Sulla protesta studentesca in Francia - Parte 6
da http://euro-holocaust.splinder.com
C'è un articolo del Corriere della Sera, risalente al 20 marzo 2006, che dà degli spunti interessanti per quanto riguarda le manifestazioni contro il CPE, il contratto di primo impiego che dovrebbe dare l'opportunità alle imprese francesi di licenziare i giovani lavoratori con maggiore facilità (anche se Chirac annuncia che il CPE verrà fatto, ma con delle modifiche. Quindi si vedrà).
Quali i punti da sottolineare nell'articolo? 1) Il chiamare i manifestanti "generazione low cost", nome assolutamente appropriato per il periodo attuale; 2) la ripetuta affermazione che le manifestazioni non sono a favore di un ideale, ma solo di ragioni "alimentari"; 3) l'aver voluto indicare come "orizzontale", democratica e multietnica tutta la mobilitazione.
1- Ci spiace per i manifestanti, ma loro sono già una generazione low cost. L'esserlo non è dato solo dalla maggiore discrezionalità dei datori di lavoro, ma anche dal fatto che i datori possano o meno spostarsi dove vogliono, dislocando o, al contrario, richiedendo sempre nuovi lavoratori esteri. Il licenziamento senza giusta causa previsto dal CPE (così come è stato presentato inizialmente) non è che l'aspetto più visibile e immediato di un ordine economico che altro non fa che "deprezzare" il valore del lavoro dei cittadini europei e con esso anche gli stessi cittadini. Senza una qualche mobilitazione contro gli altri aspetti (delocalizzazione, immigrazione di massa, commercio sleale) non si potrà fare molto.
a) Citando dalla presentazione del libro, edito da Einaudi, "La fine del ceto medio e la nascita della società low cost" di Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi:
http://www.einaudi.it/einaudi/ita/ca...80618033&ed=87
Il ceto medio sta per uscire di scena, dopo essere stato per oltre due secoli l'elemento fondante della società occidentale. Esaurite le ragioni economiche, politiche e sociali che l'avevano fatta emergere, questa classe non riesce piú a adattarsi ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Il bastone del comando passa dai produttori ai consumatori. Nella società prende forma un ceto indistinto, la classe della massa, che vuole soprattutto consumare di piú. È una rivoluzione insidiosa per la politica, ma non priva di contenuti democratici. Sulle sue bandiere sono impressi i marchi di Ryanair, Ikea, Wal-Mart, Skype, Zara, Google. È la rivoluzione «low cost» prodotta da un capitalismo capace di standardizzare ogni cosa ma anche di personalizzare la sua offerta. Condannando al tramonto anche il costoso welfare del dopoguerra europeo e disegnando un futuro «low cost» anche per i servizi pubblici.
Il lungo addio dell'Occidente alla propria tradizione industriale coincide con il crepuscolo del consumatore borghese, stretto nella morsa della globalizzazione e scosso dalla rivoluzione «democratica» nei nuovi consumi di massa. Una realtà caratterizzata da un'equazione sociale altrettanto originale: piú consumi, piú squilibri. Per le imprese - sempre piú attratte dall'Asia, dove stanno crescendo miliardi di nuovi capitalisti - è un'occasione per rigenerare la presenza sui mercati occidentali. Per la politica è una sfida formidabile: entra in crisi la logica fondante del modello europeo e con essa l'organizzazione storica del welfare. L'Italia, vittima delle sue contraddizioni storiche, non riesce a reagire e a riorganizzarsi: la sua originalità produce valore altrove e il suo modo di vivere diventa impresa ovunque tranne che in patria. Il governo del mondo senza ceti medi richiede visioni limpide e una leadership politica determinata, pronta a rischiare. L'Europa appare in affanno, ma la sua cultura umanistica è l'unica in grado di attenuare la spinta al consumismo estremo della società low cost.
[Il quadro presentato dal libro è però non abbastanza fosco. In realtà non c'è alcuna democraticità nel low cost, in quanto i consumatori attuali non hanno alcun potere, essendo comunque sempre una goccia nel mare mondiale. Anche il consumatore è divenuto un ingranaggio e non è più ciò a cui mira il produttore: c'è una grossa differenza tra piccoli negozi e grosse catene globali, ndr]
b) L'economista e scrittore Geminello Alvi, presente nella puntata della trasmissione L'Infedele, condotta da Gad Lerner, del 29 marzo 2006, ricorda quello che disse un altro economista, il celebre John Stuart Mill, secondo cui il capitalismo è per sua natura tendente alla standardizzazione per poter ricavare il massimo guadagno. In questo senso sarebbe suo naturale destino l'espandersi verso le culture asiatiche, perchè meno "libere" di quelle europee e quindi più inclini già di loro alla standardizzazione e alla omogeneizzazione degli stili di vita (vedere ad esempio, il nostro intervento sulle banche islamiche).
http://euro-holocaust.splinder.com/p...nche+islamiche
2- Nel momento in cui manca un'idea politica forte, allora i manifestanti è come se si muovessero al buio per le strade. La loro reazione diviene patetica e finisce quasi per assumere più dignità il silenzio italiano sulla propria situazione interna. A che pro vociare se l'unica cosa che si vuole è solo una comoda poltrona? Nell'articolo si parla, infatti (ma con una certa contraddizione), di manifestazioni cittadine e borghesi e non si può fare a meno di sentire un retrogusto di pochezza di lungimiranza e di adagiamento ad un vivere che non ci si può più permettere. I manifestanti voglioni solo il posto fisso, per poter continuare a spendere e farsi i propri comodi. Senza però una visione organica della politica e dell'economia e senza considerare gli elementi che già abbiamo detto (dislocazione e immigrazione), come potranno impedire che gli imprenditori "peschino" altrove (umanamente e geograficamente)?
3- Ma andare contro la dislocazione e l'immigrazione significherebbe proprio andare contro ciò che molti manifestanti e loro sostenitori vogliono, ossia continuare a sognare di essere negli anni '80 e '90, con il miraggio della società multietnica, i viaggi a Cuba o alle Maldive e il portafoglio pieno. Lo stesso articolo del Corriere della Sera parla di manifestazioni che uniscono tutte le etnie. Altrettanto è stato fatto due giorni dopo, il 22 marzo, sempre all'Infedele di Lerner, dove si esaltava questa unione multietnica. Manco a farlo apposta (oppure avevano portato sfiga?), il giorno dopo, come sapete, a Place des Invalides a Parigi, centinaia di giovani arabi e africani delle banlieues sono arrivati col solo scopo di derubare e aggredire i giornalisti e i manifestanti bianchi (cosa ripetutasi anche la settimana dopo [tre foto dai pestaggi del 28 marzo 2006 nel collegamento sotto, ndr]).
http://e-h.splinder.com/post/7629836...+28+marzo+2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/E.../20/nava.shtml
Non vogliamo diventare la generazione low cost
...questo movimento cittadino e borghese, di liceali e universitari che vogliono far valere i propri diplomi e entrare nel mondo del lavoro, senza la lunga anticamera della provvisorietà. Ma le due K s'incontrano nella disperante diagnosi della Francia di oggi: il 22% di disoccupati sotto il 26 anni, con punte del 50% nelle periferie. Un record europeo. E cominciano a saldarsi in una solidale presa di coscienza che prescinde da origini sociali e colore della pelle. Due fenomeni si sono materializzati dietro slogan e striscioni. C'è un'intera generazione che chiede di esistere e c'è un movimento non ideologico che si sta unendo al sindacato, non ai partiti politici. La questione è puramente economica ed è qui la differenza con il Sessantotto. I giovani di oggi non vogliono abbattere lo Stato, ma chiedono allo Stato e alla politica di fare la loro parte nell'era della globalizzazione e dell'incertezza. Nella società dei consumi, genitori (e nonni) chiedevano diritti civili.
Oggi ci si batte per diritti che si ritenevano acquisiti: lavoro, contratti, consumi. [...]
Servirà ben altro, quindi, che delle manifestazioni apparentemente di successo per giungere a dei risultati seri. Servirà cioè quello che abbiamo detto nei punti precedenti, che altro non significa se non il ritrovare il senso etico/etnico del vivere, da cui far discendere la capacità di orientare politica ed economia in favore del proprio popolo. Altrimenti il futuro sarà quello che, inconsapevolmente, ci presenta Libération in una immagine pubblicata nei primi giorni di mobilitazione: un gruppetto che dovrebbe essere di manifestanti, ma dove non si vedono ragazzi bianchi, non si vedono particolari elementi distintivi politici e l'impressione è più quella di un rave-party per strada che di una lotta sociale. Una immagine grottesca del futuro senza libertà delle nostre nazioni (ancora europee?)... se non si farà qualcosa per impedirlo...
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