Vestiremo alla dalemiana
Il marinaretto ha deciso che il Cav. non può guidare neanche
l’opposizione
Massimo D’Alema, dopo aver cercato di sistemare a suo modo gli assetti
bancari sostenendo la scalata di Unipol alla Banca nazionale del
lavoro, con il noto esito catastrofico, dopo aver cercato di stablire
insieme a Franco Marini gli assetti di potere delle istituzioni dopo la
vittoria elettorale, che ancora non ha ottenuto, ha dedicato gli ultimi
scampoli di tempo della campagna elettorale per dettare gli
organigrammi dei suoi avversari. Ha spiegato che Silvio Berlusconi non
è adatto neppure a guidare l’opposizione, in caso di vittoria del
centrosinistra, e che questo suo parere non richiesto sarebbe un
contributo per migliorare la condizione del centrodestra.
D’Alema, che quand’era presidente del Consiglio riunì a Gargonza i suoi
fedeli per illustrare il suo pensiero da “scienziato della politica”,
come si autodefinì con sprezzo del ridicolo, ha l’abitudine di indicare
i ruoli che debbono interpretare gli altri, ma raramente l’azzecca. E’
convinto che gli uomini politici seguano, come i venti che pensa di
dominare al timone della sua imbarcazione, la legge fisica del
parallelogramma delle forze. Ma questa scienza da marinaretto spesso lo
induce in errore. La politica, quella vera, almeno sinora ha rifiutato
testardamente di vestirsi alla dalemiana. Romano Prodi, che secondo lui
avrebbe dovuto accontentarsi dell’onorevole pensionamento a Bruxelles,
gli ha invece restituito la pariglia con la lista dell’Asinello e alla
fine si è preso la rivincita diventando il leader dell’Unione.
Berlusconi, al quale già nel 1996 era stato pronosticato che non
sarebbe riuscito, e anzi non si sarebbe neppure impegnato a condurre
un’opposizione efficace, invece è tornato a vincere nel 2001 e ancora
oggi si batte per una conferma difficile ma non impossibile. Tutto
questo non corrisponde ai geometrici disegni dalemiani, che in realtà
non si realizzano quasi mai, ma D’Alema continua a non riflettere sul
fatto che forse il difetto di base consiste nell’identificazione, più o
meno inconscia, che continua a fare testardamente fra i suoi interessi
e quella che chiama la “razionalità politica”. Non si rende neppure
conto che questa sua pretesa di dettare le scelte non solo nel suo
schieramento ma anche in quello avversario, ricorda il modo con cui,
nei paesi a “democrazia popolare”, i comunisti sceglievano anche i
dirigenti degli altri partiti. La sgradevole sensazione di illiberalità
che aleggia attorno all’Unione, così, trova un’altra conferma.
Il Foglio
(08/04/2006)




, ha l’abitudine di indicare
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