile col risentimento verso chi, pur essendo ai loro occhi meno dotato, ha avuto dalla vita di più. In una società di eguali, il custode della saggezza è più uguale degli altri. Per Ralph Raico, professore di storia europea presso la New York State University, l’intellettuale è essenzialmente “un mandarino abituato a vivere grazie a una fonte sicura di reddito, solitamente le tasse. Perciò egli raramente troverà possibile capire o apprezzare il modo di vivere dei capitalisti, degli imprenditori, degli speculatori e dei mercanti”. Gli intellettuali pensano se stessi come la crema della società, ma guardandosi intorno vedono che molti uomini d’affari, attori, comici e sportivi guadagnano più di loro. L’unica risposta coerente con la premessa è che il mercato è intrinsecamente iniquo, perché genera una distribuzione delle ricchezze ingiusta. Eppure in questa maniera gli intellettuali, che pretendono di saper leggere l’essenza del mondo, svolgono un ruolo profondamente antisociale. La ricchezza, perfino il lusso più sfrenato, assolve una triplice funzione. In primo luogo, valorizza la creatività: in assenza di un premio, la ricerca di soluzioni innovative sarebbe disincentivata. Secondariamente, i ricchi sono grandi consumatori, e quindi le loro stravaganze creano opportunità di lavoro. Infine, e ancora più importante, il lusso innesca una tensione verso l’imitazione: chi è rimasto indietro vuole potersi permettere domani ciò che oggi è esclusiva di pochi membri del jet set. Gli intellettuali possono recitare e recitano una parte fondamentale nella società, ma se cedono all’invidia più rancorosa rischiano di causare danni enormi. In fin dei conti, arginare l’invidia non è così difficile: basta interiorizzare lo slogan che fece la fortuna di Bill Clinton.
    It’s the economy, stupid.

    Carlo Stagnaro

    Da il Foglio

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    Predefinito Tasse sui Bot

    Rutelli (forse), Prodi (nel lungo periodo), rifondazione (subito)

    Roma. “Forse, e sottolineo forse, potrà esserci un’armonizzazione”. I “forse” scanditi ieri dal presidente della Margherita, Francesco Rutelli, sull’armonizzazione al 20 per cento delle aliquote sui rendimenti dei risparmi, sono uno degli esempi della discussione ancora in corso nell’Unione sulle proposte in materia tributaria.
    Quello che per Rutelli è in “forse”, da ieri è “un obiettivo di lungo periodo per Bot e Cct” per Romano Prodi che ha dichiarato: “Non ho detto che li porteremo subito da 12,5 per cento al 20 per cento ma c’è un obiettivo di lungo periodo che è l’equiparazione delle rendite finanziarie”. L’obiettivo di lungo periodo rientra tutt’ora, però, in una delle misure a copertura del taglio di cinque punti di cuneo fiscale sul lavoro annunciato da Prodi per i primi cento giorni.
    Tanto che il leader dell’Unione ha stimato che “da plusvalenze o capital gain ricaveremo un quinto delle risorse”. Dice al Foglio il responsabile economia di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero: “Non è un obiettivo di lungo periodo, per noi deve partire subito, seppure in modo graduale sulle nuove emissioni dei titoli di stato e con una franchigia per i piccoli investimenti sui quali l’aliquota resterà del 12,5 per cento”.
    Anche sulla manovra cardine del programma fiscale, ossia il taglio di cinque punti del cuneo fiscale sul lavoro, iniziano a sorgere riflessioni. Come quella che ha messo nero su bianco sull’Unità Ferdinando Targetti, economista, ex parlamentare diessino. Targetti, che ha coordinato la commissione Sviluppo economico che ha elaborato la prima bozza del programma economico dell’Unione in vista delle elezioni del 9 e 10 aprile, ha scritto:
    “Personalmente non sono mai stato convinto della opportunità di una riduzione del cuneo fiscale, che equivale a una riduzione del costo del lavoro insufficiente nel contrastare la concorrenza cinese e inutile per aumentare la dinamica della produttività”. Infatti nel testo conclusivo del gruppo di lavoro coordinato da Targetti la proposta sui tagli al cuneo fiscale non era stata inserita. Stessa scelta compiuta dall’altro tavolo economico dell’Unione, quello sulla Finanza pubblica coordinato da Linda Lanzillotta della Margherita. Secondo un’opinione molto accreditata, sarebbe stato l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, a convincere successivamente Prodi a lanciare la proposta.
    Nel centrosinistra si approfondisce anche un aspetto non secondario legato alla riduzione di cinque punti del cuneo. La domanda sulla quale si sta avviando un dibattito è la seguente: chi beneficerà del taglio, aziende o lavoratori? Rifondazione comunista ha le idee chiare: “Noi proponiamo – spiega Ferrero – che il taglio dei cinque punti vada in larga parte ai lavoratori, diciamo quattro punti, e solo un quinto alle imprese. Si realizzerebbe così una redistribuzione delle risorse ai salari per oltre 60 euro al mese”. Su questo tema Rutelli annuncia che l’entità del denaro che andrà ai lavoratori e alle aziende sarà definito da un accordo tra le parti sociali.
    Una soluzione simile a quella proposta ieri da Piero Fassino riguardo la soglia oltre la quale reintrodurre la tassa di successione:
    “Questa cosa va discussa con dei tecnici attorno a un tavolo. Non mi metto a fare cifre perché non mi pare giusto se non si è precisi”.
    Sull’indicazione di Bertinotti, che ha indicato una soglia di 180.000 euro, Fassino chiosa: “Ha fatto una semplificazione”.
    Ieri l’Unione è ritornata anche sulla flessibilità del lavoro, per commentare le parole del presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo (“La Biagi deve essere completata con una riforma degli ammortizzatori sociali, ma non modificata. Su questo tema aspettiamo risposte più chiare dal centrosinistra”).
    Ecco le risposte. Piero Fassino, segretario Ds: “La Confindustria ha più volte sollecitato di integrare la legge Biagi con una riforma degli ammortizzatori, ed è quello che vogliamo fare”.
    Fabio Mussi della sinistra Ds: “Sulla legge 30 Montezemolo ha torto. La legge Maroni non deve essere integrata ma radicalmente cambiata, come risulta dal programma dell’Unione”.
    Cesare Damiano, responsabile lavoro Ds:“La legge 30 va cambiata radicalmente e vanno cancellate le forme di lavoro più precarizzanti come il lavoro a chiamata”.

    Da il Foglio

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  4. #4
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    Predefinito Cuneo fiscale (l'alibi)

    Milano. Per recuperare competitività le imprese chiedono con insistenza la riduzione del costo del lavoro. Confindustria ha avanzato la richiesta del taglio di 10 punti del cuneo fiscale. Entrambi gli schieramenti lavorano in questa direzione: il centrosinistra ha promesso una riduzione di 5 punti, il centrodestra di 3.
    Ieri il Sole 24 Ore ha calcolato l’impatto reale di un calo di 5 punti su uno stipendio lordo annuo di 20.000 euro, ripartito al 50 per cento fra l’azienda e il lavoratore. Per quest’ultimo l’aumento nella busta paga finale è di 26 euro al mese. Il risparmio netto per l’impresa è di 356 euro: l’1,78 per cento dei costi complessivi lordi. Al di là delle effettive ricadute di un singolo provvedimento, non è semplice discernere il complesso legame che esiste fra competitività, produttività e costo del lavoro, ritenuto un peso insopportabile dagli imprenditori. Secondo l’Ocse, dal 1995 in poi, il nostro paese ha sofferto di un calo annuo medio della produttività totale pari allo 0,3 per cento.
    Sul fronte del costo complessivo del lavoro, invece, una elaborazione di R&S, l’ufficio studi di Mediobanca, calcola che nelle principali società italiane nel 2004 esso è stato pari al 47,5 per cento del valore aggiunto; dieci anni prima era il 55 per cento. Quindi, in flessione.
    Sorprendente il raffronto europeo: il costo medio unitario di ogni addetto nei grandi gruppi industriali italiani è di 38.000 euro, in Germania è di 55.200 euro. Negli stati scandinavi è compreso fra 46.000 e 47.000 euro.
    “Lo scenario è articolato e sfumato – osserva Giampaolo Vitali, ricercatore del Ceris, il ramo di economia industriale del Cnr - il costo del lavoro è senz’altro importante, ma non è l’unico elemento a bloccare lo sviluppo italiano”. In particolare, appare sempre più centrale il tema della capacità di incorporare con massicce dosi di innovazione nuovo valore aggiunto nei prodotti e nei servizi. Oggi la cosiddetta innovazione incrementale di processo, principale leva dell’economia italiana dagli anni 50, non basta più. E l’innovazione di prodotto meno raffinata rischia di diventare un’arma spuntata a causa dell’Asia.
    Infine, la concorrenza sul prezzo può trasformarsi, per le piccole e medie imprese, in una strada senza uscita, dal momento che i produttori asiatici possono contare su un costo del lavoro che, anche nelle mansioni più sofisticate, è di almeno quattro volte inferiore.
    “Per i settori più esposti a questa concorrenza – precisa Vitali – l’eventuale riduzione del cuneo fiscale non colmerà il gap con Cina, Corea e India”.
    Una metamorfosi ardua, per il sesto paese più industrializzato al mondo che il World Economic Forum colloca al quarantaduesimo posto nella classifica internazionale sulle tecnologie della comunicazione e dell’informazione. E che, oltre al problema delle infrastrutture tecnologiche, deve gestire un altro spinoso dossier: il capitale umano.
    “Nelle nuove tecnologie come nei comparti classici – dice Roberto Perotti, docente di Economia politica all’Università Bocconi di Milano – si tratta di una risorsa essenziale. Oggi servono nuove politiche per l’educazione. Anche se dispiegheranno soltanto nel lungo periodo i loro effetti su imprese e società”.
    Tuttavia il deficit italiano di competitività non può non essere collocato nel più ampio cambiamento degli equilibri geoeconomici.
    “Il costo del lavoro – dice Riccardo Viale, amministratore delegato della fondazione Cotec per la diffusione dell’innovazione tecnologica – è senz’altro un problema, tanto più in una realtà dove si lavora meno che altrove”. Il minore tempo passato in ufficio, per esempio rispetto al modello americano, è una questione tipicamente continentale: fatte 100 le ore di lavoro procapite negli Stati Uniti, la Germania è a 75, la Francia a 68 e l’Italia a 64. Ma questo gap fa il paio con un altro più generale fenomeno. “Oggi – avverte Viale – è l’intera Europa a trovarsi in un guado: le piccole imprese di Italia, Francia, Spagna e Portogallo devono compiere un salto tecnologico se non vogliono essere annichilite dalla concorrenza internazionale”. Da qui la necessità di una politica industriale a livello comunitario che non privilegi la grande ricerca, ma favorisca l’innovazione diffusa.

    Paolo Bricco Su il Foglio

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  5. #5
    Ha da venì Baffone
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    Predefinito

    L'Italia ha bisogno di riforme serie... lo dicono tutti, anche il cdx.

    Le riforme costano e devono essere finanziate.

    Il punto è chi dovrà maggiormente sopportare questi costi.

    Mi sembra ovvio che dai dipendenti monoreddito, tassati alla fonte,
    spesso precari, che stanno obiettivamente male, ormai non si può
    più spremere niente ... porterebbe al collasso ed al disordine sociale.

    Gli unici che possono ancora sopportare questi sacrifici sono coloro
    che hanno redditi più alti, senza esagerare, con giustizia ed equità ...
    ma sono gli unici che possono farlo.
    Poi ci sono gli evasori fiscali che, a questo punto, devono uscire
    allo scoperto e pagare ciò che gli spetta per non far gravare tutto
    il nostro debito sugli imprenditori onesti che le hanno sempre pagate.

    Il csx ha detto cosa ha intenzione di fare, il cdx ancora no.

    Mi spiace ma c'è poco da fare ... il centrosinistra è l'unico a dare
    una possibile risposta a questo urgente problema.
    Molte persone della classe medio-alta e del mondo dell'imprenditoria
    lo hanno già capito ... ed io me ne compiaccio e sono orgoglioso
    di questi miei concittadini.

    Un saluto.

 

 

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