| Martedì 4 Aprile 2006 - 14:11 | Augusto Marsigliante |

di Augusto Marsigliante

Marzo 2001: all’indomani della “rivoluzione democratica” del settembre 2000 ordita dai padroni d’oltreoceano e che aveva destabilizzato Milosevic, l’ex presidente jugoslavo è arrestato a Belgrado e venduto da alcuni traditori al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, dove giungerà tre mesi dopo; sul suo capo pendono le infamanti accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, relativi alla guerra in ex-Jugoslavia ed alla guerra in Kosovo di qualche anno dopo.
Col marzo 2001 comincia quindi il calvario che porterà Milosevic alla morte, avvenuta poche settimane or sono nella sua cella in isolamento all’Aja. Dopo averlo dipinto come uno dei più crudeli e feroci dittatori del XX secolo e aver raccontato ogni sorta di amenità sulla sua vita, giornali e telegiornali di tutto il mondo hanno fatto altrettanto sulla sua morte. Egli, secondo i paladini della (dis)informazione, avrebbe smesso di prendere i medicinali prescrittigli dal suo medico per curare problemi di cuore, allo scopo di ammalarsi a di andare a farsi curare in Russia, dove avrebbe trovato un rifugio sicuro. Dunque sarebbe stato lui stesso causa della sua morte...
La realtà, come sappiamo, è molto diversa, perché la morte di Milosevic poteva far comodo solo a chi, in cinque anni, non è riuscito a trovare uno straccio di prova contro di lui. Che egli fosse un leader ancora molto amato in patria lo si è visto poi alla sua morte: scene di grande commozione, uomini donne e bambini in lacrime ne ricordavano positivamente carisma e carattere.
Inoltre l’impressione che Milosevic ha lasciato, durante questi ultimi difficili cinque anni, è quella di un uomo dotato di grande forza di volontà, che non ha subito passivamente le menzogne che gli venivano riversate contro, ma anzi si è difeso con onore, passando al contrattacco e trasformandosi da accusato in accusatore. Ha chiamato in sua difesa una moltitudine di testimoni, esibito un’enorme quantità di documenti e non ultimo, è spesso riuscito a far cadere in contraddizione i testimoni che deponevano contro di lui, contribuendo a smontare falsi storici colossali, come il finto bombardamento e la presunta distruzione di Dubrovnik o il sempre presunto massacro di Srebrenica… Purtroppo su questi sviluppi del processo è calato il sipario mediatico. Accusato di aver fomentato l’odio etnico e di aver accelerato la distruzione della ex-Jugoslavia creando divisioni non solo territoriali fra serbi e non-serbi, egli è tuttavia riuscito a smascherare e inchiodare alle proprie responsabilità i veri colpevoli di questi crimini: Germania e Vaticano, che avevano fomentato la secessione di Croazia e Slovenia, e gli Stati Uniti che avevano incoraggiato la Bosnia - con armi e denaro, ça va sans dire - a fare altrettanto. Riusciti costoro nell’intento di distruggere la Jugoslavia e di spartirsi l’appetitoso boccone, argomenta Milosevic, bisognava completare l’opera. L’obiettivo era di creare una sorta di zona franca nella quale far transitare l’imponente traffico di droga, armi ed immigrati diretti in Europa: e dove se non nella geo-strategicamente vitale regione di Kosovo, provincia originaria dei Serbi nei Balcani? E questo è stato il “capolavoro” dell’amministrazione Clinton: ha inscenato in quel di Parigi (più precisamente a Rambouillet) nel febbraio ’99, delle trattative farsa sulla questione kosovara: ai Serbi veniva chiesto di concedere incondizionatamente il proprio territorio al transito illimitato di uomini e mezzi Nato. In pratica, di rinunciare alla propria sovranità nazionale. Come l’11 settembre 2001 fu il pretesto per attaccare l’Afghanistan, come la supposta e mai dimostrata presenza di armi di distruzione in Iraq fu il pretesto per rovesciare Saddam, e come la legittima aspirazione dell’Iran a perseguire un programma di arricchimento dell’uranio a scopi energetici sarà il pretesto per l’attacco alla Repubblica Islamica, così lo sdegnoso rifiuto dei Serbi alla ridicola proposta “di pace” di Rambouillet fu per gli Americani il pretesto per sferrare, poco più di un mese dopo, l’attacco già preparato da tempo. Nel massiccio bombardamento Nato su Serbia e Kosovo vengono scaricate 11000 tonnellate di bombe all’uranio impoverito; in Italia, la complicità del governo di centro sinistra di D’Alema, che mette a disposizione basi, uomini e mezzi per quest’operazione, è dichiarata ed ingiustificabile nella sua gravità; Milosevic fornisce un enorme documentazione, anche fotografica, del massacro di migliaia di civili e della distruzione di scuole, ospedali e altri obiettivi non-militari. Anche in questo caso il silenzio mediatico è assordante. Dimostrando di non avere rispetto alcuno per le vittime, la procuratrice svizzera del Tpi, Carla del Ponte, ammette quei massacri e riconosce l’utilizzo dell’uranio impoverito ma, afferma, “Non è competenza di questo tribunale trattare l’argomento”.
Così, mentre i mass-media di tutto il mondo mostrano colonne disperate di profughi in fuga dal Kosovo, attribuendo questa fuga alla pulizia etnica ordita da Milosevic, si nasconde il fatto, da Milosevic stesso ancora una volta ampiamente dimostrato, che quella gente in realtà fuggiva dai bombardamenti della Nato. Fin qui i bombardamenti; ma a chi affidare il “lavoro sporco”, quello di pulizia etnica dei Serbi di Kosovo, quello del genocidio e della sistematica distruzione di città e villaggi serbi, di monasteri ortodossi e via dicendo? Già dal ’97 partono dagli Stati Uniti cospicui finanziamenti alla formazione albanese terroristica dell’ UCK, arricchitasi ed armatasi nel frattempo grazie anche ai proventi del narcotraffico. Ha così inizio uno spaventoso massacro: si contano a decine di migliaia i Serbi allontanati dalla propria terra oppure massacrati, prima di venire ammassati in macabre fosse comuni, ricoperte poi dai teloni della Nato.
A tutt’oggi, la minoranza serba in Kosovo - che una volta era maggioranza - subisce quotidianamente soprusi e vessazioni. La farneticazione mediatica della Grande Serbia si è sciolta come neve al sole, ma un’altra minaccia, ben più concreta, si sta realizzando: la Grande Albania, sorta di neo-colonia Usa che si formerebbe qualora la regione kosovara ottenesse quell’indipendenza - in pratica annessione all’Albania- tanto auspicata da Washington. La Verità di Milosevic che emerge, quindi, è tutt’altra rispetto a quella dataci in pasto dai media: la verità è che nello scorso decennio la Jugoslavia è stata teatro delle peggiori amenità che l’uomo possa commettere: massacri, genocidi, torture, stupri di massa, pulizia etnica, e che sono in molti, in occidente, ad avere la coscienza sporca; fra di essi non si trovano certo né Slobodan Milosevic né il Popolo Serbo. “Se ho commesso una colpa” ammette amareggiato l’ex presidente jugoslavo, “è stata non riuscire a difendere il mio popolo dai massacri perpetrati da Croati, Bosniaci ed Albanesi”.
Insomma, di menzogne su questi fatti ne sono state raccontate troppe, e per troppi anni; e finché la sete di (in)giustizia del Tpi non si sarà placata, i mass media continueranno ad imbottirci di menzogne, com’è loro costume; offendendo così non solo la memoria di Slobodan Milosevic, ma anche quella collettiva del Popolo Serbo, la cui Storia è scritta con il sangue e le sofferenze della sua gente.