”Dopo la guerra dei Sei giorni arabo-israeliana mi trovavo in aeroporto e l’Alitalia, per cui lavoravo, effettuava assistenza a terra anche agli aeromobili della Iran Air. L’età mediamente giovane di tutti gli operatori (di razze e religioni diverse) ci permetteva di scherzare tra noi, anche in maniera «pesante». Ma vengo al fatto. Poiché Israele aveva distrutto la grande coalizione araba in pochi giorni, avevamo preso di mira un amico iraniano affermando che la sua nazione non aveva partecipato alla guerra per paura di prenderle da Israele. Mi ricordo che, invece di adirarsi per le nostre meschine allusioni, lui se ne vantava perché, ripeteva, l’Iran non doveva essere considerata una nazione araba.
Anzi, ammiccando, aggiungeva che l’Iran aveva sostenuto Israele non solo economicamente e logisticamente, ma anche con armamenti, naturalmente non in maniera ufficiale. Può chiarire ulteriormente questo lontano ricordo?”
Roberto Pepe.
Caro Pepe,
il suo amico iraniano aveva ragione; e se lei lo avesse rivisto dopo la rivoluzione degli Ayatollah e la cacciata dello Scià, avrebbe probabilmente appreso che i rapporti del regime teocratico con lo «Stato sionista » erano, a dispetto delle dichiarazioni pubbliche, molto pragmatici. Il linguaggio ufficiale del nuovo regime era diventato violentemente anti-israeliano, ma questo non impediva che i due Paesi, all’occorrenza, si aiutassero a vicenda.
Il motivo di questa ambiguità era l’esistenza di un nemico comune: l’Iraq. Israele sapeva che l’esercito iracheno avrebbe potuto attraversare la Giordania e apparire minacciosamente, nel giro di poche ore, sulla sua frontiera orientale. L’Iran sapeva che l’Iraq voleva dominare il Golfo Persico e che avrebbe colto la prima occasione per dichiarargli guerra.
Quando la guerra finalmente scoppiò, nel 1980, Moshe Dayan, allora ministro degli Esteri israeliano, tenne una conferenza stampa a Vienna in cui esortò il governo americano a dimenticare il passato e ad assistere gli iraniani. Come lei ricorda, accadde esattamente il contrario. Gli americani preferirono aiutare Saddam Hussein e gli fornirono, insieme a una certa assistenza finanziaria e militare, persino le fotografie satellitari dello spiegamento delle forze iraniane.
Questa scelta di campo, tuttavia, non impedì che Israele continuasse a perorare la causa dell’Iran a Washington e che mantenesse nel frattempo rapporti confidenziali con il regime di Teheran. Vi fu un ruolo israeliano nella vicenda «Iran-Contra» e vi fu addirittura il caso di una fornitura d’armi israeliane che venne trattata, da una parte e dall’altra, con grande spregiudicatezza.
Quando un funzionario della repubblica islamica informò il grande ayatollah Khomeini e gli chiese la sua autorizzazione, questi gli chiese: «È necessario divulgare la fonte dell’acquisto?
». E quando il funzionario rispose che non era necessario, Khomeini disse: «Allora, non ce ne importa niente».
Ho tratto queste informazioni, caro Pepe, da un articolo molto documentato di Trita Parsi, studioso di questioni medio- orientali presso la Johns Hopkins University di Washington.
L’articolo è apparso nel primo numero di una nuova rivista, il Journal of the European Society of Iranian Studies, diretta da Nicola Pedde dell’Università di Roma La Sapienza in collaborazione con un centro accademico dell’Università di Durham: un buon strumento per capire il regime degli Ayatollah.
Oggi naturalmente la situazione è cambiata. Il linguaggio ufficiale resta quello a cui gli ayatollah ricorrevano frequentemente anche in passato, ma dietro le invettive non vi sono più le relazioni ammiccanti e pragmatiche che i due governi erano riusciti a intrecciare. La responsabilità è in buona parte del nuovo presidente, Mahmud Ahmadinejad, populista, demagogo e fanaticamente religioso.
Ma non sarebbe giusto dimenticare che il regime di Teheran reagisce oggi a una situazione completamente diversa da quella degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Gli Stati Uniti sono entrati prepotentemente in Medio Oriente, hanno conquistato due Paesi che confinano con l’Iran, trattano la Repubblica islamica di Teheran alla stregua di uno Stato canaglia e sono il principale garante degli interessi israeliani nella questione palestinese.
È questa la ragione per cui la retorica anti-israeliana di Ahmadinejad raccoglie più consensi nel mondo arabo-musulmano di quanti ne raccogliesse in passato.




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