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    Predefinito L’inchiesta di Franchetti sulla Sicilia

    L’inchiesta di Franchetti sulla Sicilia
    25 maggio 2009

    Nel 1876 due deputati italiani si recano in Sicilia per condurre un inchiesta sulle condizioni dell’isola. Erano Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti. Entrambi diventarono poi uomini di spicco della destra liberale. L’inchiesta venne pubblicata sotto il titolo “La Sicilia nel 1876″ ed è composta da due volumi. Il primo, curato da Franchetti, si intitola “Le condizioni politiche ed amministrative della Sicilia”; il secondo, curato da Sonnino, “I contadini in Sicilia”.
    Del primo volume ho letto alcuni capitoli e ho deciso di suggerirvi alcuni passaggi di “sconcertante” attualità. Ecco cosa scrive Leopoldo Franchetti:
    Estratto da “Condizioni politiche e amministrative della Sicilia/ I/ 1 – Palermo e i suoi dintorni”
    “La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoi dintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare.(…)Nei primi momenti, il nuovo venuto si lascia andare a quell’incanto di uomini e di cose, e sparisce dalla sua mente la memoria delle notizie e polemiche dei giornali, delle discussioni parlamentari, di tutto il rumore fatto intorno alla questione siciliana. Certamente, s’egli in quel momento s’imbarcasse e tornasse via, riporterebbe a casa, se non la convinzione, almeno il sentimento che tale questione non esiste, e che la Sicilia è il paese del mondo dove la vita è per tutti più facile e più piacevole (…).
    (…) Le violenze, gli omicidi, pigliano le forme più strane. (…) Quali sono le ragioni di questa inaudita potenza di alcuni? Dov’è la forza che assicura l’impunità ai loro delitti? Si chiede se sono costituiti in associazioni, se hanno statuti, pene per punire i membri traditori: tutti rispondono che lo ignorano, molti, che non lo credono. Il paese non è dominato da alcuna setta segreta di malfattori. Non v’ha nulla di misterioso in questi delitti. Molti fra i loro autori sono, è vero, persone pregiudicate, che si nascondono alle ricerche della giustizia. Ma la giustizia è sola a non sapere dove sono. Peraltro, è di notorietà pubblica che il tale o il tal altro, persona agiata, proprietario, ittaiuolo di giardini, magari consigliere nel suo Comune, ha formato ed accresce il suo patrimonio intromettendosi negli interessi dei privati, imponendovi la sua volontà, e facendo uccidere chi non vi si sottometta. (…)
    (…) E quella medesima classe abbiente che mostra una pazienza così mansueta di fronte ad un’accozzaglia di malfattori volgari, che riconosce in loro una forza da rispettarsi, e un interesse da tenersi in conto nelle relazioni sociali, si compone in parte della gente in Europa più gelosa dei privilegi e della potenza che dà, in Sicilia, ancora più che altrove, il nome e la ricchezza; più appassionatamente ambiziosa di prepotere; più impaziente delle ingiurie; più aspra nelle gare di potere, d’influenza ed anche di guadagno; più implacabile negli odi, più feroce nelle vendette, così di fronte ai suoi pari come di fronte a quei facinorosi, che sembrano padroni assoluti di tutto e di tutti nella provincia. (…)
    (…) la violenza non è il solo mezzo usato per prepotere. In Palermo (…) l’uso delle astuzie e dei raggiri non è proscritto. (…) si sente raccontare che la tale o tal’altra persona influente in politica o nelle amministrazioni locali, ha a suo servizio il tale o tal altro capo mafia di Palermo o di un paese vicino, e per mezzo suo, una parte di quella popolazione di facinorosi per mestiere o per occasione, che infestano la città e i suoi dintorni; il che significa che da un lato egli potrà giovarsi del terrore ispirato da quella gente; che saranno al bisogno usati a suo vantaggio i mezzi i quali già servirono a spargere quel terrore; e che dall’altro, egli, in caso di bisogno, aiuterà e proteggerà questi suoi clienti (…)
    (…) Si formano potenti associazioni d’interesse che s’insinuano e si impongono in tutte le faccende private e pubbliche (…)
    (…) L’amministrazione governativa è come accampata in mezzo ad una società che ha tutti i suoi ordinamenti fondati sulla presunzione che non esista autorità pubblica (…)
    (…) L’opinion pubblica è informata a questo sistema sociale extra legale, la massa della popolazione ammette, riconosce e giustifica l’esistenza di quelle forze che altrove sarebbero giudicate illegittime, ed i mezzi che adoperano per farsi valere; sicchè, per chi volesse mettersi dalla parte della legge, si aggiunge al timore delle vendette quello della disopprovazione pubblica, cioè del disonore. (…)
    (…) si commettono i delitti i più palesi, senza che l’autorità pervenga a conoscerne gli autori. Tutti sanno chi sono, dove sono, ciò che fanno e ciò che faranno, e nessuno denunzia, nessuno porta testimonianza; nemmen l’offeso, il quale, se è abbastanza forte od ardito, aspetta di vendicarsi, se no si rassegna e tace. (…)
    (…) Un funzionario che, prendendo la sua missione sul serio, cercando in buona fede, senza guardare ad altro, di far prevalere l’interesse generale, pigli un provvedimento savio, realmente utile, se, volendo o no, ha leso qualche interesse potente, si vede ad un tratto sorger contro una tempesta di pubblica opinione, nata non si sa come, venuta non si sa da dove. (…) Si sente rovesciare addosso una valanga di accuse le più ridicole, le più inverosimili; sente condannare e criticare al medesimo modo dalle medesime persone i suoi errori e i suoi provvedimenti più giusti e lodevoli (…)
    (…) le liste dei numerosi ammoniti ed inviati a domicilio coatto della città di Palermo e suoi dintorni(17), sono, come del resto anche nel rimanente della Sicilia, empite in gran parte dai nomi di ladruncoli di campagna, di delinquenti minori, di tutta quella minutaglia(…) Se d’altra parte non mancano nomi di assassini pericolosi di basso grado, vi sono rari quelli di quei capi mafia, organizzatori di delitti, arricchiti coll’imporsi negli affari altrui, e diventati spesso col terrore, padroni assoluti di un intero Comune. E vi mancano quasi del tutto i nomi di quei prepotenti di alta sfera che sono cagione, principio e fondamento del vasto sistema di violenze sanguinarie che opprime il paese. V’è come una forza arcana, che protegge le loro persone e regge la loro influenza contro chiunque, e soprattutto contro l’autorità pubblica.(…)
    (…) Qualunque Governo italiano ha l’obbligo di rendere la pace a quelle popolazioni e di far loro conoscere che cosa sia la legge, di sacrificare a questo fine qualunque interesse di partito od altro. Ma invece vediamo i Ministeri italiani d’ogni partito, dare per i primi l’esempio di quelle transazioni interessate che sono la rovina di Sicilia, riconoscere nell’interesse delle elezioni politiche quelle potenze locali che dovrebbero anzi cercar di distruggere. “
    Il quesito è: 1876 o XXI secolo?
    P.S: Un cardinale negli anni Sessanta affermò che la mafia era un’invenzione dei comunisti per denigrare la Democrazia Cristiana. Le parole che avete letto sono state scritte nel 1876, i comunisti in Italia non c’erano ancora. E poi, Sonnino e Franchetti erano della destra liberale.

    L'inchiesta di Franchetti sulla Sicilia | Longomarx.net
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Rif: L’inchiesta di Franchetti sulla Sicilia

    Inchiesta Franchetti-Sonnino

    Dall’Inchiesta di fine ottocento l’indice e una scelta di brani
    domenica 7 ottobre 2007, di Pina La Villa - 5190 letture

    LEOPOLDO FRANCHETTI E SIDNEY SONNINO
    LA SICILIA NEL 1876

    LIBRO PRIMO

    CONDIZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE DELLA SICILIA LEOPOLDO FRANCHETTI

    CONDIZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE DELLA SICILIA VALLECCHI EDITORE FIRENZE PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE

    Noi abbiamo inteso d’indagare le ragioni intime dei fenomeni morbosi che presenta la Sicilia, e di ritrarre un quadro succinto delle sue condizioni sociali, così diverse da quelle di alcune altre regioni del nostro paese [...]Non pretendiamo certamente che il nostro lavoro sia scevro d’errori. Altri ci confuti o ci corregga, e dalla discussione risulterà la luce. Ma la discussione non sarà mai utile, se prima non ci liberiamo da quella stolta vergogna che spesso, a noi Italiani, ci fa celare le nostre piaghe per parere da più o altrimenti di quel che siamo. "Dalla verità, la libertà; dalla libertà, la verità".
    PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE (Enea Cavalieri, paragrafi I-XII) I_ Già s’era giunti alla fine del 1870. Una profonda impressione avevano fatto in Italia le vittorie tedesche contro la Francia, e più ancora le nefandità e le devastazioni che vi fece tener dietro la Comune insediatasi a Parigi. [...] La discussione si fece presto tempestosa ed impressionante, anche perchè da un lato il Ministro dell’interno Cantelli s’era indotto a comunicare parecchi rapporti di Prefetti dove facevansi gravi accuse alla popolazione di sistematico favoreggiamento ai ribaldi, e dall’altro vari deputati mossero rimprovero a più di un funzionario di provocare ed inscenare reati, e di mantenere rapporti coi briganti e con la mafia per servirsene come mezzo di governo. [...]Fin da allora ci siamo prefissi di non prendere appunti durante i nostri colloqui, ma di affidarne alla memoria le parti più importanti e redigerne ricordo scritto alla sera aiutandoci scambievolmente. Conservo ancora il mio testo che comprende oltre cinquecento pagine e nel quale si leggono perfino gravissime accuse sulle quali, com’era doveroso, abbiamo conservato un geloso silenzio. Poichè era da prevedere che avremmo passato moltissime notti nei più umili villaggi e nei loro alloggi primitivi, abbiamo pensato ad aggiungere al nostro semplicissimo bagaglio dei letti da campo pieghevoli, ognuno munito di quattro vaschette di rame, rientranti l’una nell’altra per economia di spazio, nelle quali, riempiutele d’acqua, tuffare i piedi del letto prima di coricarci, per isolarlo dagli insetti.[...] II_ Forse anche per la nostra insignificanza di oscuri viandanti abbiamo potuto affrontare impunemente le visite a Mistretta, a Bivona ed a S. Mauro alle quali la Giunta Parlamentare d’Inchiesta, a malgrado della sua scorta, finì col rinunciare.[...] Forse proprio perciò era accaduto che cinque giorni prima, la banda Rinaldi avesse potuto penetrarvi con tutti i suoi cinque uomini confusa fra 50 contadini reduci dal lavoro, e, commesso l’eccidio di tutta la famiglia Pepe, vi avesse affisso uno scritto che diceva "che quella era la giusta punizione di una grande infamia". La spiegazione pare fosse che avendo il padre Pepe, un muratore, attentato all’onestà di una sua nuora, e avendo lo sposo preso seco una ganza, essa nuora, per vendicarsi, propalò che la banda era stata a lungo ricoverata in quella casa, e diede indicazioni per sorprenderla.[...]Ciò tuttavia non m’impedì di avere poco dopo tre interessanti colloqui: il primo con quel Sindaco, il secondo con un Delegato di P. S., il terzo con un bravo maestro elementare, parente del Sindaco, dal quale generosamente era aiutato a vivere non potendogli bastare le 38 lire mensili nette da ritenuta che riceveva dal Ministero.[...] III_ La Giunta Parlamentare d’Inchiesta ottemperò alla Legge 3 luglio 1875 della sua costituzione che le fissava il termine di un anno per presentare al Governo i documenti e la Relazione; ma se ciò fece il 3 luglio 1876, ultimo giorno utile, la pubblicazione non seguì che coi primi del settembre. Meno solleciti fummo il Franchetti, il Sonnino ed io anzitutto perchè non ci venne dato di recarci insieme nell’isola altro che sul principio del 1876, e solo nel maggio ci siamo disposti al ritorno,[...]Il volume del Sonnino "I contadini" che doveva figurare come secondo, uscì in luce primo con lo spuntare del dicembre; l’altro "sulle condizioni politiche e amministrative" il 23 di quel mese. [...] IV_ Così scarsi e scoloriti accenni vanno connessi col proposito della Giunta di spiegare la massima parte dei fenomeni dolorosi della vita siciliana come conseguenza "di una minor preparazione dell’altre provincie italiane all’austero e difficile regime della libertà". Così sfuggono molte colpe e molte responsabilità. [...]"Se in una data provincia, essa dice, lo Stato sociale è cosiffatto che non assicura nè la vita nè le sostanze nè la famiglia, non si possono imporre ai cittadini quelle attitudini e quelle virtù che sono il risultato di uno stato sociale affatto diverso" (pag. 144).[...] V_Lo stesso Consigliere di Prefettura, mentre riconosceva per vere le imputazioni fatte dal Tajani, anche in piena Camera, al Questore di Palermo Enrico Albanese, e confermateci da lui quando l’abbiamo visitato a Napoli, sosteneva in buona fede che Albanese era un fior di galantuomo e un questore zelantissimo, e soltanto debole di fibra.
    CONDIZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE CAPITOLO I. CONDIZIONI GENERALI I. PALERMO E I SUOI DINTORNI § 1. - Primo aspetto. § 2. - Le prepotenze. § 3- Associazioni per l’esercizio della prepotenza. § 4. - Pazienza dell’universale. § 5. - Caratteri della classe dominante. § 6. - Importanza della violenza nelle relazioni sociali. § 7. - Le fazioni e i loro mezzi di azione. § 8. - L’autorità pubblica. § 9. - Suo isolamento morale. § 10. - Prevalenza dell’autorità dei prepotenti sopra quella del Governo. § 11. - Impotenza dell’Autorità pubblica a reprimere gli abusi. § 12. - Inefficacia e danni del sistema degli arbitrii illegali. § 13. - Arbitrii legali. Ammonizione e domicilio coatto. Loro riuscita. § 15 - Forza di polizia indigena. I militi a cavallo. § 16. - Manca nell’autorità pubblica unità d’indirizzo. Il personale. § 17. - Il Governo centrale non sostiene i suoi funzionari.
    II. LE PROVINCE INFESTATE DAI MALFATTORI § 18. - Aspetto generale delle campagne nell’interno dell’Isola. § 19. - Ospitalità. § 20. - Potenza dei briganti e dei malfattori in genere. § 21. - Carattere e modi di procedere dei malfattori. § 22. - Impotenza dei carabinieri e della truppa contro i malfattori. § 23. - La generale impotenza della classe abbiente contro i malfattori, § 24. - Propensione quasi generale per i mezzi di repressione arbitrari. § 25. - Manca nella generalità dei Siciliani il sentimento della Legge superiore a tutti ed uguale per tutti. § 26. - Indole esclusivamente personale delle relazioni sociali in Sicilia. Clientele. § 27. - La Mafia. § 28. - Amministrazioni locali. § 29. - Autorità pubblica. Suoi mezzi di azione. § 30. - Carabinieri. § 31. - Militi a cavallo. Loro modo di procedere. § 32. - Guardie di pubblica sicurezza. Truppa. § 33. - Funzionari di pubblica sicurezza. Difficoltà che incontrano per scuoprire i malfattori e per radunare elementi atti a farli condannare in giudizio. § 34. - Indole del personale. § 35.- Prefetti e sottoprefetti. Loro impotenza contro gli abusi.
    III. LE PROVINCE TRANQUILLE § 36. - La pubblica sicurezza nelle provincie orientali dell’Isola. § 37. - Condizioni sociali delle provincie orientali uguali a quelle del rimanente dell’Isola. [...] In un Comune della provincia di Siracusa che prima era fra i più tranquilli, da alcuni anni, gli odii si sono inaspriti fra le due famiglie che tengono diviso il paese, ed è già stato commesso un omicidio in circostanze tali, che nel centro della provincia di Palermo non si potrebbe far di meglio. Un sicario, per mandato di una di queste famiglie, uccise un membro dell’altra, mentre era la sera nella casina di società piena di gente, tirandogli dalla strada una fucilata per la finestra. I facinorosi non essendo in questa parte dell’Isola potentemente organizzati come in altre, l’autore e i mandanti del delitto sono stati arrestati. Però, a quanto pare, fu trovato modo di fare assalire per la strada la corriera il giorno che portava il loro processo a Palermo presso la sezione d’accusa della Corte d’appello. Questa fu svaligiata, e le carte del processo portate via.[...]
    CAPITOLO II. CENNI STORICI
    § 38. - Il feudalismo e i Parlamenti Siciliani. § 39. - La Deputazione del Regno. § 40. - La rappresentanza del Terzo Stato negli antichi Parlamenti Siciliani era illusoria. § 41. - Tentativo di riforme del vicerè Caracciolo (1785). § 42. - Costituzione politica del 1812. Sua mala riuscita. § 43. - Condizioni economiche e sociali della Sicilia dopo la Costituzione del 1812. § 44. - Effetti delle sopraddette condizioni. Prevalenza dell’autorità privata. § 45. - Opera ed effetti del regime Borbonico dopo il 1815. § 46. - Effetti della sovrapposizione del sistema di governo italiano sulle condizioni della Sicilia.
    CAPITOLO III. LA PUBBLICA SICUREZZA I. CAUSE E CARATTERI GENERALI
    § 47. - Cagioni generali e divisione della quistione. § 48. - Perchè i violenti abbiano, in quella parte della Sicilia dove dominano, autorità non solo materiale, ma anche morale. § 49. - Cagioni dell’importanza acquistata dalla classe dei malfattori per mestiere. § 50. - Le condizioni sono specialmente favorevoli in Sicilia per l’esercizio dell’industria dei malfattori. § 51.- La mafia.
    II. I MALFATTORI A PALERMO E NEI SUOI DINTORNI § 52. - Caratteri speciali dell’industria del delitto a Palermo e suoi dintorni. Loro cagioni. § 53. - Caratteri speciali delle relazioni fra facinorosi a Palermo e dintorni. § 54. - Facinorosi della classe media. § 55. - L’omertà. § 56. - La classe dominante è cagione prima e fondamento dello stato della pubblica sicurezza in Palermo e dintorni. § 57. - Come sia generalmente possibile in parte della Sicilia valersi dell’aiuto dei malfattori senza dar mandati per delitti. § 58. - Come il predominio della violenza rechi danno alla maggioranza, e nonostante non possa da questa venire distrutto. § 59. - Come la classe dominante sia fatalmente portata a proteggere i malfattori.
    III. I MALFATTORI IN PROVINCIA § 60. - Condizioni speciali dell’industria dei malfattori in provincia. § 61. - I Briganti. § 62. - I malandrini. § 63. - Speculazioni dei briganti e malandrini. § 64. - La mafia nelle province. § 65. - Relazioni fra i malfattori di mestiere e le classi agiate e ricche della popolazione. § 66. - Come il Governo non possa usare l’opera dei Siciliani per distruggere i malfattori in Sicilia
    IV. I RIMEDI
    § 67. - Come si presenti in Sicilia il problema del ristabilimento della sicurezza pubblica. § 68. - La Polizia. §69. - Dualità nell’attuale ordinamento di polizia in Italia. § 70. - I Militi a cavallo. § 71. - I sindaci ufficiali di Polizia. Le guardie campestri. § 73. - Il personale addetto alla polizia in Sicilia. § 73. - Necessità di una stretta unità d’azione fra la magistratura inquirente e il personale di polizia. § 74. - L’ordinamento della polizia giudiziaria in Sicilia dovrebbe fondarsi sul pretore. § 75. - Come convenga porre in Sicilia il personale di polizia sotto una stretta dipendenza dell’autorità giudiziaria. § 76. - Come debba mantenersi più rigorosamente il segreto delle denunzie ricevute dall’autorità, e quello delle istruzioni penali. § 77. - La giustizia. - Il giurì. § 78. - Reticenza dei testimoni al dibattimento pubblico. § 79. - Arbitrio del giudice istruttore per l’arresto e la libertà provvisoria. - Legge del 30 giugno 1876. § 80. - Invio delle cause criminali alle corti di Assise del Continente. § 81. - Carceri. § 82. - Ammonizione e domicilio coatto. § 83. -È necessario in Sicilia un personale giudiziario e di polizia con qualità eccezionali.
    CAPITOLO IV. RELAZIONI ECONOMICHE E AMMINISTRAZIONI LOCALI
    § 84. - Scarsa influenza della legislazione posteriore al 1860 sulla distribuzione della proprietà. § 85. - Aumento negli affari. Suoi effetti. § 86. - Gli avvocati, loro influenza. § 87. - Amministrazioni locali. § 88. - Come la legislazione italiana sancisca e ribadisca nelle province meridionali il potere illimitato ed assoluto della classe abbiente su quella povera. § 89. - Come la legislazione e la pratica amministrativa in Italia siano impotenti ad impedire un numero ristrettissimo di persone dall’assicurarsi un predominio assoluto e durevole sulle amministrazioni locali. § 90. - Come in Sicilia sia per regola generale inefficace e dannoso il controllo o la tutela esercitati sulle amministrazioni locali da corpi composti essi stessi di elementi locali. § 91. - Come il Governo sia, coll’attuale sistema amministrativo italiano, impotente a conoscere e reprimere gli abusi nelle amministrazioni locali. § 92. - Perchè il migliorare la legislazione e la pratica di Governo sia insufficente ad impedire i soprusi non violenti a danno delle classi inferiori, e gli abusi nelle amministrazioni locali. § 93. - Dei mezzi che si potrebbero usare colla speranza di diminuire il numero dei disordini nelle amministrazioni locali, e dei soprusi non violenti a danno dei deboli. § 94. - Come la diffidenza e l’antipatia che ispirano i rappresentanti del governo a molti Siciliani, si possano vincere, e con quali mezzi. § 95. - Conviene che i funzionari siano assicurati dell’appoggio del Governo. § 96. - Le opere pubbliche.
    CAPITOLO V. IL GOVERNO E LE INFLUENZE LOCALI IN SICILIA
    § 97. -Come, per il sistema di governo in vigore in Italia, la classe dominante sia considerata quale interprete dei bisogni dell’intera popolazione. § 98. - Come in Sicilia il fatto non risponda alla teoria di governo ricevuta in Italia. § 99. - Effetti della contradizione fra la teoria e il fatto, sui procedimenti del Governo italiano in Sicilia. § 100. - Come sia impossibile al Governo nelle condizioni attuali, di conoscere i veri bisogni della Sicilia. § 101. - Di che cosa sia costituita l’opinione pubblica in Sicilia. § 103. - Partiti politici. Gli autonomisti. § 103[sic!]. - Come l’opinione pubblica siciliana non possa in niun caso servir di guida al Governo italiano.
    CAPITOLO VI. RIMEDI § 104. - Riassunto degli effetti delle condizioni generali siciliane. Doveri che da queste condizioni risultano per il Governo italiano. § 105. - Lo Stato italiano se vuol rimediare ai mali della Sicilia, deve valersi per governarla degli elementi che gli fornisce la Nazione ad esclusione dei Siciliani. § 106. - Come lo Stato in Sicilia debba, prima di qualunque altro scopo, prefiggersi quello di sostituire alla forza privata quella della Legge. § 107. - Quali effetti immediati debba prima ottenere lo Stato italiano, per poter poi raggiungere il fine del predominio del Diritto moderno in Sicilia. § 108. - Del personale da adoperarsi dallo Stato in Sicilia. § 109. - Difficoltà di trovare in Italia un personale sufficentemente numeroso colle qualità necessarie per la Sicilia. § 110. - Il tentar di reprimere una sola categoria di disordini non può dare in Sicilia risultato alcuno. § 111. - Della politica parlamentare del Governo. § 112. - Come sia infondata l’asserzione che i Siciliani sieno più difficili a governare che altri popoli. § 113. - Dei provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza. § 114. - Come l’Italia sia tenuta a fare grandissimi sacrifizi pecuniari per migliorare le condizioni materiali della Sicilia. § 115. - Come il Governo abbia obbligo di studiare nelle province meridionali ancora più che altrove gli effetti sulla ricchezza delle sue tasse. § 116. - Come la repressione dei disordini descritti nel presente volume sia atta a render possibile e preparar un miglioramento stabile delle condizioni della Sicilia, ma non ad operarlo.
    CONCLUSIONE
    APPENDICE Le Opere pubbliche in Sicilia: estratto della Relazione della Giunta per l’Inchiesta sulle Condizioni della Sicilia, nominata secondo il disposto dell’Articolo 2 della Legge 3 Luglio 1875

    (continua)
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    Predefinito Rif: L’inchiesta di Franchetti sulla Sicilia

    LA SICILIA NEL 1876

    LIBRO SECONDO

    I CONTADINI SIDNEY SONNINO
    I CONTADINI IN SICILIA

    VALLECCHI EDITORE FIRENZE
    INTRODUZIONE

    PARTE PRIMA CONDIZIONI ATTUALI CAPITOLO I. - Divisione geografica. - Zona interna e meridionale. - Regione montana. § 1. Divisione geografica § 2. Caratteri generali della prima zona Campi a grano, pascoli naturali, e maggesi lavorati alla profondità di un palmo - ecco la descrizione completa di tutta l’immensa campagna, che abbiamo compresa nella prima zona. Si può camminare a cavallo per cinque o sei ore da una città ad un’altra e non mai vedere un albero, non un arbusto. Si sale e si scende, ora passando per i campi, ora arrampicandosi per sentieri scoscesi e rovinati dalle acque; si passano i torrenti, si valicano le creste dei poggi; valle succede a valle; ma la scena è sempre la stessa: dappertutto la solitudine, e una desolazione che vi stringe il cuore. Non una sola casa di contadini. A lunghissimi intervalli, forse a ore di distanza, si trova qualche grande casolare all’apparenza antica e trasandata, con una costruzione che accenna insieme a fortezza e a granaio. È quello il centro dell’amministrazione di qualche grande tenuta o ex feudo, servendo talvolta più di magazzino provvisorio, che di luogo di abitazione. Per strada s’incontra forse qualche gruppo di contadini che tornano dal lavoro, a piedi, o a due e tre a cavallo di un asino o di un mulo, tutto spelacchiato e piagato, sul quale hanno pure caricati tutti gli arnesi di campagna, cioè l’aratro e la zappa. Ad un tratto apparisce sull’orizzonte una comitiva di gente a cavallo, che scende nella vallata in direzione opposta alla vostra, e vedete il luccicare delle armi. Eccovi tutti in guardia. Esaminato il grilletto della vostra carabina, procedete innanzi con qualche precauzione. Non sarà nulla: - forse due o tre proprietari, o un gabellotto, che viaggiano coi loro campieri, tutti armati fino ai denti, da una fattoria o da una città ad un’altra. Sarà gran ventura se, per rompere la monotonia del viaggio, v’incrociate nel corso della giornata con qualche pattuglia di carabinieri o di bersaglieri, o con due o tre militi a cavallo dall’aspetto pochissimo rassicurante. All’avvicinarsi però alla città tutta la scena si trasforma: alla distanza forse di un miglio, o più o meno secondo l’importanza del centro, vi trovate ad un tratto in mezzo a un’oasi di olivi, di mandorli, di viti, di fichi d’India; e in basso, in fondo alla valle, vedete la foglia cupa dei giardini di agrumi. Entrando in città, - qui non esistono quasi villaggi, - dovrete passare fra lunghe file di case basse, composte ognuna di un pianterreno di una stanza, l’una addossata all’altra, senza finestre, ma con la sola porta di entrata, nella quale forse si apre sì e no uno sportello. Son le case dei contadini. Vedrete entrare ed uscire da esse nella strada fangosa, tutta ineguale, - e talvolta, se costruita sulle falde di un poggio, più ardua e scoscesa di un sentiero da capre, - le donne, i bambini, i maiali, i cani e le galline, tutto mescolato insieme in buona e in cattiva armonia. Tutta la popolazione è accentrata nelle città. Il contadino, per recarsi al campo che deve lavorare, ha talvolta da percorrere 15 e più chilometri. Se la distanza è grande, egli si parte il lunedì mattina da casa, e torna il sabato sera, perdendo così due mezze giornate nella settimana; allora dorme fuori in campagna, per lo più sotto una rozza capannuccia di paglia e di frasche, messa su provvisoriamente in mezzo ai campi, oppure talvolta addossata ai casamento della masserìa centrale. Se invece la distanza non è troppa, si parte da casa la mattina prima dell’alba, e torna la sera per il tramonto, perdendo così ogni giorno per lo meno due o tre ore di lavoro. Anche nei terreni alberati nell’immediata prossimità delle città, è raro che vi sia qualche casa rurale; menochè si tratti di giardini di agrumi e di vigne di una certa entità, chè allora vi abita un guardiano. Vediamo ora brevemente quali sono le colture e quali i contratti agricoli predominanti nell’ampia estensione di cui parliamo.
    § 3. Regione montana § 4. Associazioni pastorali. - Mandre alla mistrettese § 5. Mandre a spese sapute, e pel frutto § 6. I pastori
    CAPITOLO II. - Zona interna e meridionale. § 7. I latifondi. - Affitti dei latifondi § 8. Divisione delle colture. - Il pascolo. - Il maggese. - Granicoltura. - L’inquilinaggio § 9. Il terratico § 10. Le metaterìe. - Maggese, vuoto o con fave. - Patti pel frumento § 11. Le retrometaterìe § 12. Estensione dei poderi. - Piccolo fitto in denaro § 13. Impiegati dei feudi § 14. Piana di Catania. - Risaie.Per il riso i contratti agricoli in Sicilia non hanno alcuna attinenza colle zappe, o contratti di partecipazione, della bassa Lombardia. Il proprietario o il gabellotto contratta sia con un risaio, intraprenditore che pensa a coltivare coi giornalieri, sia talvolta anche direttamente con società di contadini. Il coltivatore o respettivamente i coltivatori debbono mettere il seme e tutto il lavoro, fino alla consegna sull’aia. Il prodotto vien diviso a terzi di cui due al proprietario, e uno a chi coltivò; oppure anche a quarti, di cui tre al proprietario, se si tratta di terra superiore o su cui ancora non si sia coltivato il riso. Del resto per la mancanza di concimi non si coltiva il riso che un anno sopra sei, o sopra sette. Dove la proprietà dell’acqua per l’irrigazione non sia annessa a quella del fondo, si patteggia in alcuni luoghi, come sotto Lentini, che un terzo del prodotto vada a compenso del proprietario dell’acqua. Il salario dei lavoranti nelle risaie non supera in tutto L. 1.25 a L. 1.30. Non vi sono macchine per la trebbiatura del riso. La pilatura non si fa che nei molini di Acireale. Essendo entrati in questo tèma, noteremo qui che il riso si coltiva pure in Sicilia presso Ribera nel circondario di Bivona, e col solito accompagnamento della malaria, che fa strage perfino nella città. Là tutto si fa direttamente dai gabellotti o dai proprietari col mezzo di salariati all’anno, o alla giornata. Le risaie vi sono stabili e irrigate dall’acqua del fiume Verdura. La mondatura del riso dalle erbe selvatiche si fa dalle donne e dai ragazzi; questi guadagneranno da L. 0.60 a L. 0.80 al giorno; guadagno che non parrà grandissimo a chi pensi esser quello uno dei lavori più duri che si conoscano, dovendo la donna o il ragazzo lavorare chinati da mane a sera, e coi piedi nell’acqua, sotto la sferza del sole di giugno. - Immigrazione di Calabresi § 15. Piana di Terranova § 16. Terreni prossimi alle città. - Censi. - I fondi. - I fondi seminativi. - I concimi § 17. Contratti nei fondi seminativi. - Metaterìe dei fondi seminativi § 18. Mezzadrìe presso le Petralìe § 19. Forme eccezionali di partecipazione. - Animali del metatiere § 20. I piccoli affitti § 21. I fondi alberati. - Olivi. - Mandorli. - Nocciuoli, fichi d’India, pistacchi, ecc. - Sommacchi. Il sommacco viene coltivato generalmente a economia. A Santa Margherita però se ne concede la coltura ai contadini contro partecipazione di un terzo al prodotto: il contadino è tenuto a fare tre zappature nell’anno, e alla raccolta della fronda. La raccolta delle olive, delle mandorle, delle nocciuole, vien fatta da donne e da ragazzi. Una donna può guadagnare in questo lavoro circa L. 0.50 al giorno; verso Piazza Armerina alla raccolta delle nocciuole L. 0.75 e anche una lira: vengono pagate a fattura.
    Agrumi. Per gli agrumi l’uso generale è di tenerli a economia. Quando siano giardini di una certa estensione vi è ordinariamente annessa una casettina in cui abita un guardiano o castaldo, il quale è un salariato all’anno, e lavora pure il giardino. Presso Lentini gli si dànno 3 onze (L. 38.25) al mese, oltre la casa. Vigne § 22. Condizioni dei contadini nella prima zona. - Impiegati dei feudi § 23. I giornalieri. - Salari. - Migrazioni di lavoranti. - Ribassi nella primavera del 1876. § 24. Case § 25. Metatieri e terraggieri. - I soccorsi § 26. Obblighi del metatiere. - I sensali di grano. § 27. Terratichieri § 28. Paragone tra giornalieri e borgesi § 39. Censuari § 30. Donne Le donne dei contadini contribuiscono poco ai guadagni della famiglia: l’accentramento delle case rurali nella città, la conseguente lontananza del contadino dal campo su cui lavora, e la solitudine delle campagne, escludono di per sè la donna dal prender parte ai lavori campestri. Soltanto a tempo della mèsse tutta la famiglia si sparge per le campagne per aiutare a raccogliere i covoni, per spigolare e per rubacchiare. Alla raccolta delle olive, delle nocciuole, ecc. e alla vendemmia, lavorano pure le donne, ma in generale non sono che quelle più miserabili, quelle dei metatieri più poveri e dei giornalieri, le quali s’impiegano in queste faccende. All’infuori di ciò le donne restano sempre in casa, dove filano il lino, badano al maiale, e ai bambini, e fanno la minor pulizia possibile. Spesso posseggono in casa un rozzo telaio col quale fanno la tela, che serve al vestiario della famiglia. La moralità è varia secondo i luoghi: generalmente vien detta piuttosto buona, e superiore a quanto si potrebbe credere, tenendo conto di tutti i pericoli e delle tentazioni a cui la lontananza dei mariti e degli uomini di casa per sei giorni su sette della settimana, espone un grandissimo numero di donne della classe rurale, della assoluta dipendenza in cui vivono le classi inferiori, di fronte a quelle che godono di una qualche agiatezza, e della poca moralità generale di queste ultime.
    CAPITOLO III. - Zona alberata. - Da Mazzara a Catania. § 31. Zona alberata § 32. Marsala. § 33. Trapani e Monte San Giuliano. - I massarioti. - Fitto a spezzoni § 34. Censuari. - Censuario di Canalotte .
    Uno dei più grati ricordi che ci abbia lasciato il giro fatto in Sicilia, è quello della piacevole impressione che provammo in una conversazione avuta con un contadino censuario, che insieme con due braccianti lavorava in un suo campo situato presso Canalotte, piccola borgata del Comune di Monte San Giuliano, a circa dieci miglia da Trapani, sulla strada postale per Alcamo. I miei compagni ed io, avevamo lungo la strada ammirato sulle vicine colline un certo numero di casette rurali, all’aspetto abbastanza comode e pulite, situate in mezzo a campi coltivati evidentemente con cura assidua, e contornate di vigne e di qualche pianta d’olivo. Destatasi in noi la curiosità di esaminare più da vicino un fenomeno così insolito nell’Isola, e affatto sconosciuto in tutta la parte interna che avevamo percorsa fin allora, appena che si fu fermata la carrozza per far riposare i cavalli, dirigemmo i nostri passi verso tre contadini che stavano lavorando in un campo di lenticchie. S’impegnò la conversazione coi soliti presagi sulla stagione. Uno dei contadini era il proprietario censuario di quel campo in cui lavorava, e gli altri erano braccianti ch’egli impiegava a giornata. Tanto il censuario che uno dei giornalieri erano stati soldati nell’esercito italiano. E qui diremo tra parentesi, che abbiamo potuto più volte ammirare in Sicilia quanta influenza educativa eserciti il servizio militare su quei contadini. Essi tornano colla mente più sveglia, meno ottenebrata dai pregiudizi e dalle superstizioni, e dimostrano col contegno più spigliato e franco, di aver acquistato la coscienza della propria dignità ed il sentimento dell’eguaglianza civile di tutte le classi. Ma torniamo ai nostri rustici interlocutori. Il contadino censuario, vivamente commosso dall’offerta di tabacco per la pipa, che gli fece uno dei miei compagni, e mostrandosi come sorpreso che gente vestita civilmente si fermasse a chiacchierare con un suo pari, ci fu largo di cortesie e di spiegazioni intorno alla sua condizione, e a quella di molti altri della sua classe, che abitavano nei dintorni; mentre uno dei giornalieri, con pensiero gentile, andava a cogliere delle fave fresche per offrircele in dono. Quei campi facevano parte di una estesa tenuta del Barone di X.... che l’aveva censita tutta circa venti anni fa, in tanti appezzamenti distinti, contro 21 onze (L. 267.75) da pagarsi subito, come gioia, per ogni salma di terra, e un canone annuo per salma, che variava secondo i campi dalle 4 onze, 22 tarì (L. 60.35), alle 5 onze, 8 tarì (L. 67.15). Parecchi altri signori pure censirono a date diverse i loro possessi in quei dintorni. Sui censuari gravava il pagamento dell’imposta fondiaria. Essi avevano costruito da sè tutte le casette, che si vedevano sparse lì presso. L’estensione degli appezzamenti a censo variava dai due ai sette ettari; ma i censuari prendevano inoltre a fitto qualche campo vicino, per estendere le loro coltivazioni. Ve ne sono alcuni più ricchi, che possedendo animali prendono a fitto come massarioti ampie estensioni di terra, e ce ne fu indicato uno là vicino, che possedeva una ventina di bovi e viveva in un caseggiato rurale di bella apparenza e munito di stalle. In ogni appezzamento vi è una vigna più o meno estesa. Il nostro interlocutore aveva ereditato il suo censo dal padre, ed un fratello e un cugino suo avevano pure degli appezzamenti vicini. Le sue donne di casa non faticavano mai nei campi, ma badavano alle faccende domestiche, filavano e lavoravano al telaio: i bambini andavano alla scuola comunale. A quei due giornalieri che impiegava, dava 2 tarì (L. 0.85), il vitto e il vino: le relazioni tra essi e lui sembravano cordiali e come di eguale a eguale. Egli ci disse che prenderebbe molto volentieri a censo qualche campo del latifondo vicino, che ora vien affittato tutto in un corpo, se il proprietario volesse consentire a censirlo; e dicendo ciò c’indicava l’opposto versante della vallata, che tutto nudo e privo di case faceva un contrasto spiccato con la campagna dove stavamo discorrendo. Lasciammo quei dintorni con rincrescimento, per tornare ad ingolfarci nelle meste solitudini dei feudi, che ricominciando di là a poca distanza, si estendono per miglia e miglia fin presso Calatafimi. . § 35. La Conca d’Oro- La Conca d’Oro. - Chi è che non ha letto qualche descrizione delle impareggiabili bellezze dell’ampia arena che si eleva intorno al golfo di Palermo, la vegetazione lussureggiante della quale le ha meritato il nome di Conca d’Oro? - Certo la mia umile penna non si attenta a tanta impresa, degna soltanto d’un Goethe. Se quella vista rapisce in estasi il poeta e l’artista, non meno grata riesce all’agronomo e all’economista, che sentono narrare con stupore come ogni ettaro di terra vi renda migliaia di lire; come ingenti capitali si profondano ogni anno sul suolo; come l’opera diligente dell’uomo tragga l’acqua dalle viscere profonde della terra, per irrigare i giardini innumerevoli di agrumi. Attenti però di non lasciarci invadere da troppo entusiasmo, e di non voler esaminare troppo da vicino tutte quelle maraviglie, che in qualche piacevole passeggiata non ci abbia a cogliere per isbaglio, malgrado le numerose stazioni di bersaglieri e le molte pattuglie, una fucilata di vendetta o di chiacchierìa(243), tirata al padrone dall’ingenuo agricoltore appostato dietro il muro di cinta di uno di quegli ombreggiati giardini; oppure che qualche pittoresco furfante non ci obblighi a consegnargli l’orologio e il portafogli. Imperocchè è questo il regno della mafia, che tiene i principali suoi covi nelle città e nelle borgate che fanno corona a Palermo, nel distretto dei Colli, a Morreale, a Misilmeri, a Bagherìa, ecc. Per quanto riguarda l’agricoltura e le classi agricole, la mafia esercita la sua azione nella imposizione dei gabellotti e dei guardiani, ai proprietari dei giardini d’agrumi; e nelle associazioni camorristiche, come la società detta della posa, che riscuotono dazi sulla molitura, sui trasporti e sui magazzini dei grani. La coltura principale di questa regione è indubitatamente quella degli agrumi, aranci o limoni, i quali in questa parte dell’Isola hanno sofferto molto meno della malattia della gomma, che nella parte orientale. L’irrigazione si fa con acqua di sorgente o più spesso con acqua tirata su da grandi profondità per mezzo delle norie o senie, che sono il bindolo moresco perfezionato, e che vengono mosse da bestie o da piccole macchine a vapore. Anche la coltura degli orti è importante, e si pratica molto sotto le piante giovani di agrumi, prima che queste diano frutto. Il sistema generale di conduzione agricola è il fitto. Vi è qualche piccolo proprietario che lavora o sorveglia da sè il suo piccolo agrumeto, prendendo pure spesso in affitto qualche altro giardino, come pure evvi qualche proprietario maggiore che conduce il suo giardino per mezzo di un fattore o agente, aiutato da guardiani salariati; ma la regola in questa regione è di affittare tutto a un gabellotto, il quale da solo o coll’aiuto di guardiani, sorveglia i braccianti che prende a giornata per i lavori necessari di zappatura e d’irrigazione(244). I giardini sono qui tutti circondati da alte mura, a difesa dai ladri, che pullulano da ogni lato. Il gabellotto, o il guardiano, abita una casetta posta nel giardino: i braccianti dimorano nelle città. Si affittano anche i campi per uso di orti, come pure allo stesso uso, per sei o per otto anni, i giardini d’agrumi mentre gli alberi sono piccoli. L’agrume dà frutto dopo sei anni, ma molti usano prolungare l’affitto per otto anni, perchè l’ortolano colla speranza di quei due ultimi anni di frutto, curi maggiormente nei primi sei la pianticella giovane. Son proibite per patto espresso alcune colture che possono danneggiare gli agrumi. È naturalmente molto numerosa la classe dei giornalieri, dalla quale la mafia toglie il maggior numero dei suoi strumenti. Si sono però visti all’occasione gli stessi gabellotti ed anche i proprietari, tirare da sè e per proprio conto una fucilata a un nemico. I salari sono relativamente alti, da L. 1.50 a 2 lire, secondo le stagioni; il massimo nel novembre; e il lavoro non manca. Nell’estate si paga una lira per la sola mezza giornata: nel giugno molti emigrano nell’interno per lavorare alle mèssi. Alla raccolta degli aranci e dei limoni, che comincia coll’ottobre, lavorano gli uomini e le donne. Un uomo vi guadagnerà L. 2, e una donna da L. 0.50 a L. 0.60. L’agricoltore vende il frutto sull’albero, ed è il compratore che pensa a farlo raccogliere, a incartarlo e a incassarlo per metterlo in commercio. Una gran quantità va esportata per NewYork. I grandi aumenti verificatisi nei prezzi degli agrumi durante l’ultimo decennio, hanno creato delle rapide fortune nei proprietari e nei gabellotti della Conca d’Oro: - un ettaro a limoni può rendere più di 2500 lire annue al proprietario(245). La proprietà è molto suddivisa e frastagliata, ma una gran parte però è posseduta da ricchi proprietari, e sono frequenti le ville e i palazzi dove vanno, o meglio dove andavano una volta a villeggiare nell’autunno i signori palermitani.
    § 36. I contadini della Conca d’Oro § 37. Termini. § 38. Valle di Castelbuono. - Diritti promiscui. - Partecipazione § 39. Contratto misto § 40. Circondario di Patti. - Metatieri salariati. - Gelsi. - Allevamento di animali § 41. Castroreale e Barcellona. - Colonìe parziarie. § 42. Condizioni generali. - Case. - Donne. In tutta la zona a colture arboree della provincia di Messina, vediamo le donne lavorare pure in campagna, e non solo alla raccolta delle olive e delle frutta, e alla vendemmia, ma anche nei lavori minori dei campi. Esse aiutano in genere gli uomini di casa nella coltivazione del podere, e s’impiegano pure fuori a giornata.
    Condizioni generali § 43. Milazzo § 44. Messina e la Costa Orientale § 45. Colonìe perpetue § 46. Da Linguaglossa ad Acireale§ 46. - Da Linguaglossa ad Acireale. Le falde dell’Etna da Linguaglossa fin verso Acireale, non ci presentano novità in fatto di contratti. La maggior parte del terreno nella zona media e inferiore è piantata a vigna; il resto a oliveti e agrumeti. I pochi terreni seminativi si affittano per lo più in denaro per tre anni, oppure anche a terratico: alcune mezzadrìe, ma non frequenti. Vigne, oliveti e agrumeti tenuti per lo più a economia con massari ossia guardiani, di cui molti risiedono sul fondo. Il massaro delle vigne comunemente le coltiva a estaglio, ossia a tanto il migliaio. Numerosi i giornalieri, con salario in media di L. 1.25, più il vino che qui ha un valore minimo. La condizione dei massari è un po’ migliore di quella dei giornalieri. Per la vendemmia, immigrazione di uomini, donne e ragazzi dalla provincia di Messina. Malaria presso la marina. La popolazione rurale abita in gran parte nei villaggi, casali e borgate, che si trovano sparsi in gran numero nelle campagne. I proprietari sono soliti passare qualche mese in campagna e specialmente in tempo di vendemmia: questa permanenza dei proprietari sui loro poderi, giova ai loro interessi e all’agricoltura, e contribuisce pure a rendere più facili le relazioni delle diverse classi; ma nuoce sensibilmente alla costumatezza delle ragazze dei massari. Si trovano parecchi contratti a migliorìa per piantagione di vigne, forma di contratto di cui parleremo or ora; ma qui non usa forse tanto farli direttamente coi contadini, quanto con intraprenditori agiati, che poi coltivano col mezzo di giornalieri.
    § 47. Da Acireale a Catania e Adernò. - Il Bosco. - Regione mezzana § 48. Contratti a migliorìa. - Contratto d’inquilinaggio per le vigne
    CAPITOLO IV. - Provincia di Siracusa § 49. Caratteri generali. - Coltivazione diretta del gabellotto. - Salari. - Canone d’affitto in generi [...]Del resto, anche qui si ritrovano molte delle caratteristiche già notate per le altre provincie dell’interno; così vi ritroviamo le colture legnose ristrette generalmente alle sole vicinanze dell’abitato; e l’accentramento di tutta la popolazione rurale nelle città, da cui i contadini escono per lo più il lunedì per tornarvi il sabato sera; come pure la nessuna emigrazione per contrade lontane, ma soltanto al tempo delle mèssi una migrazione temporanea di lavoranti dalle montagne alle piane di Catania e di Terranova. Dalla montagna i giornalieri, in alcune epoche dell’anno, scendono pure a lavorare nelle regioni più basse della stessa provincia di Siracusa, e dove sono più sviluppate le colture arborescenti. Così per esempio da Chiaramonte vanno a zappare o vendemmiare nelle vigne di Comiso e di Vittoria; da Buccheri scendono a Lentini e Carlentini, ricche di agrumi, di oliveti e di vigne. Di immigrazione da fuori provincia, non v’è che quella dei Calabresi, per i lavori di espurgo dei fossi e per la pota degli olivi.[...] § 50. I fondi seminativi. - I fondi alberati. § 51. Enfiteusi temporanee e fitti lunghi. - Contratti a migliorìa § 52. Condizione del contadino [...]La provincia di Siracusa si distingue tra le altre, per la sua rete pressochè completa di strade provinciali, la quale, sia detto ad onore di quella amministrazione provinciale, è stata quasi intieramente costruita da un ventennio a questa parte.[...]
    CAPITOLO V. - Condizioni generali dei contadini. § 53. Proprietà grande e piccola § 54. Relazioni tra le diverse classi [...]A Modica, come abbiamo visto al § 49, il salario dei braccianti per antica consuetudine vien loro pagato per la massima parte in generi, e consiste principalmente in un tumolo di grano a settimana e pochi soldi in denaro. Tre anni fa vi fu grande carestia nel Modicano, e il grano andò a prezzi altissimi. Or bene, in quell’anno i proprietari, non saprei dire se con accordo tacito o espresso, convertirono in denaro quel tumolo di grano, calcolandolo al prezzo medio degli altri anni, cioè a 5 lire, e pagarono i salari in contanti. Ciò mentre d’altra parte tesaurizzavano spietatamente il grano per farne alzare il prezzo, e non vendevano che quando non potevano sperare ulteriori aumenti.[...]
    § 55. L’usura Il tarlo roditore della società siciliana è l’usura. Il contadino siciliano è sobrio, laborioso e duro alla fatica: il suolo è fertile quanto altro mai: la media di produzione di grano non è certo inferiore alle otto semenze, più cioè che in Toscana dove si vanga profondo e si concima, mentre in Sicilia l’aratro non fa che malamente scalfire la terra con solchi della profondità di un palmo, e la concimazione è più nominale che reale: il clima è temperato e assai costante, - e con tutto ciò la condizione delle classi agricole è misera. I contratti agricoli sono tali che la concorrenza reciproca dei contadini riduce sempre il loro guadagno annuale complessivo al minimo necessario alla vita; come accade sempre e dovunque la legge, l’accordo, o meglio la consuetudine, non abbiano posto barriere alla libera concorrenza dei lavoranti; ma quel che peggio è, in Sicilia la forma speciale dei contratti e le condizioni dell’agricoltura in tre quarti dell’Isola, sono tali da rendere indispensabile al contadino di mutuare denari, ossia di chiedere soccorsi anche nelle stesse annate buone. Figuriamoci poi nelle annate cattive, e in quelle che immediatamente seguono a cattivi raccolti! - È qui che il capitale impone le sue condizioni più dure al lavoro.
    § 56. Amministrazioni comunali. - Imposte. - Opere pie § 57. Diritti promiscui. - Quotizzazioni dei beni comunali. Imposte. [...]Quanto al modo in cui si vale delle amministrazioni comunali a suo profitto, ed a danno della classe dei contadini, basterebbe esaminare Comune per Comune i ruoli delle imposte per averne qualche idea. Così noi troveremo generalmente imposta in modo gravissimo la tassa sulle bestie da tiro e soma, ossia principalmente sui muli e sui cavalli, che sono la proprietà maggiore dei contadini; e invece raramente e in proporzioni minime la tassa vera sul bestiame, ossia sulle vacche e sui bovi, perchè questi sono posseduti dai proprietari. Il contadino paga in moltissimi luoghi fino a 8 lire per un mulo, o 5 lire per un asino, e il proprietario e il gabellotto non pagano nulla, o relativamente pochissimo, per centinaia di vacche o di bovi. La tassa comunale sulle bestie da tiro e da soma ammontava in Sicilia nel 1874 a 589,557 lire, mentre la tassa sul bestiame non era che di 146,493 lire.[...]
    Considerazioni generali. - Medici condotti § 58. Zona alberata § 59. Vitto. - Lavoro delle donne. Oltre la qualità del vitto evvi un’altra cagione importante della salute fisica del lavorante in Sicilia, malgrado la malaria e la povertà, ed è il quasi nessun lavoro delle donne in campagna e specialmente in tutta la prima zona da noi studiata. È forse questa quasi la sola buona conseguenza dell’accentramento della popolazione rurale nelle città, unito alla bassa condizione dell’agricoltura in tre quarti dell’Isola. La donna siciliana è raramente sottoposta a quelle dure fatiche dei campi che soverchiano le sue forze, e che in molte altre parti d’Italia le rovinano così presto la salute, con grave iattura di quella delle generazioni avvenire. Certamente si potrebbe far contribuire molto più di quello che non faccia ora la donna siciliana alla produzione generale, e all’agiatezza delle famiglie; ed una maggiore istruzione ed un lavoro commisurato alle sue forze non potrebbero che elevarne la condizione morale e sociale, con vantaggio di tutti; ma se si dovesse scegliere tra i due eccessi, di ozio della donna come in Sicilia, o di soverchio lavoro come nella Lombardia bassa e montana, sarebbe certamente da preferirsi il primo, per il bene della società intiera.[...] Istruzione Poco c’è da osservare sullo stato dell’istruzione nella classe rurale. Tutto si riassume nel dire, che essa manca affatto. Se la statistica ci dà sulla popolazione complessiva della Sicilia l’87% di analfabeti (1871), certamente nella classe dei contadini la proporzione si avvicinerebbe molto al 100%. Le classi agiate non si preoccupano dello stato d’assoluta ignoranza in cui si trovano i contadini, e questo nonostante le facilità speciali per l’istruzione della infanzia e delle donne della classe rurale, che presenta la Sicilia in comune col Napoletano, per l’accentramento di tutta la sua popolazione nelle città e nei borghi. È forse questa trascuranza delle classi agiate solo effetto di spensieratezza e d’indifferenza, oppure non dipende piuttosto dalla istintiva coscienza che l’istruzione data al villano nelle condizioni attuali non farebbe che l’ufficio di lievito al malcontento, e potrebbe diventare uno stimolo allo spirito di ribellione, ed un fomite di futuri sconvolgimenti? . - Considerazioni generali
    PARTE SECONDA CARATTERI ECONOMICI DEI CONTRATTI AGRICOLI SICILIANI CAPITOLO I.-La partecipazione del lavorante al prodotto. § 60. Argomento e divisione della seconda parte § 61. Partecipazione del lavorante al prodotto § 62. Inconvenienti della partecipazione. - Partecipazione agli utili. - Partecipazione al prodotto complessivo. - Sua applicazione all’agricoltura § 63. Condizioni per la riuscita § 64. Necessità della consuetudine come barriera alla concorrenza § 65. Partecipazione alla rendita fondiaria § 66. Condizioni all’impero della consuetudine. - Deve abbracciare tutta l’azienda rurale.Deve abbracciare tutta l’azienda rurale. 1° Che la partecipazione abbracci tutte quante le colture esistenti sopra il podere, e che queste colture siano abbastanza varie per offrire a esse sole lavoro e guadagno sufficiente al mezzadro nelle diverse stagioni dell’anno. La ragione è che ogni volta che all’infuori delle colture date in partecipazione, vi siano annesse al podere altre colture date a fitto, oppure lavori di una qualche importanza che il mezzadro debba eseguire a giornata, la concorrenza torna a farsi valere a danno della consuetudine, e coll’aumentare del fitto o colla riduzione dei salari pattuiti per quelle colture non comprese nella partecipazione, viene effettivamente a scemare la parte del lavorante anche nelle colture che vi sono comprese. Questo fenomeno non è ipotetico, ma accade realmente dovunque vi è un contratto misto di fitto e di mezzadrìa, come, per esempio, nell’alto Milanese, dove la produzione del suolo è affittata contro tante moggia di grano, mentre quella del soprassuolo è data al contadino in partecipazione. E lo stesso si riscontra pure dovunque il contratto di partecipazione va unito al patto che il contadino debba dare senza limite le sue giornate al padrone a un prezzo ridotto, e che nel fatto un gran numero di lavori agricoli si facciano così eseguire per conto padronale; come avviene, a mo’ d’esempio, in alcuni luoghi dell’alto Milanese, e più ancora nei contratti coi paisani in tutta la bassa pianura del Po. Nell’alto Milanese difatti troviamo che coll’aumento del fitto in grano per il suolo, e coll’impiego di un gran numero di giornate del contadino a un prezzo infimo, i proprietari poterono ridurre effettivamente il guadagno del contadino per la sua metà dei bozzoli, quando questi aumentarono di prezzo, anche là dove non ardirono toccare alla quota di divisione. Là dunque la consuetudine mantenne il suo impero nella formale divisione del prodotto dei bozzoli, ma la partecipazione non essendo complessiva e non abbracciando tutta quanta l’azienda agricola, vi fu nella realtà un mutamento nei patti, e tale da riescire più grave ancora per il contadino che se si fosse mutata soltanto la quota di divisione; giacchè l’aumento delle prestazioni imposte al contadino è rimasto poi fisso, anche in quegli anni in cui i bozzoli sono tornati a rinviliare, o in cui ne è fallita la produzione. Un fenomeno analogo si verifica nella bassa Lombardia, dove la partecipazione del paisano nella coltivazione del riso e del granturco, non rappresenta più la semplice retribuzione pel suo lavoro in quelle colture, ma deve inoltre compensarlo per l’insufficientissimo salario che gli vien pagato per le sue giornate in tutto l’anno - comunemente nell’estate di L. 0.66, e d’inverno L. 0.50, ma spesso pure d’estate di L. 0.50 e d’inverno L. 0.40 o anche L. 0.33: - donde risulta uno stato di cose in cui si vede il contadino che lavora tutto l’anno per conto del padrone per un salario insufficientissimo a mantenerlo in vita, e il quale riceve per colmare questa insufficienza una magra partecipazione in altre colture, ch’egli deve necessariamente condurre col lavoro delle sue donne. Senza continuare più oltre questa esemplificazione, ci pare di aver detto abbastanza per convincere il lettore della necessità di una varietà di colture nell’azienda rurale condotta a colonìa parziaria, e della ulteriore necessità che la partecipazione si applichi a tutte quante queste colture, e fornisca per sè stessa il guadagno principale del contadino, e tale che basti alla sua sussistenza; senza che patti accessori di giornate a salario ridotto, o di un’infinità di altre piccole prestazioni, possano indirettamente e copertamente aprire il varco ai proprietari per profittare della concorrenza, all’effetto di operare una vera e propria riduzione della quota che spetta al contadino nella produzione complessiva. Sinchè questi patti accessori rimangono veramente tali, e di una entità minima nell’azienda complessiva, essi non presentano pericoli, e possono giustificarsi come quelli che mirano ad eguagliare in parte le condizioni così varie di fertilità e di produzione tra i diversi poderi; ma appena si veda in un luogo, che essi cominciano a crescere, e che tendono a prendere una vera importanza nel numero degl’introiti padronali, si può presagire che là la mezzadrìa non sarà più efficace a salvare il contadino dalla condizione misera e abbietta in cui giace la gran massa della popolazione rurale d’Italia. - Semplicità ed uniformità dei patti. - Permanenza sul podere § 67. Durata del contratto § 68. Metaterìe della prima zona § 69. Mezzadrìe presso le Petralìe. - Contratto misto. - Vigne. - Raccolta delle olive, ecc. § 70. Mezzadrìe del Messinese. - Contribuzione dei coloni all’imposta fondiaria § 71. Contratti a migliorìa § 72. Colonìe perpetue
    CAPITOLO II. - Il fitto § 73. Fitto dei latifondi § 74. Danni dei grandi affitti. - Conduzione diretta del proprietario § 75. Fitti piccoli. - Il terratico § 76. Piccolo fitto in denaro. - Ricchezza mobile sui contadini affittuari § 77. Censi.-Fitti a termine indefinito o lunghissimo
    CAPITOLO III. - Il salario. § 78. Categorie di salariati § 79. I braccianti. - Salario in natura § 80. Impiegati dei feudi § 81. Guardiani delle vigne
    PARTE TERZA RIMEDI E PROPOSTE CAPITOLO I. -L’azione dello Stato. § 82. Divisione dell’argomento § 83. Azione dallo Stato. - Proprietà privata del suolo § 84. Alienazione delle proprietà demaniali ed ecclesiastiche § 85. Censimento dell’Asse ecclesiastico. - Camorre nelle aste § 86. Vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici. - Beni delle Opere Pie. - Quotizzazioni dei beni comunali § 87. Tutela sulle amministrazioni locali. - Ordinamento amministrativo § 88. Finanza § 89. Perequazione dell’imposta fondiaria § 90. L’imposta fondiaria e la piccola proprietà. - I grandi proprietari § 91. Imposta fondiaria sulle case rurali § 92. Ricchezza mobile. - Giornate obbligatorie per le strade. - Macinato. - Tassa di registro. - Tributi locali § 93. Esazione delle imposte § 94. La mezzadrìa secondo il Codice Civile § 95. L’enfitetusi secondo il Codice § 96. Disposizioni limitatrici della libertà di contrattare § 97. Risaie § 98. Norme legislative pei contratti § 99. Disposizioni intese a prolungare i termini degli affitti. - Imposizione della mezzerìa per legge. - Codici agrari. § 100. Del diritto ai miglioramenti introdotti nel fondo. - Proposta Jacini § 101. Credito agricolo e fondiario. - Magistratura speciale § 102. Opere pie § 103. Strade § 104. Istruzione § 105. Emigrazione § 106. Autorità provinciali e comunali
    CAPITOLO II. - L’azione del proprietari. § 107. Azione dei proprietari § 108. Abitazioni rurali § 109. Modificazioni nei contratti agricoli. - Soppressione degl’intermediari § 110. Introduzione della mezzadrìa § 111. Obiezioni alla introduzione della mezzadria. § 112. Affitti delle grandi aziende rurali. - Fitti ai contadini § 113. Le grandi aziende condotte direttamente dai proprietari. - Immigrazioni temporanee di braccianti § 114. I salariati fissi § 115. Partecipazione agli utili § 116. I giornalieri. - Affitti dei latifondi a società di contadini § 117. Istruzione § 118. Progressi dell’agricoltura § 119. Regolamento delle acque. - Le macchine in agricoltura § 120. L’opinione pubblica
    CAPITOLO III. - Mezzi d’azione dei contadini. § 121. I mezzi d’azione dei contadini § 122. Associazioni cooperative di produzione § 123. Trades’ Unions di contadini. - Unioni agricole § 124. L’emigrazione. - Emigrazioni periodiche § 125. Emigrazione dalla Sicilia Ma veniamo alla Sicilia. Si calcolava che nel 1871, degli Italiani all’estero soltanto il 3,36% fossero Siciliani(318); e il Bodio ritiene che su 100 abitanti della Sicilia non si avesse che la proporzione di 0.54 emigrati. Inoltre su 100 emigrati siciliani egli calcolava che 26,46 fossero sparsi in Europa, 8,40 in America, 3,26 in Asia, 61,12 in Africa, 0,76 in Oceania. L’emigrazione dalla Sicilia pel Levante e per l’Egitto si fa più specialmente dal porto di Messina, quella per Tunisi e l’Algeria da Trapani, e per l’America del Nord da Palermo e da Messina. Gli emigranti per l’America del Sud, che si potranno valutare a circa un decimo dell’intiero numero, passano per Genova. Da Palermo nel 1871 emigravano per l’America del Nord, con passaporto regolare, 277 persone; nel 1872, 139; nel 1873, 200; nel 1874, 41; nel 1865, 164(319). Nei registri del Porto non si tien conto nè della professione, nè del sesso, ma si può ritenere approssimativamente che quattro quinti degli emigranti dal Porto di Palermo siano contadini provenienti dall’isola di Ustica, da Contessa e da altri paesi dell’interno, ed un quinto operai e artigiani di Palermo. Anche dal porto di Trapani l’emigrazione è composta per la maggior parte di contadini; mentre in quella da Messina predominano di molto gli artigiani ed operai delle città(320). I contadini non emigrano sempre colle loro famiglie, e soltanto un sesto del numero sarà di donne. Quelli che vanno in Tunisi e nell’Algeria portano spesso seco l’aratro ed altri arnesi campestri. L’emigrazione per gli Stati Uniti d’America che parte da Palermo, si dirige specialmente alle città di Nuova Orleans, Louisville ed altre degli Stati del Sud. Per il 1872 il Carpi valuta a 1300 gli emigranti con passaporto regolare dalle sette provincie di Sicilia. A questa cifra bisognerebbe pure aggiungere quella dell’emigrazione clandestina, a precisare la quale ci manca ogni dato. Da ciò apparisce abbastanza come l’emigrazione dei contadini siciliani si mantenga ancora in proporzioni minime; ma nulla ci assicura che la corrente non abbia a crescere nell’avvenire. Basta considerare come la provincia di Potenza, che nel 1869 non forniva in tutto che 369 emigranti, nel 1871 già ne dava 1439, compresavi l’emigrazione clandestina, e nel 1872 fino a 5654 di soli emigrati con passaporto regolare, oltre gli emigrati clandestini, i quali già nel 1870 si valutavano a 416 individui(321). Nè ci pare buona la ragione che si dà di solito per negare la possibilità di un forte aumento dell’emigrazione dalla Sicilia, quella cioè dell’attaccamento speciale degl’isolani per la terra che li vide nascere. Guardate l’Inghilterra che ha colonizzato Continenti intieri; guardate l’Irlanda che in pochi anni vide diminuire la sua popolazione di circa un quarto pel solo fatto della emigrazione; e se volete un esempio siciliano, guardate l’isola d’Ustica, dove l’emigrazione per le Americhe cominciata circa 25 anni fa, dà ora un contingente di circa 80 persone all’anno sopra una popolazione complessiva di 1446 abitanti(322). Non crediamo affatto improbabile che da un momento all’altro si vegga nascere una forte corrente di emigrazione per l’estero nel contadiname dell’interno della Sicilia; e una volta avviata nessuno potrebbe predire in quali limiti si conterrebbe. Ma dato che ciò si verifichi, sarà un male o un bene per l’Isola in generale, e per la classe agricola in particolare? Non havvi il pericolo che i proprietari, vedendo crescere smisuratamente il prezzo della mano d’opera in conseguenza dell’emigrazione, non lascino incolte le loro terre, anzichè sottostare alle soverchie esigenze dei lavoranti? - Certamente il nostro catasto, come già avemmo occasione di dire, tende a dare un premio al proprietario che coltiva male i suoi fondi, aggravando invece chi v’impiega stabilmente i propri capitali: certamente le condizioni del suolo di una gran parte della Sicilia, sono, per la mancanza appunto di ogni capitale che vi sia stato impiegato in modo fisso, tali da render eccezionalmente facile ai proprietari la lotta contro i lavoranti; poichè essi sono sicuri di nulla perdere al di là della rendita annua per il tempo in cui durano le ostilità, nè hanno grandi capitali esposti e soggetti a perire per ogni temporanea sospensione di lavoro: - tutto ciò è vero, ma riteniamo nonostante che l’emigrazione riuscirebbe nel fatto un’arme efficace per migliorare le condizioni del lavoro, senza che si dovesse temerne l’abbandono delle colture per parte dei proprietari. Perchè un tale abbandono si verificasse, non diciamo come cosa temporanea e come arme di guerra, ma in modo durevole, bisognerebbe che il rincaro del prezzo del lavoro giungesse a tanto da coprire tutta quanta la rendita fondiaria, che ora va al proprietario all’infuori del profitto dell’industria agricola esercitata dal gabellotto. Finchè ciò non avvenga vi sarà sempre il profitto ordinario per l’industria agricola e quindi vi saranno pure tutte le ragioni per cui debba convenire ai proprietari di coltivare i loro fondi. Essi e gli affittuari cercheranno bensì di introdurre tutti quei sistemi di coltivazione e tutte quelle macchine, che possano rendere meno urgente il bisogno delle braccia nell’agricoltura, ma da ciò non ne verrà alcun danno alla produzione, anzi il contrario. L’emigrazione, come arme di guerra per i contadini, ha di fronte ad ogni loro associazione che abbia per iscopo di limitare artificialmente la concorrenza, questo speciale vantaggio - che mentre l’associazione perde una gran parte delle sue armi là dove, come nei latifondi siciliani, non vi è quasi alcun capitale fisso che possa deperire per effetto della sospensione dei lavori, onde i proprietari possono facilmente e con piccola perdita resistere a qualunque sciopero, essendo di loro interesse il rinunziare alla rendita di qualche mese, piuttostochè compromettere l’avvenire; l’emigrazione invece col modificare permanentemente o almeno per lungo tempo la concorrenza dei lavoranti, toglie ogni ragione per cui i proprietari non abbiano a cedere subito tutto quanto possono cedere: essi anzi avranno interesse diretto a cedere quanto più presto potranno, onde opporre subito un argine al crescere dell’emigrazione. Naturalmente ove l’emigrazione aumentasse in Sicilia, la prima cosa che farebbero i proprietari sarebbe non di cercar di migliorare la sorte dei contadini per tenerli a casa, ma invece, come si comincia a vedere in Lombardia, di gridare che il paese va in rovina, e di reclamare dallo Stato che provveda a salvare i loro interessi e a frenare la corrente dell’emigrazione; ma poi, esaurito questo primo mezzo senza aver ottenuto nulla, provvederebbero da sè ai casi loro, col migliorare le condizioni dei coltivatori delle loro terre.
    § 126. Associazioni di previdenza
    CAPITOLO IV. - Conclusione. § 127. Argomento. - Il feudo e il diritto di proprietà privata del suolo § 128. Effetto delle istituzioni libere dopo il 1860. - Sintomi minacciosi § 129. Doveri della classe agiata § 130. La questione sociale in Italia § 131. L’Economia politica e le questioni Siciliane
    CAPITOLO SUPPLEMENTARE. - Il lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane. § 132. Argomento. - Le zolfare in Sicilia. - Impiego dei fanciulli. - Contratti coi picconieri. § 133. Il lavoro dei carusi § 134. La questione industriale del lavoro dei carusi § 135. Lavoro di mezza giornata. - Questione umanitaria. - Irregolarità nel pagamento dei salari. - Responsabilità del padrone della miniera.

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    Predefinito Rif: L’inchiesta di Franchetti sulla Sicilia

    Il lavoro dei fanciulli nelel zolfatare siciliane


    "La Sicilia nel 1876" di L. Franchetti e S. Sonnino termina con un capitolo intitolato "Il lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane".
    Nelle province di Girgenti e di Caltanissetta avvengono sotto i nostri occhi, parecchie ingiustizie verso i minori che vengono sfruttati nel lavoro nelle miniere. Le miniere di zolfo in Sicilia variano moltissimo le une dalle altre per il numero, la lunghezza e la profondità delle gallerie di estrazione, a seconda delle grandi varietà di giacimento degli strati del minerale, e anche dello sminuzzamento della proprietà del suolo alla superficie. I metodi di estrazione dello zolfo sono simili in quasi tutte le miniere, e il lavoro è uguale per tutti, sia per grandi che per piccoli. Il lavoro è molto faticoso a causa dell’inclinazione dei pozzi d’estrazione, solo alcune gallerie sono a leggero declino.
    Nonostante l’impiego della tecnologia moderna per l’estrazione dello zolfo il lavoro dei fanciulli si adopera per il trasporto dello zolfo dalle gallerie di escavazione fino al punto dove corrisponde il pozzo verticale o la galleria orizzontale. In Sicilia il lavoro minorile nelle gallerie è più duro di quanto si possa immaginare, perché il lavoro dei fanciulli consiste nel trasporto del minerale sulla schiena, in sacchi o ceste, dalla galleria dove viene scavato dal picconiere viene portato al calcarone ( si chiama la fornace in forma di conca che serve per fondere lo zolfo ) per essere lavorato.
    Il lavoro dei picconieri consiste nel rompere la roccia, che contiene zolfo, col piccone. Viene pagato per casse di minerali. Il partitante, o capo operaio, delegato dall’amministrazione, da ai singoli picconieri lo stesso acconto che riceve lui sulle casse di minerali, riservando per se il guadagno della compartecipazione dello zolfo fuso; o più spesso da loro qualcosa di meno anche sul prezzo delle casse. La maggior parte delle volte il partitante paga a giornate calcolando questa a tanti viaggi del ragazzo. Lui ha il giudizio delle quantità e qualità del minerale, poiché volta per volta esamina la cesta del ragazzo, e lo rimanda indietro quando il contenuto non sia di sua soddisfazione: il ragazzo è quello che ne busca.
    I carusi sono quei poveri ragazzi che trasportano il minerale. La maggior parte dei carusi ha tra gli 8 e gli 11 anni, ma alcuni iniziano il loro lavoro a 7 anni. Ogni picconiere impiega in media da 2 a 4 carusi. Questi ragazzi percorrono coi carichi di minerale sulle spalle le strette gallerie scavate a scalini nel monte, con pendenze talora ripidissime, e di cui l’angolo varia in media da 50 a 80 gradi. Gli scalini generalmente sono irregolari, più alti che larghi, sui quali ci si posa appena il piede. Le gallerie in medie sono alte 1.50 metri e larghe circa 1.10 metri, ma spesso anche meno. Il lavoro dei fanciulli nelle gallerie va dalle otto alle dieci ore al giorno e devono compiere durante queste un determinato numero di viaggi, ossia trasportare un dato numero di carichi dalle gallerie di escavazione dello zolfo, mentre i ragazzi impiegati all’aria aperta lavorano dalle 11 alle 12 ore. Il carico varia a secondo l’età e la forza del ragazzo, ma è sempre molto superiore a quanto possa portare una creatura di tenera età. I più piccoli trasportano un peso dai 25 ai 30 Kg, e quelli dai 16 in poi dai 70 agli 80 Kg. In media ogni carusu compie 29 viaggi di andata e 29 di ritorno. Il guadagno giornaliero di un ragazzo di otto anni sarà di £ 0.50, dei più piccoli e deboli £ 0.35; i ragazzi più grandi, di sedici e diciotto anni, guadagnano circa £ 1.50 e talvolta £ 2 e 2.50.
    Accennati così sommariamente i fatti principali relativi al lavoro attuale dei ragazzi nelle zolfatare, sorge spontanea la domanda: Vi è modo di rimediare a tanto male, senza rovinare l’industria mineraria in Sicilia ?
    Noi accenneremo soltanto le opinioni che si udirono pronunziare sulla questione da parecchi direttori ed amministratori di grandi zolfare.
    Da una parte un amministratore di una vastissima zolfara si lamentava che il nuovo progetto di legge presentato al Parlamento, il quale mira a regolare il lavoro dei fanciulli nelle miniere, porterebbe infallibilmente alla rovina dell’industria dello zolfo. Questi diceva che il lavoro dei fanciulli era sempre indispensabile per portare il minerale dal luogo di escavazione al punto dove sbocca il pozzo di estrazione o la ferrovia inclinata, quindi doveva escogitare il modo per evitare la spesa per la costruzione di pozzi di estrazione.
    In ogni caso le famiglie dei fanciulli si opporrebbero a qualunque diminuzione delle ore di lavoro che porterebbero ad una diminuzione dei loro guadagni.
    Lo stesso amministratore osava affermare che i fanciulli attualmente non lavoravano mai più di 4 o 5 ore al giorno, e non sono impiegati che dai 12 anni in su.
    Chiunque avesse visto il lavoro nelle zolfare siciliane, avrebbe potuto convincersi dell’insussistenza assoluta delle notizie fornite intorno alle ore di lavoro e all’età dei ragazzi.
    Un capo ingegnere di una delle maggiori zolfare della Sicilia credeva che si poteva benissimo far di meno quasi del tutto del lavoro dei ragazzi con un sistema bene ordinato di gallerie inclinato, unite al pozzo di estrazione mediante alcune gallerie orizzontali. Egli riteneva che il risparmio del salario dei ragazzi avrebbe largamente compensato la maggiore spesa delle gallerie. Però nel caso di deviazioni forti nella direzione dei filoni, o di altri ostacoli, bisognava talvolta, per evitare la troppa spesa, fare delle gallerie irregolari come le attuali; e per quei tratti, conveniva sempre adoperare il lavoro dei ragazzi, che restavano soltanto in via di eccezione , come accadeva nelle miniere di carbon fossile. La nuova legge quindi non gli faceva nessuno spavento.
    Se tali provvedimenti o altri simili non bastassero a togliere del tutto il lavoro dei fanciulli nelle miniere, diminuirebbero però di assai il numero necessario per l’andamento di una zolfara.
    E’ stata approvata una nuova legislazione tutelatrice dei fanciulli, ossia il half-time, cioè il sistema di far corrispondere a di 10 ore degli adulti, due schiere di ragazzi di cui ognuna lavori sole 5 ore, una nelle ore del mattino, l’altra in quelle pomeridiane.
    Con questo sistema si riparerebbe allo sconcio attuale, tanto nelle grandi miniere, come in quelle piccole, in cui spesso non sarebbe possibile di sostituire con opere grandiose la forza meccanica al lavoro umano.
    Riguardo a una legge tutelatrice dei fanciulli è non solo utile, ma indubbiamente necessaria e indispensabile, una legge che determinasse il minimo dell’età a cui si possano impiegare bambini nelle zolfare, regolando il lavoro dei minori.
    Purtroppo i genitori rovinano la salute fisica e morale delle loro creature per guadagnare di più, e nemmeno per campare, questo però non dovrebbe mai passare inosservato al legislatore.

    (L. Franchetti S. Sonnino, La Sicilia nel 1876, Vallecchi Editore, Firenze, 1925).

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