Pratiche etico-politiche

Percorso di ricerca

a cura di Aldo Meccariello


Come stanno mutando le forme e le pratiche dell’etica e della politica nel dibattito filosofico contemporaneo?In che modo si può pensare lo spazio politico dal momento che, dinanzi al globale dispiegarsi immanente del capitale e del dominio della tecnica, sembriamo esposti alla possibilità di un unico orizzonte di senso, o di verità, del mondo?

Da diversi anni, in Francia e in Italia, si è sviluppato su questi temi un vivace dibattito nel quale hanno dialogato autori come Jean-Luc Nancy, Maurice Blanchot, Giorgio Agamben, Alain Badiou, Jacques Derrida, Jacques Rancière, Roberto Esposito. Il risultato può essere visto come l’urgenza che il pensiero filosofico ha di misurarsi con la dimensione politica. Si è innanzitutto cercato di nominare questo spazio del politico col termine comunità (Nancy prima, Blanchot e Agamben poi); e poi ontologicamente come condizione costitutiva dell’essere e dell’uomo. Si è infine criticato la stessa categoria di “comunità” (Derrida, Badiou) poiché troppo pericolosa e inglobata nel suo principio identitario, per la sopravvivenza di ogni irriducibile singolarità, di ogni diversità che rivendica la propria esistenza.

Eppure, nonostante il dibattito e l’interesse che la categoria della politica sta provocando nelle declinazioni sopra richiamate, pochi sono coloro che hanno posto una domanda fondamentale: la politica ha ancora un senso?

La mancata formulazione di tale interrogativo purtroppo permane

Ci sono riflessioni ormai difficilmente contestabili e sedimentate che mostrano come la politica (o il politico che dir si voglia) abbia ormai perso la sua funzione di guida dei processi di organizzazione del sociale, di apertura, per dirla con Hannah Arendt, allo scambio delle opinioni, alla dimensione della pluralità e sembra piegarsi sempre più o al dominio, come razionalizzazione del controllo e del conflitto – o all’eticità, nella deriva fondamentalista di visioni integrali del mondo. La crisi delle democrazie rappresentative è un fatto ormai irreversibile e lo si vede a partire dall’inadeguatezza della nozione stessa di democrazia che, per lo meno, va rigenerata o risignificata come lasciano intendere anche i recenti contributi di Jean Luc Nancy, La verità della democrazia e di Jacques Rancière, L’odio per la democrazia, entrambi editi da Cronopio.

La democrazia (rappresentativa, formale, borghese) così come oggi è, cioè meccanismo di procedure, istituzionalizzazione delle mediazioni, governabilità, non può più funzionare o almeno non appare più come un sistema credibile di garanzia e dotata di anticorpi per far migliorare la vita umana della comunità e del popolo.

Si tratta come suggerisce Jean Luc Nancy di riposizionare il pensiero sulla democrazia, dopo decenni di latitanza, nonostante le poche e lungimiranti analisi di Bataille, di Benjamin, di Arendt o di S. Weil.

Tuttavia, se spostiamo lo sguardo alle cosiddette periferie del mondo, il senso della politica si dispiega nelle filosofie della liberazione di E. Dussel, di R. Kusch, F. Mirò Quesada, I. Ellacurìa e di altri pensatori che colgono limiti e aporie nel dibattito politico-filosofico europeo. In particolare, il filosofo argentino Enrique Dussel tenta di delineare una rifondazione della politica intesa come praxis, come attività nella quale i rapporti fra gli uomini siano fondati sulla giustizia effettiva e l’uguaglianza reale che però deve passare attraverso una ridefinizione anche dei suoi termini, dei suoi campi, e delle sue sfere. A tal fine egli indica nei movimenti di liberazione che oggi stanno scuotendo l’America latina (il movimento dei lavoratori Sem Terra, i Forum sociali, Chavez e Morales, i governi di centro-sinistra in Cile, Argentina e Brasile) un laboratorio sperimentale e creativo, uno spazio politico di grandi potenzialità anche per il Primo mondo e soprattutto per la sinistra europea. Si tratta di un intenso lavoro teorico e politico a partire soprattutto da una rilettura dell’opera di Marx e di Gramsci, autori oggi più mai attuali in quelle parti del mondo.

In un certo senso anche l’etica che pure tocca il legame sociale e i suoi significati ri-appare oggi in forma nuova, almeno relativamente nuova, giacché in una società complessa e globalizzata come la nostra, essa non è o non è più, un insieme di prescrizioni imperative che allaccia sotto le proprie strette maglie la totalità della vita individuale e sociale. L’opzione etica è piena di rischi perché è sempre legata alla contingenza. Rimane nella memoria di molti, l’immagine indimenticabile del giovane cinese che nel 1989 con la sola arma del suo corpo, tenta di fermare una colonna di carri armati che si dirigono verso piazza Tienanmen per soffocare la libertà di migliaia di giovani che stanno protestando contro il regime. Lo sconosciuto di Pechino di cui non si sa più nulla simboleggia una morale in quel che ha di più alto contro la negazione dell’umano. Pertanto, non è possibile considerare la morale come un mondo di certezze che procede da sé capace di restituire all’uomo bussole per il suo essere al mondo ma essa interseca sempre e comunque la sfera politica, incontrando sulla sua rotta ad esempio la problematica dei diritti dell’uomo. Perché in cosa consistono i suoi diritti? Cosa sono? A chi si indirizza la rivendicazione degli aventi diritto anche in ambito bioetico? Su cosa fondare queste pretese? Domande ineludibili per reimpostare un discorso sull’etica che riabiliti l’umano.
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Dal punto di vista di un percorso da allestire può essere stimolante far interagire paradigmi diversi della riflessione sulle pratiche etico- politiche e provare a pensare in maniera nuova la relazione politica e etica, politica e verità, individuo e comunità. Si tratta, perciò, di un percorso aperto ad ulteriori sviluppi e fasi di elaborazione.



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