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    Predefinito Mai così disarmati. Spiritualmente.

    Maurizio Blondet
    07/04/2006

    Tanti lettori mi chiedono una cosa.
    Sostanzialmente questa: perché consiglia di votare Berlusconi, quando è il più filo-americano di tutti?
    Infatti, tra le molte cose che rimprovero al Cavaliere, si sarà notato, non c'è la sua partecipazione all'occupazione dell'Iraq a fianco di Bush.
    La ragione è semplice e cruda: questa partecipazione era ineluttabile.
    La Francia e la Germania hanno potuto dire no, per un solo motivo: hanno l'autonomia militare. Parigi ha la bomba atomica, e dai tempi di De Gaulle estende il suo ombrello nucleare su Berlino. La Francia dispone di una «forza di spiegamento rapido»: un corpo di elite di 30 mila uomini, con logistica propria, capace di essere aerotrasportato in ogni punto del mondo.
    Le forze armate tedesche sono sufficienti.
    Sufficienti a che cosa?
    A difendere il proprio Paese, nel caso che l'alleato americano li abbandoni.
    Le modeste forze franco-tedesche bastano nella situazione attuale, in cui è scomparso il nemico strategico sovietico, a tenere a bada un nemico potenziale tattico.
    L'Italia no.
    Il nostro esercito consta sì e no di 8 mila uomini, con armamento pateticamente vecchio: ciò significa che se non ci difende «l'alleato», non siamo in grado di difenderci da soli.
    Abbiamo bisogno di stare al seguito degli USA, anche se sono malvagi e follemente avviati, in questi ultimi anni (o «ultimi tempi») in una strada satanicamente criminale.



    Né credo che la sinistra, arrivata al potere, potrà fare altrimenti che restare con questo orribile «alleato».
    Del resto anche Parigi e Berlino hanno già molto ceduto rispetto al dignitoso no di qualche anno fa; ora Chirac cerca di recuperare terreno, è con gli USA nella satanizzazione dell'Iran e della Siria; in Germania, la Merkel è tutta «nuova Europa» filo-americana.
    Capisco che questa constatazione suscita la rivolta morale di tanti lettori: come?
    Partecipare alle inique feroci guerre di Bush?
    Infatti, la cosa è umiliante, come essere forzati a tenere bordone ad assassini e delinquenti.
    Però, i lettori devono apprendere in fretta questa lezione elementare della storia e della politica.
    La politica estera è, radicalmente, una politica della forza.
    Lo è sempre stata in qualche misura; oggi, dopo l'11 settembre, è tornata ad esserlo nel modo più atroce.
    Bisogna capirlo, per non cullarsi in illusioni sentimentalistiche.
    Si prenda sul serio la «National Security Strategy» che la Casa Bianca ha emanato nel 2002, ed ha sostanzialmente confermato pochi mesi fa (1).
    In essa, l'America si arroga il diritto ad usare la forza (e la sua «ineguagliabile forza militare» da superpotenza) «contro l'integrità territoriale o l'indipendenza di qualunque Stato» l'America consideri «minaccioso» per i suoi interessi nazionali.
    E ciò - che è gravissimo - in maniera «preventiva»: ossia senza che lo Stato preso a bersaglio abbia dichiarato guerra agli Stati Uniti.
    La guerra preventiva è un crimine secondo lo stesso pseudo-diritto creato dagli americani a Norimberga.
    Ma c'è di peggio.



    Quella nuova dottrina strategica USA, è stato notato, «liquida l'ordine che ha governatole relazioni internazionali fin dal trattato di Westfalia del 1648».
    Allora, alla fine della guerra dei Trent'Anni, l'Europa impose - con uno sforzo giuridico straordinario, di eccezionale civiltà - il principio della legalità anche nello stato di guerra.
    Le guerre dovevano essere «dichiarate».
    Il nemico doveva essere «legittimo».
    Il che significa: i belligeranti riconoscevano nello Stato nemico un potere sovrano degno di esistere. In tal modo, diventava possibile finire la guerra: con trattati di pace.
    Perché la pace non è possibile - e la guerra diventa perpetua - se i belligeranti non si riconoscono l'un l'altro come nemici legittimi, e perciò legittimati a legarsi l'un l'altro con trattati.
    Questa politica giuridica di Westfalia è quella che, secolo dopo secolo, sottende l'ordine internazionale.
    Le grandi alleanze sotto cui abbiamo vissuto sicuri, come la NATO, fino all'ONU che - concepita dai suoi massonici creatori come «governo mondiale» - ha acquistato una sua legittimità (benchè non un'efficacia) come «tavolo dei negoziati di ultima istanza»: il luogo dove nemici sull'orlo della guerra potevano ancora parlarsi, negoziare e firmare trattati per scongiurarla.
    In breve, il diritto internazionale creato dall'Europa si sforzava di ridurre la guerra ad «ultima ratio».
    E' questo l'ordine che Bush ha distrutto.



    Ora, la violenza è tornata ad essere la «prima ratio».
    Solo il forte detta il diritto.
    Questo è il mondo in cui viviamo.
    Voglio sottolineare la radice ebraica di questo neo-diritto della forza.
    Israele non ha mai riconosciuto legittimo alcun nemico.
    Il nemico, per Israele, non è qualcuno con cui prima o poi bisognerà sedersi a negoziare, e firmare un trattato di pace: è qualcuno da sterminare.
    Non sto esagerando.
    Constato che gli ebrei non hanno firmato il trattato di Westfalia.
    Il loro «diritto internazionale», loro, lo leggono nelle loro Scritture.
    Dove il loro Dio ordina a Salomone il genocidio degli Amaleciti: «uccidi uomini e donne, ragazzi e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» (1 Samuele, 15, 2-4), e punisce Salomone per aver risparmiato (per sé) alcune greggi.
    E' questo il principio che Israele applica ai palestinesi, ed anche a tutti i popoli che considera nemici.
    E' per questo che Israele è armatissima e si arma sempre più, anche di mezzi nucleari: per non dover mai essere forzata a sedersi a un tavolo di negoziato.
    Se si ritira da qualche ettaro, lo fa unilateralmente: perché non riconosce al nemico alcuna legittimità.



    Gli USA di oggi seguono ormai questo «diritto», non quello che loro stessi hanno contribuitoa plasmare nell'ultimo secolo.
    E non solo non riconoscono alcuna legittimità al nemico potenziale; non la riconoscono nemmeno agli alleati.
    Rileggiamo la frase sul documento della Sicurezza Nazionale: minaccia l'uso della forza contro «qualunque» Stato.
    Nessuno escluso.
    Anche gli alleati che, a suo giudizio, sono diventati «nemici».
    E' questa la situazione in cui noi italiani ci troviamo.
    Il nostro «alleato» è anche il solo vero nemico che dobbiamo temere.
    Un nemico reale.
    Il più armato di tutti, e che non esclude per principio che non ci bombarderà.
    E affiancato nel Mediterraneo da un Israele che ha 200-300 bombe atomiche, e non dichiara a «quali condizioni» è disposta ad usarle, né contro chi.
    Che dunque minaccia implicitamente anche noi.
    E' tornato il regno della pura forza.
    Dove chi è militarmente debole - come noi - deve stare alleato con il suo nemico potenziale. Naturalmente, questa non è più un'alleanza, ma uno stato di servaggio.



    Ed è colpa nostra.
    Come sancì Plotino: «che i vili sian governati dai malvagi, è giusto».
    E' la retribuzione della nostra viltà.
    Da che mondo è mondo, ogni popolo, in fondo, è tanto libero quanto è pronto a combattere per la propria libertà.
    Se non è pronto a combattere, deve rendersi schiavo del potente, dell'armato e del violento.
    Sento già la protesta del sentimentalismo pacifista, no-global, semi-cattolico: «un altro mondo è possibile».
    Un mondo senza eserciti.
    Ebbene sì, è possibile: semprechè si sia disposti a morire per quel mondo.
    Al punto in cui siamo, è inane proporre il riarmo nazionale ed europeo: la superiorià Usa-Israele è tale, che non può essere colmata da nessuna corsa agli armamenti.
    Ma la rinuncia alle armi non esime dalla prontezza a morire.
    «Un altro mondo è possibile?».
    Ma non coi buoni sentimenti.
    E' possibile al modo di Gandhi, che vinse contro una potenza militare superiore.
    Ora, se i nostri sentimentali si vanno a leggere Gandhi, scopriranno che fu un militare: «salvo la disposizione ad uccidere», scrisse, «accetto tutto della vita militare».
    Ossia: disciplina, obbedienza, sacrificio, prigionia, ferite, fino alla disposizione a morire.
    «Siam pronti alla morte» dove essere l'inno dei pacifisti, se sono seri.



    Nel regno della forza, la prontezza a morire è la sola arma che può far vincere.
    La sola vera arma dei soldati, dopotutto, da sempre.
    Ecco qui il motivo per cui la religione è essenziale per popoli che vogliono essere liberi.
    Perché popoli liberi sono disposti a morire, e chi è disposto a morire è davanti al suo Dio.
    Si mette nelle Sue mani, chiede perdono e perdona (il nemico anzitutto: il vero soldato non odia e non ha rabbia, Gandhi non odiava), perché fra qualche ora - in obbedienza agli ordini ricevuti - morirà.
    Ed è per questo che la Chiesa post-conciliare è sommamente colpevole.
    Colpevole di sentimentalismo, di non aver ricordato ai suoi catto-pacifisti che la condizione della pace è la disposizione alla guerra - spiritualmente: «estote parati»; «non sono venuto a portare la pace ma la spada», disse Gesù.
    Crudo, brutale?
    Ma leggete il Vangelo: troverete il più brutale realismo nelle parole di Gesù.
    E nessun sentimentalismo.
    La spiritualità è realismo, e del più crudo.
    Valuta l'invicibilità umana dell'avversario, e la sfida.
    «Io ho vinto il mondo», dice Gesù.
    Ma sappiamo come, a che prezzo.
    «Un altro mondo è possibile» solo a quel prezzo.



    Ed ecco perché la chiecchiera della «politica» italiana è vuota ed anche inutile.
    Non è quello il livello decisivo.
    Il livello decisivo è quello dalla spiritualità, del riarmo dell'anima, appunto ora - ora che è arrivato il regno della forza, che è il regno del «princeps huius mundi».
    E non siamo mai stati così disarmati.
    Siamo servi, perché siamo imbelli.
    Temiamo di morire (di andare davanti al nostro Dio) e per questo ci dobbiamo adattare a servire.
    Del resto, servi siamo da molto tempo, dei nostri stessi capi interni.
    Dicevo che - per nostra volontà - abbiamo un esercito di soli 8 mila uomini.
    In compenso, le nostre polizie ammontano a mezzo milione di uomini armati.
    L'esercito è destinato a tenere a bada il «nemico esterno», che evidentemente non temiamo.
    Ma il 500 mila poliziotti, chi tengono a bada?
    Il «nemico interno»: ossia noi, i cittadini.
    La burocrazia di questo Stato ci considera così - il potenziale nemico interno - e si è potentemente armata per dominarci.
    Come?
    Fra l'altro, con le tasse.
    Non c'è mai stato in Europa monarca o imperatore, anche il più avido, che abbia imposto l'estrazione fiscale del 50 % dei redditi dei suoi sudditi.
    La «democrazia» burocratica lo fa, senza che noi protestiamo.



    Ora, il pagamento del tributo, delle tasse, nell'Europa dei popoli liberi è stato sempre «considerato un disonore, una vergogna riservata ai Paesi conquistati, il segno visibile della schiavitù», spiega Simone Weil (2).
    Nessuna testa coronata osava spingere la tassazione oltre un modesto limite; i cittadini liberi erano pronti alla rivolta, alla morte, per restare liberi.
    Shakespeare protesta contro l'esazione fiscale in modo significativo: «questa terra ha compiuto una vergognosa sconfitta di se stessa».
    L'acquiescenza alle tasse era appunto «una vergogna da Paese conquistato».
    Non a caso, fino a ieri, il primo introito fiscale degli Stati era costituito dai dazi: una giusta tassa, essenzialmente sul lusso, sui consumi superflui importati.
    La globalizzazione ha abolito i dazi.
    Ora tutta la tassazione grava sui redditi personali, e specificamente sui redditi dei poveri (i ricchi evadono come vogliono).
    Ciò ha perfezionato la nostra schiavitù.
    E votando Prodi, chiediamo che ci renda più schiavi ancora, perché possa continuare a pagare i nostri dominatori interni.
    Noi stessi lo chiediamo.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Ne ho parlato diffusamente nel mio «Chi comanda in America», Effedieffe, 2002, pagina164.
    2) Simone Weil, «La prima radice», Leonardo, 1996, pagina 97. Questo è il solo libro di Simone Weil che valga la pena di leggere, e senza precauzioni. Nelle intenzioni dell'autrice, che lo scrisse quando aderì alla resistenza gaullista, era di enunciare i principii di una Costituzione per una Francia veramente libera. Qui, la Weil indica nel «radicamento» (enracinement) il primo «bisogno dell'anima» che lo Stato deve soddisfare; e contro i comunisti mette tra i «bisogni dell'anima» anche la proprietà privata. E stila tutta una possibile democrazia senza partiti e senza giornali inutili: una inaudita critica dei media come corruttori dello spirito. La «libertà d'opinione» dev'essere garantita, ma nelle sedi giuste, non nell'abuso fattone dai giornali. E' inutile sottolineare quanto questa critica valga per la TV.





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  2. #2
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    Blondet mi piace sempre meno...

  3. #3
    kalashnikov47
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    Parole sante. Ma sulla politica estera, Blondet ha dimenticato la Russia. Noi europei, potremmo appoggiarci alla sua forza militare. O no? In fondo le fonti energetiche (petrolio e gas) ce le da' Putin mica Bush.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da kalashnikov47
    Parole sante. Ma sulla politica estera, Blondet ha dimenticato la Russia. Noi europei, potremmo appoggiarci alla sua forza militare. O no? In fondo le fonti energetiche (petrolio e gas) ce le da' Putin mica Bush.
    L'Eurasia è un grande (e bellissimo) sogno...

 

 

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