Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
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    Predefinito Economist: Basta con Berlusconi



    Ecco la copertina della edizione europea (domani in edicola) del prestigioso settimanale britannico (conservatore). Sotto la scritta "Basta", in italiano, l'invito in inglese agli italiani di "licenziare Berlusconi". Sul settimanale, anche un lungo articolo, dal titolo: "Una triste storia italiana". Per questo numero, che esce alla vigilia del voto, è stata aumentata la tiratura per il mercato italiano

  2. #2
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    Predefinito

    L'Economist appoggia Prodi!!!!

    Il nuovo direttore, in carica da una settimana, non ha cambiato linea L'Economist: «Licenziate il premier» L'endorsement del settimanale: pessimi risultati ma Prodi rischia perché dipende da troppi partiti

    LONDRA - Al tredicesimo piano del palazzo dell’ Economist è l’ora della corsa alla chiusura del numero. Sulla scrivania di John Micklethwait c’è già la copertina dell’edizione europea. Ne mancano altre due, quella per l’Asia e quella per gli Stati Uniti, dove il giornale vende 500 mila copie, poco meno della metà del totale. Per il nuovo direttore, in carica da una settimana, è la prima prova. Non è neanche un po’ nervoso. Nei vent’anni passati a lavorare per la «bibbia del libero mercato» nessuno ricorda «di averlo mai visto perdere calma e cordialità».
    E certo non ha paura di scegliere. Il titolo di copertina non è un understatement : «Basta, per l’Italia è l’ora di licenziare Berlusconi». Chi ha deciso di mettere «Basta» in italiano? Micklethwait sorride verso John Peet, capo per l’Europa, che è appena tornato da Roma e Milano. «La parola l’ho suggerita io, l’ho sentita frequentando qualche ristorante italiano... naturalmente ho chiesto a John se andava bene e abbiamo discusso se fosse più corretto metterci un punto esclamativo».
    John Peet ha scritto l’editoriale e l’articolo della sezione speciale dedicata alle elezioni.
    Perché Basta? «Perché ai due motivi per i quali nel 2001 avevamo detto che Berlusconi era inadeguato - conflitto d’interessi e palude di casi giudiziari - se n’è aggiunto un altro in questi cinque anni di governo. Un motivo nuovo e più devastante: i suoi risultati da primo ministro. Chi lo votò sperava che avrebbe usato la sua abilità di businessman per riformare l’economia. L’Italia ora ha tra le grandi economie europee il record negativo di crescita, ha perso competitività. È vero che i suoi problemi sono simili a quelli della maggior parte dell’Europa e che dappertutto servono riforme profonde, dure. Ma il punto è che il governo di centro-destra non ha neanche avviato il processo. La nostra conclusione è che Berlusconi come riformatore ha fallito».

    Il titolo del servizio all’interno, la storia principale sull’ Economist di oggi, è un altro pugno nello stomaco: «Una triste storia italiana». Il sommario spiega perché: «I disillusi elettori possono anche disfarsi della coalizione di centro-destra, ma un governo guidato da Romano Prodi potrebbe essere di poco migliore». C’è un riquadro con colpo da ko alla fiducia: «Il paradiso dei gerontocrati», che si riferisce all’ «età pensionabile» dei due contendenti. Direttore, non vi convince nemmeno il professor Prodi? «Berlusconi è unfit (inadeguato). Noi appoggiamo Prodi con qualche esitazione, perché è vero che è più vicino al modo di pensare dell’ Economist , ma ha un problema molto serio: dipende da una coalizione di piccoli partiti tra i quali i comunisti non riformati, contrari alla liberalizzazione del mercato e alle privatizzazioni». Per di più, spiega l’editoriale, «molti italiani non riconoscono quanto sia malata la loro economia».

    Con queste premesse l’Italia rischia di sprofondare come fece l’Argentina? «Penso che la gente in Italia abbia un livello di vita che conta sul passato, non sul presente, proprio come succedeva agli inglesi negli anni Sessanta e Settanta. Però non siamo noi a citare l’Argentina, l’esempio l’ho sentito fare da diversi amici italiani. E questo è un segno di comprensione della gravità del rischio».
    Micklethwait, 43 anni, è stato capo dell’ufficio dell’ Economist a Los Angeles e New York prima di tornare a Londra. Che idee hanno gli americani di Berlusconi e Prodi? «Su Berlusconi ci sono due visioni: uno dei migliori alleati, con Blair. Ma anche la percezione che si tratti di un personaggio capace di fare errori come quello di parlare di "crociate"». E Prodi? «Conoscono il suo disegno di costruzione europea, e questo per gli Stati Uniti è un problema. Ma non lo temono, lo conoscono bene e non lo ritengono un possibile traditore dell’alleanza. Non lo immaginano come uno Schröder o un Villepin».
    Micklethwait saluta. È un uomo rilassato, ma ha preso il timone di un transatlantico dell’informazione che oggi si aspetta di vendere non meno di un milione e centomila copie nel mondo. Le altre due copertine? «Per l’Asia il caso thailandese e per Usa e Gran Bretagna il soft paternalism dei governi, un tema di cui si parlerà molto».



    Guido Santevecchi
    07 aprile 2006

  3. #3
    Senzapadrone
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    L'Economist è il primo settimanale economico al mondo.

    Ciò può dare un'idea di quale sia l'aspettativa a livello internazionale ... e del fatto che battere Berlusconi è questione di vitale importanza, se non vogliamo finire isolati, e in bancarotta ...

  4. #4
    Mai l'altra guancia
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    L'eurodeputato di FI fu il portavoce del primo governo Berlusconi
    Gawronski: critiche più serie che in passato


    ROMA - Questo "Ecomunist", come lo chiama Berlusconi, insiste...
    «L’ Economist è il settimanale meglio fatto che esista al mondo. Le cose più belle, si leggono lì sopra».
    Hanno cambiato direttore, ma non hanno cambiato idea...
    «Sì, peccato che sull’Italia mantengano questa visione preconcetta».
    Stavolta usano un altro argomento: Berlusconi deve andarsene, dicono, perché ha fallito le riforme.
    «Bisogna riconoscerlo: fanno una critica più seria. Direi accettabile. Sulle riforme, la si può pensare come si vuole. E forse l’ Economist ha qualche ragione: non si sono raggiunti i risultati che Berlusconi e tutti noi speravamo. Finalmente è la critica d’un giornale politico, con motivazioni più fondate. Perché quelle che l’ Economist faceva negli anni scorsi, sui guai giudiziari o sul conflitto d’interessi, per gli italiani non erano così importanti. E non hanno mai frenato l’attività di governo».
    Jas Gawronski, 70 anni, eurodeputato di Forza Italia, nel 1994 fu il primo portavoce del primo governo Berlusconi. Nipote del fondatore della Stampa , corrispondente Rai da mezzo mondo, collaboratore di Mediaset, il giornalista che intervistò Papa Wojtyla tiene in mazzetta i grandi quotidiani - non proprio di sinistra - che in questi giorni scaricano il Cavaliere: The Wall Street Journal e Le Figaro , Frankfurter Allgemeine Zeitung e Financial Times . S’è fatto un’idea: «Un po’ di ragioni le hanno, sotto sotto. Berlusconi è un personaggio anomalo, diverso da tutti gli altri. Un unicum sulla scena mondiale. È un disturbatore e questo dà un po’ fastidio. Però è anche uno che affascina, fa sempre notizia. Ed è per questo che lo seguono più di chiunque altro. Guardi Prodi: non suscita alcun interesse. La stessa stampa non lo tratta per niente. E quand’era presidente della Commissione europea, gli inglesi scrivevano su di lui cose molto più feroci che su Berlusconi».
    Oggi, però, Berlusconi lo conoscono meglio...
    «Nel 1994, quando c’ero io, era tutto più emozionante. C’era più entusiasmo, in Berlusconi e in tutti noi. La speranza di cambiare le cose. Ma tutto si corrode, col tempo. E Berlusconi, per quanto anomalo, è diventato più un politico».
    Ha mai provato, lei, a far cambiare idea ai giornalisti stranieri?
    «La stampa straniera è importante solo se condiziona i mercati. O se viene ripresa dai giornali italiani, cosa che accade troppo sovente. Noi facevamo colazioni col Financial Times , col New York Times . Ma siccome siamo più caciaroni, certi difetti che ci trovano gli stranieri a noi non sono così evidenti. Prenda i "coglioni"...».
    Cioè?
    «Uno pensa che dirlo qui non faccia così impressione. All’estero, ha un’altra eco».
    E le sfuriate alla Stampa estera? Stavolta, il premier non ci è andato...
    «Lì, ci sono tutti i cliché che riprendeva l’ Economist . Quel che dà fastidio agli stranieri è il conflitto d’interessi. Non lo capiscono. Anche se poi tutto si riduce a Tg4 e Studio Aperto . Ridicolo, quel che è accaduto a Canale 5: un giornalista straniero non si farebbe mai etichettare "di sinistra". E se ne fotte del contesto: l’intervista, la fa sempre».
    Berlusconi il Comunicatore ha sbagliato tutto, con la stampa straniera...
    «Il suo problema è gestire il tempo, preferire l’intervista con un giornale locale. Lui ritiene più importante parlare con La Gazzetta del Mezzogiorno che col New York Times . Sbaglia, perché gli stranieri escono sempre impressionati da una sua intervista: si prenda un addetto che si occupi solo di quello».
    Il Cavaliere ha mandato proconsoli per mezza Londra, pur d’«ammorbidire» i giornali...
    «Evidentemente, non ha funzionato».


    Francesco Battistini







    07 aprile 2006

 

 

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