Dal n° 202 - Novembre 2002
Martin Sprouse (a cura di)
Sabotaggio negli USA.
Storie di estraneità, rifiuto del lavoro, autodifesa e vendettaDerive/Approdi, Roma 1998, pp. 207, euro 12,39
«Più quel figlio di puttana mi fa fretta, più io rallento,dovesse pure costarmi la pelle...»
«Le ore sono lunghe e la paga è bassa, quindi prenditela comoda e fottili tutti»
Abbiamo già avuto modo, in un precedente e recente articolo, di lambire la complessa (ma non troppo, in fondo ...) realtà socioeconomica del cosiddetto «nord-est» italiano, una realtà che sostanzialmente non è altro che un riflesso di quella grande stella luciferina che chiamiamo americanismo, intendendo con ciò non certo che questa luce sinistra brilli soltanto in quella particolare porzione di mondo, ma che in quella porzione di mondo questa concezione dell'esistenza, nata chissà dove e chissà quando, si è sviluppata ed evoluta al massimo grado. II Triveneto degli ultimi venti anni ha fatto notizia perchè ha semplicemente riproposto un modello americaneggiante della società e dell’economia che nello stesso contesto del settentrione italiano ha costituito una indubbia novità in un panorama produttivo dominato dalla grande industria statalizzata del triangolo industriale da un lato, e dalla piccola o piccolissima impresa artigiana dall'altro, incapace di superare gli angusti confini locali.
Sempre in alcuni trascorsi articoli avemmo modo di puntualizzare come la stessa definizione del borghese, in un contesto del tutto particolare e specialissimo, servisse a connotare anche un tipo umano che ‑seppure intimamente alieno dalla spiritualità dell'uomo differenziato‑ potesse e dovesse convivere pacificamente e proficuamente nell'ambito del vero Stato tradizionale. Ovvero come, in alcuni valori borghesi dei tempi andati, potesse baluginare una seppure fievole fiammella staccatasi dal fuoco vivido della più autentica forma tradizionale in generale e nordico‑ario europea in particolare.
Così certo non è per le orde americanizzate (e non le definiamo nemmeno più come giudaizzate, perché faremmo loro un onore!) che infettano l'Occidente.
Essendo il denaro l'icona di queste folle, cosa distinguerebbe più il semplice bandito da strada dal «buon padre di famiglia» del diritto italico? La risposta probabilmente è: I'etica del lavoro. Elaborata e sviluppatasi sopratutto in ambiente protestante anche in margine a considerazioni teologiche inerenti la Riforma (ricordate le sparate di Bossi sul fare abbracciare ai popoli padani il protestantesimo?) questa forma mentis ha permeato di sè anche ambienti culturali ben diversi (anche se, volendo citare l'esempio del Giappone contemporaneo, in questo caso siamo di fronte ad un sostrato spartano‑prussiano fortemente comunitarista che, costretto per legge ad estinguersi e morire si sublimerà anche nel gigantismo di una produzione industriale sterminata e ottenuta mediante rapporti sociali parafeudali e paramilitari). Tra questi ambienti ed alcune aree della Padania del dopoguerra (pensiamo alla Milano appunto di quegli anni) e segnatamente il Triveneto attuale ove sembra che solo il lavoro -nella accezione deteriore di questa parola‑ conferisca dignità agli esseri umani.
Come nelle antiche civiltà tradizionali l'iniziazione maschile trasformava il bambino in guerriero in grado, appunto, di combattere per la propria Comunità, così nel deserto spirituale dell'americanismo compiutamente incarnatosi nelle lande padane, solo l'ingresso nel mitico mondo del lavoro sancisce l'emancipazione del giovane ed il suo divenire uomo ad ogni effetto. La mancanza di un’attività lavorativa viene vista come spia di bassezza morale, inettitudine, asocialità in quanto il non lavorare in una realtà dove il lavoro obiettivamente non manca, non può che rivelare attitudini ed indole parassitaria. Persino i rari giovani che ancora «vanno preti» o peggio, frati, vengono visti ‑sotto sotto ed inconfessabilmente- come dei falliti. Il fatto poi che vi possa essere chi, rifiutando il lavoro, rifiuta però anche gli agi materiali della vita borghese che soltanto un reddito in danaro può conferire, non sposta di un millimetro le convinzioni dominanti secondo le quali rifiutare gli standards di quella che è la sola esistenza concepibile significa rifiutare la verità tout court.
Nel film "Aguirre" di W. Herzog ambientato durante la Conquista spagnola delle Americhe, una colonna di esploratori incontra, nella selva Amazzonica, alcuni indios al cui capo viene offerta una Bibbia, senza che si possa ovviamente spiegare, per ovvie barriere linguistiche, che cosa esattamente essa fosse; l'indigeno, poichè in quell'oggetto non vedeva alcuna utilità immediata nè scaturiva da esso alcun segno prodigioso, la getta a terra venendo immediatamente ucciso. Per la nuova borghesia padana, come secoli orsono fu per quella olandese o inglese, il lavoro è la nuova Parola di Dio e chi lo rifiuta deve essere, in qualche modo, eliminato. AI contrario, all'imprenditore di successo vengono rimessi tutti i peccati, anche quelli che la vecchia morale borghese di un tempo non avrebbe mai potuto tollerare: non solo la solita infedeltà coniugale, ma anche la vera e propria depravazione sessuale, l'uso di droghe, la tratta di immigrati clandestini impiegati illegalmente, per non parlare dei reati fiscali e valutari o ambientali. Tutti comportamenti che, anche dalla gente comune, vengono giustificati o come legittimo sfogo vitale individuale di persone peraltro interamente dedite al lavoro, o come legittima resistenza a leggi e norme ritenute soffocanti e penalizzanti per l'economia.
Valga come esempio la squallida parabola dell'associazione "LIFE" (Liberi Imprenditori Federalisti Europei) che dopo svariati scontri fisici con la Guardia di Finanza (e fin qua non ce ne frega un cazzo) e ricorsi contro il "Velomatic" (!!!) ha potuto assaggiare, in territorio austriaco, il bastone non solo figurato della polizia di uno Stato borghese moderno ed efficiente che ha però il pessimo vezzo di reclamare il pagamento dei pedaggi autostradali... Ora saranno forse ripiegati in Romania, dove lo Stato non c'è per niente... del resto «meno Stato, più mercato!».
II libro che qui presentiamo è apparso negli Stati Uniti nel 1992 con il titolo "Sabotage in the American Workplace. Anecdotes of dissatisfaction, mischief and revenge". II titolo italiano suona un po' pomposo e potrebbe indurre a pensare che tratti argomenti affatto diversi, anche se il sottotitolo ci riporta alla realtà. L'autore, del quale non si evince quasi nulla dalle note introduttive e di copertina, ha semplicemente voluto raccogliere delle testimonianze, ovviamente anonime, di decine di lavoratori americani impiegati nelle più svariate attività produttive e lavorative. Vi sono rappresentati, tra gli altri, i settori dell'industria meccanica ed alimentare, della grande distribuzione commerciale, dell'edilizia, dell'agricoltura, degli uffici sia privati che pubblici, delle poste, degli alberghi e ristoranti, dei trasporti pubblici, della sanità e persino delle Forze Armate.
Tutte queste persone raccontano dunque all'intervistatore la loro storia lavorativa, storie di operai, impiegati, commessi, inservienti, braccianti ma anche di funzionari di alto livello o tecnici informatici con stipendi da migliaia di dollari, uniti dalla loro condizione di lavoratori dipendenti e sopratutto dalla loro alienazione e dalla consapevolezza di essere sottopagati, male utilizzati, perseguitati dai capi...
Chi credesse dì trovarsi di fronte semplicemente a lavativi e scansafatiche e profittatori rimarrebbe però stupito dalla testimonianza di uomini e donne, in particolare giovani, che ‑iniziato un qualsiasi lavoro animati da forti motivazioni e da spirito di servizio‑ si ritrovano dopo pochi anni, o mesi, a doversi scontrare con padroni, superiori o colleghi dalla mentalità ottusa e limitata che ‑si badi bene!‑ spesso nella loro frenetica attività mirata alla massima produttività ed al massimo profitto riescono a centrare proprio l'obiettivo opposto: la disorganizzazione e l'inefficienza! «... lo feci in modo che le cose funzionassero in maniera più liscia. Stavo facendo di più di quello che mi era richiesto di fare, lo facevo sopratutto perchè non sopportavo quel disordine e anche perchè mi aspettavo che il mio lavoro venisse apprezzato». O ancora: «Mi piaceva lavorare con le macchine e costruire cose. Ero ambizioso e imparai a conoscere tutte le macchine dell'officina. Quella che usavo era costosa e inefficiente, così (...) costruii una parte che permetteva di tagliare meglio i tubi e facilitava il mio lavoro. Presto cominciai a lavorare sulle altre macchine per renderle più efficienti e migliorare le condizioni di lavoro di molti operai. AI caporeparto non piaceva (...) facevo anche fare brutta figura a lui. Mi ordinò di smetterla, così decisi di licenziarmi, ma prima di farlo arrecai alla compagnia danni per migliaia di dollari». Ecco che, come abbiamo visto e con motivazioni diversissime (non escluso, certo, il mero risentimento personale) scatta la trappola micidiale del boicottaggio e del sabotaggio vero e proprio, sia passivi che attivi ed espressi attraverso un multiforme campionario di azioni ed omissioni come il danneggiamento dei macchinari, la distruzione dei documenti, la cancellazione di dati informatizzati, il furto, ma anche più prosaicamente la non collaborazione, l'assenteismo, il rallentamento della produzione, la finzione, come in questa francamente impressionante e surreale testimonianza, che da sola basterebbe a fotografare impietosamente lo squallore e la miseria a cui può ridursi il lavoro salariato, e che riguarda un giardiniere in un complesso cimiteriale: «Dovevamo tagliare l'erba anche se non ce n'era bisogno, solo per tenerci occupati. (...) Mi stancai di respirare i fumi dello scarico del tosaerba e pensai che potevo andare fuori nel giardino e semplicemente fingere di tagliare l'erba. (...) Se mi portavo a un paio di acri di distanza il direttore non riusciva a sentire se il motore del tosaerba era acceso. Di solito c'erano altre macchine in funzione il che favoriva la mia copertura. Non accendevo mai il motore. Fingevo solamente: tiravo la maniglia e camminavo in giro. Stavo là fuori per ore spingendo in giro un tosaerba spento». Nella sua esposizione minimalista si tratta di una testimonianza sconvolgente pur nella sua asetticità e banalità, o forse proprio per queste. Milioni di lavoratori ogni giorno, nell'Occidente sviluppato, vivono la miseria di una condizione radicalmente inumana, anche quando le mansioni svolte sono considerate leggere; non è infatti tanto o solo la pesantezza e la durezza fisica o mentale di una determinata mansione a provocare il processo di estraneamento, quanto la sua sostanziale inutilità o illogicità. L'uomo è in grado di lavorare sino allo sfiancamento, sino al completo esaurimento fisico e mentale e tuttavia, trascorso il giusto e indispensabile riposo, essere pronto a ricominciare quanto è cosciente che il suo operare, anche se è un operare modesto e magari anche meccanico e ripetitivo, costituisce un piccolo tassello di un'opera di creazione. Ogni uomo di sufficiente intelligenza e non completamente intossicato dai miasmi della sottocultura capitalistica, percepisce perfettamente la vacuità e l'assurdità di una routine fatta di autobus affollati e strade congestionate, cartellini da timbrare con l'assillo del ritardo, officine o uffici ingombri di merci e scartoffie estrenee diretti da padroni e capi prigionieri anch'essi del loro ruolo ...
Di tutte le testimonianze raccolte in questo libro forse nessuna esprime un reale antagonismo nei confronti del sistema, ed è proprio questo il dato insieme più sconfortante ma anche ‑forse‑ nel medesimo tempo foriero di una qualche speranza. Perchè se è vero che I'uomo qualunque continua a discendere come in trance la china della dissoluzione, è anche vero che quello stesso uomo ‑nel quale comunque la scintilla divina continua ad emanare il suo tenuo bagliore‑ riesce talvolta ad avvertire il respiro gelido e maligno del baratro in cui è risucchiato e, come chi istintivamente fugge un pericolo imminente, così grida il suo «no!» a questo vortice oscuro.
La resistenza alla schiavitù capitalistica, anche nella cittadella metropolitana, segue strade tortuose e sotterranee. Sta alla Rivoluzione fare, a Dio piacendo, da catalizzatore.
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