ROMA - "Brancher sì, i leghisti sì". Così risponde Antonio Fazio alle domande dei pm milanesi che lo incalzano, che gli chiedono se sapesse dei soldi dati da Fiorani ai politici. L'ex governatore alla fine avrebbe risposto laconico, con quattro parole. Poche, ma abbastanza per confermare le accuse di Fiorani e mettere ancora più in difficoltà il sottosegretario Aldo Brancher (Forza Italia) e i leghisti.
È il 22 marzo scorso quando l'ex uomo forte di via Nazionale si presenta davanti ai magistrati: "Antonio Fazio". Professione: "Pensionato". E subito tenta la sua difesa, fatta di tanti "no", "nego". Ma anche di qualche ammissione, soprattutto riguardo agli incontri, tanti, con i protagonisti della scalata Antonveneta e alle intercettazioni telefoniche per le quali chiese addirittura aiuto al ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu.
I pm Eugenio Fusco, Francesco Greco e Giulia Perrotti lo incalzano. Fazio, assistito dal suo legale Franco Coppi, non può negare tutto: "È vero, ammetto che a settembre del 2004 ci fu un incontro a casa mia. C'erano - racconta l'ex Governatore - Grillo e Tarolli e studiammo la questione", dove per "questione" si intende la scalata Antonveneta.
Fazio non ammette una virgola di più, ma per gli inquirenti è abbastanza perché potrebbe dimostrare che Fazio era a conoscenza della scalata già a settembre. Poi i pm tirano fuori altre date, altri incontri: "È vero, sono venuti a casa mia anche in altre occasioni. C'è stato un incontro il 19 marzo 2005". Insomma, i rapporti con i protagonisti della scalata Antonveneta e con i membri del "partito di Fazio" erano frequenti.
Ma le accuse di Fiorani sono più pesanti: "Fazio era il nostro registra. Tutta l'operazione Antonveneta è stata avallata, guidata e garantita da lui", giura e spergiura l'ex numero uno di Lodi. Fazio respinge categorico l'accusa: "È vero, ho detto a Fiorani che a me andava bene la sua operazione nel febbraio 2005. Ma è falso che lui mi abbia sempre informato. Ricordo che una volta mi diede un foglietto con i nomi di tutti gli alleati". Chi c'era? "Non mi ricordo esattamente. Forse Ricucci, Gavio, Zunino. C'era Coppola. Unipol invece no".
Insomma, incalzano i pm, lei era neutrale rispetto alla scalata Antonveneta: "Io mi sono sempre comportato secondo quello che era giusto, è chiaro, però, che se la soluzione era italiana mi faceva piacere". E a Gnutti che cosa disse? "Che se facevano affari insieme (con Fiorani, ndr) mi faceva piacere".
Poi i magistrati - che pochi giorni prima hanno sentito Cesare Geronzi ed Ennio Doris - puntano il dito sugli incontri di Fazio con il numero uno di Capitalia (attualmente sospeso) e di Mediolanum, proprio allo scadere del patto di sindacato che guidava Antonveneta: "Non ho dato nessuna indicazione a Benetton e Doris, non ho cercato di spingerli a vendere a Fiorani", assicura Fazio.
E aggiunge: "Anzi, io ero favorevole al rinnovo del patto che guidava la banca di Padova, lo stesso Groenink - numero uno di Abn Amro - lo disse dopo avermi incontrato". Ma non basta. Bisogna chiarire che cosa accadde dopo. I mesi in cui all'orizzonte si prospettava una possibilità: una fusione Capitalia e Antonveneta, in una grande società partecipata da Abn Amro.
Fazio, però, non vede di buon occhio la cosa. E ai giudici spiega perché usando parole non proprio entusiastiche nei confronti della banca di Geronzi, il suo ex-pupillo: "In Italia ci sono grandi banche, Intesa, Unicredit, San Paolo. Tra gli istituti maggiori Capitalia è il più debole. Per questo ero perplesso, temevo che poi Abn si sarebbe comprato tutto lanciando un'Opa".
Possibile. Ma i pm sono convinti che Fazio abbia ostacolato l'operazione perché era già impegnato al fianco della scalata Antonveneta: "È falso - taglia corto l'ex Governatore - io il disco verde l'ho dato soltanto l'11 luglio". La notte della telefonata a Fiorani, del bacio in fronte. Poi avvertì Grillo? "No", risponde Fazio. Una versione apparentemente contrastante con quella del senatore azzurro che ha raccontato di essere passato a prendere il Governatore in ufficio quella sera.
Infine le intercettazioni. Chiedono i pm: come sapeva di essere sotto controllo? "Era un dubbio, un sospetto. Ma pensavo che si trattasse di qualcosa di illegale, credevo fossero quelli di Abn Amro a controllarmi, magari con quella società di investigazioni private, la Kroll. A maggio, quando mi venne a trovare, ne parlai anche con il ministro Pisanu, gli chiesi se poteva fare una verifica. Lui disse che si sarebbe interessato, ma poi non mi rispose niente".




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