Da Elena di Troia alle mutande esplosive (i pretesti per una guerra)

di Michele Basso


Da quando la divisione in classi sociali ha dato origine agli stati, questi ultimi hanno inventato mille pretesti per condurre i popoli in guerra, secondo gli interessi delle classi dominanti. Con la complicità dei sacerdoti, si preparavano oracoli, eventi “miracolosi”, si interrogavano gli dei, si ordivano provocazioni.

Una variante del mito troiano narra che una divinità (Era o lo stesso Zeus) consegnò la vera Elena in custodia a Proteo in Egitto, e mandò a Troia il fantasma di Elena, al solo scopo di fare scoppiare la guerra. Oggi gli dei non ci sono più, ci sono la CIA, il Mossad, i servizi segreti inglesi, pakistani, ecc., ma i fantasmi sono ancora comunemente usati, a cominciare dallo spettro, o se volete l’Avatar, di Al Qaida. Se la finanza e il sistema militare industriale americano hanno interesse ad occupare un paese, in tempo reale Al Qaida, o qualcuno in suo nome, prepara un attentato che giustifichi l’intervento. E Osama Bin Laden, probabilmente morto e sepolto da anni, continua ad apparire in video e voce, forse per mostrare che l’essere umano, come vuole la religione, è veramente immortale.

Inutile cercare nelle operazioni della CIA fantasie paragonabili a quelle degli antichi greci. Al posto della bella Elena abbiamo la prosaica visione di un ragazzo con le mutande piene di esplosivo, Umar Farouk Abdul Mutallab, uno psicolabile manovrato, che con sospetta rapidità svela che un gran numero di aspiranti martiri si addestrano in Yemen per compiere attentati.(1) Questa dichiarazione fornisce il pretesto per l’intervento nella guerra civile in Yemen, o meglio, per estendere ulteriormente le operazioni già in atto. Rick Rozoff (fonte lo Yemen Post del 13 dicembre), riferisce che l’ufficio centrale dei ribelli Houthi accusa gli Stati Uniti di partecipare alla guerra contro gli Houthi e ha presentato foto di aerei militari americani che bombardano la provincia di Sa’ada, nel nord delloYemen. Secondo la stessa fonte, ci furono almeno venti raid americani coordinati dai satelliti.(2)

Dopo ogni attentato, si recita la solita pantomima, con l’accusa alla CIA di non avere preso in considerazione le segnalazioni ricevute, le stressanti misure di controllo sugli aerei, le veline passate ai giornali e ai politici, che ripetono le dichiarazioni del governo americano, spesso senza neppure prendersi la briga di cambiare le parole.

L’azione ha tutti i contrassegni del false flag, cioè di un’operazione segreta condotta da un governo, che appaia condotta da un’altro stato (un’altra bandiera) o da un’organizzazione avversa. Difficile, per chi non abbia le informazioni riservate ai governanti e ai servizi segreti, rendersi conto immediatamente di chi in realtà sta dietro all’operazione. Anche se in casi recenti l’arroganza dell’imperialismo è talmente sfacciata da trascurare ogni precauzione e ogni cautela, e chi vuole capire ci riesce. Occorre sempre chiedersi, come gli antichi: a chi giova?

Non si tratta di seguire la teoria del complotto, che è quanto di più antimarxista esista. L’imperialismo non è una delle tante politiche possibile, ma è l’unica adeguata alla borghesia nell’epoca del capitale finanziario. La causa prima delle guerre va cercata negli interessi economici dei paesi dominanti, dei loro gruppi finanziari e industriali. Attentati, provocazioni, ecc, fanno parte della propaganda, dell’imbonimento, per convincere le classi subordinate ad aderire alla guerra. I mezzi possono essere diversi, dalla propaganda nazionalista, a quella xenofoba e razzista, all’uso politico della religione, alle accuse di tradimento, al carcere o alla fucilazione di chi si oppone materialmente alla guerra.

Di provocazioni è piena la storia. Il 31 agosto 1939, truppe tedesche, indossando uniforme polacche, attaccarono la stazione radio tedesca di Gleiwitz. Alcuni prigionieri, prelevati da un campo di concentramento, furono uccisi e rivestiti con uniforme polacche, per provare la veridicità dell’attacco.

L’episodio del Golfo del Tonchino è notissimo, ma giova riparlarne per i più giovani. Il 2 agosto 1964, il cacciatorpediniere americano USS Maddox (DD-731) nel Golfo del Tonchino, ebbe uno scontro con tre motosiluranti nordvietnamite che l’avevano scambiato per una nave sudvietnamita.

Il 4 agosto ci fu un nuovo presunto combattimento: la Maddox e la C. Turner Joy spararono per due ore su bersagli fittizi.

“Un anno dopo, Johnson disse in privato: "Per quanto ne so, la nostra marina stava sparando alle balene laggiù". Il Capitano John J. Herrick disse che si era trattato di "sonarista eccessivamente ansioso" che "stava udendo il battito dei motori della propria nave". “Il comandante di squadrone James Stockdale, uno dei piloti statunitensi che sorvolò l'area il 4 agosto, negli anni '90 ...dichiarò: "[Io] avevo un posto in prima fila per osservare l'evento, e le nostre cacciatorpediniere stavano sparando a bersagli fantasma - non c'erano barche nordvietnamite là ... C'era solo acqua nera e la potenza di fuoco americana".” (Wikipedia)

Eppure il falso incidente fu preso come pretesto dall’amministrazione Johnson per iniziare l’escalation contro il Vietnam del nord. Il segretario alla difesa, Mc Namara, davanti al Congresso, dichiarò che la marina USA non appoggiava le operazioni militari sudvietnamite. E spergiurò che esistevano prove inequivocabili di un secondo attacco. Possiamo sostenere che i “democratici” ministri di Johnson fossero meno in malafede dei collaboratori di Hitler?

Il cittadino statunitense David Headley, informatore del Drug Enforcement Administration (Amministrazione per l'applicazione delle leggi sugli stupefacenti) è stato arrestato per gli attentati terroristici a Mumbai del novembre 2008. Webster Tarpley afferma: "Che questo David Headley stesse lavorando per la CIA per tutto questo tempo è una conclusione plausibile ...Ciò significa che la CIA era implicata e stava creando e pianificando l'attacco terroristico di Mumbai del 2008".(3)

Sempre Tarpley nell’articolo “Obama dichiara guerra al Pakistan?” riporta ampie citazioni del rapporto Scahill , e parla degli omicidi mirati effettuati dai membri di una divisione d'élite della Blackwater, nei confronti di presunti talebani. “Gli operativi di Blackwater offrono assistenza anche nella raccolta di informazioni e aiutano a dirigere una campagna segreta di bombardamenti con droni militari USA che corre in parallelo ai ben documentati attacchi con i Predator della CIA, a quanto riferisce una fonte ben collocata all'interno dell'apparato di intelligence militare degli Stati Uniti.”

La maggior parte degli attacchi sono destinati ai Pashtun, per portarli alla ribellione sia in Afghanistan sia in Pakistan. Ma c’è anche l’aumento degli attacchi dei Predator della CIA e di altri velivoli telecomandati sul Belucistan. Uno dei pretesti per tali operazioni è che Osama bin Laden e al-Zawahiri sarebbero nascosti nella città di Quetta. Il fantasma di bin Laden segnala i bersagli con maggiore precisione dei satelliti. Nel Belucistan iraniano, la CIA finanzia il Jundullah, un movimento che secondo Teheran sarebbe responsabile dell’uccisione di un gran numero di alti ufficiali dei Pasdaran. La rivolta dei beluci distruggerebbe l’unità statale di Pakistan e Iran.

Il rapporto Scahill parla anche di operazioni segrete USA in Uzbekistan: “Oltre a pianificare attacchi con i droni e operazioni contro forze sospettate essere di al-Qa'ida e dei Talebani in Pakistan sia per JSOC (“Joint Special Operations Command” statunitense) sia per la CIA, il team della Blackwater a Karachi aiuta anche a pianificare missioni per il JSOC all'interno dell'Uzbekistan contro il Movimento Islamico dell'Uzbekistan”.(4)

Gli Stati Uniti hanno interesse a dividere il Pakistan, perché potrebbe rappresentare il collegamento per l’approvvigionamento di petrolio iraniano alla Cina, passando per la terraferma, senza essere condizionato dalla superiorità navale anglo-americana.

Riportati i giudizi di questi giornalisti e scrittori, occorre una riflessione. Questa destabilizzazione, che è un modo diverso di condurre la guerra, mira a smembrare stati di un’area dalla popolazione ingentissima. Il Pakistan ha oltre 140 milioni di abitanti, l’Afghanistan 30 milioni, l’Arabia saudita quasi 25, lo Yemen oltre 22, l’Iran 72, l’Uzbekistan 27, l’Iraq quasi 29. Questi dati derivano da stime per il 2008, e sono certamente cresciuti. Un’area di diversi milioni di chilometri, con più di 350 milioni di abitanti, in cui il governo degli Stati Uniti compie azioni tendenti a sfasciare questi stati, fingendo di proteggerli dal terrorismo. Potremmo aggiungere la Somalia, il Sudan, il Libano, la Siria, molti stati dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina. Gli USA sono coinvolti in due, e tra poco forse tre, guerre dichiarate, e molte altre non dichiarate. Il governo dello Yemen per ora si oppone a un più vasto intervento diretto USA, per non essere accusato di tradimento, ma può sempre essere “ammorbidito” o sostituito da dirigenti ancora più servili.

Proviamo a fare un paragone col periodo precedente la II guerra mondiale, confidando nell’intelligenza del lettore, perché non lo prenda troppo alla lettera. Il Giappone, dopo l’occupazione della Manciuria, ed avervi costituito nel 1932 lo stato fantoccio del Manchukuo, penetrò nella Cina del Nord nel 1935 e conquistò gran parte del paese nel 1937. La Cina nel corso della storia ha sempre rappresentato una frazione notevole dell’umanità. Allora aveva circa 450 milioni su meno di due miliardi. Un inguaribile eurocentrismo ha portato storici, giornalisti, e la stessa opinione pubblica a ricercare i prodromi della seconda guerra mondiale quasi soltanto in Europa, sottovalutando l’immensa tragedia del popolo cinese. Ci furono, ovviamente, eccezioni. In alcuni articoli del 1937, Trotsky faceva un’analisi della situazione, e, anche se non tutte le sue previsioni si sono avverate, alcune molto significative hanno avuto conferma. Il piano del Giappone, spiegava, aveva lo scopo di chiudere il mercato cinese, potenzialmente enorme, a Stati Uniti, Inghilterra e Francia, e costituiva una minaccia anche per l’Indocina francese e l’Indonesia olandese. Ma il Giappone non aveva alcuna possibilità di portare a compimento il suo piano. Tuttavia la potenza mondiale in ascesa, l’America, non era ancora pronta alla guerra nel Pacifico, anche se lo sarebbe stata nel giro di pochi anni, soprattutto se avesse avuto come alleata l’Unione Sovietica. Trotsky non si pronunciava sui futuri schieramenti di guerra (soprattutto considerava incerta la posizione dell’Italia, che, nonostante le roboanti spacconate di Mussolini, aveva interessi non coincidenti con quelli tedeschi). Disse, tuttavia, che l’Inghilterra, anche se avesse vinto la guerra da alleata degli USA, avrebbe lo stesso perso l’impero, e lasciato il dominio mondiale al gigantesco cobelligerante. Soprattutto si chiese se la guerra in estremo oriente poteva rappresentare l’inizio di una guerra mondiale. Chi legge solo la storia accademica griderà all’errore, ma la domanda era legittima e fondata, perché guerra d’oriente e d’occidente finirono col fondersi.

Anche oggi siamo di fronte a una guerra su un territorio immenso, condotta con metodi diversissimi da quelli impiegati allora dai giapponesi, ma non meno crudele e pericolosa. Il congiungimento con altre zone delle tempeste (Somalia, Sudan) sarà reso più facile, se si svilupperà l’intervento in Yemen, come la stessa carta geografica suggerisce.

Abbiamo di fronte una potenza revisionista, non in rapida ascesa economica come il Giappone di allora, anzi in forte difficoltà finanziarie, ma ancora dotata di un vantaggio militare notevolissimo, anche se non si sa fino a quando potrà continuare a finanziare le sue forze armate a tali livelli. I presunti antimperialisti non la contrastano seriamente, la Cina finanzia il suo enorme deficit, l’Iran offre al repressivo governo dello Yemen il suo aiuto: il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki, si é offerto di cooperare col governo dello Yemen per "ripristinare la sicurezza" nel paese.

La pericolosità della situazione è evidente, ma la situazione potrebbe essere modificata dalla sconfitta militare degli Stati Uniti, forse resa possibile dalle eccezionali difficoltà economiche. Solo tale eventualità potrebbe evitare un allargamento continuo della guerra a livelli mondiali, e riaprire la via alla ripresa del movimento operaio. Se gli USA vincono, c’è da aspettarsi il peggio, e tale ripresa potrà essere rimandata di 50 anni.

Il marxismo ci dà un filo conduttore per interpretare i fatti storici, ma può funzionare solo in presenza di una conoscenza della situazione reale. Chi pretende di farne a meno e ne fa, come diceva Engels, uno schema fisso sul quale ritagliarsi i fatti storici, lo muta nel suo opposto, l’idealismo. Senza un’analisi particolareggiata di queste guerre e delle loro cause, non è possibile opporvisi realmente. Si è fatto abbastanza per l’analisi di ciascuno di questi conflitti, ma si deve ancora indagare su ciò che li collega, per avere una visione globale, la sola veramente utile per poter dare una risposta politica.

Oggi non c’è chi abbia un’esperienza comparabile a quella di Lenin o Trotsky, e tuttavia un buon numero di militanti comuni, se ben coordinati tra loro, potrebbero ottenere ottimi risultati. Le sparse membra del comunismo, al momento, non solo non sono in grado di compiere azioni comuni, ma neppure di affrontare questa analisi collettiva.

Il proletariato non è mai stato tanto numeroso, eppure la sua forza non incide realmente sulle situazioni. La ribellione operaia esiste, ma si esprime soprattutto in atti di disperazione, di chi si sente tradito dai cosiddetti riformisti e vede i militanti più radicali esaurirsi in mille diatribe e distinguo, incapaci di coordinare le lotte isolate, trasformandole in lotte a livello nazionale, e perciò in lotta di classe.

E’ possibile che la crescente tragicità della situazione, a livello nazionale, per la disoccupazione e le difficoltà economici, gli sviluppi osceni della xenofobia e del razzismo, e a livello internazionale per i venti di guerra, risvegli la coscienza dei militanti, faccia capire quanto è assurdo che ogni gruppo tenda a costruire un proprio movimento operaio, e spinga i comunisti, come voleva Marx, a lottare con tutte le forze contro questa inammissibile deviazione settaria. Se non capiremo questo, tutti i nostri sforzi per combattere il capitale saranno soltanto patetici.

Viva la Comune