In memoria dello stato
Ci sarà un giudice in grado di capire che la lotta al terrorismo non è reato?
Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, che ora chiedono di processare ed eventualmente mandare in galera per sequestro di persona ai danni dell’imam Abu Omar l’ex capo del servizio di controspionaggio, generale Nicolò Pollari, e uno stuolo di agenti italiani e americani dell’intelligence, sono due esperti pm milanesi. Anche Ilda Boccassini e Gherardo Colombo lo sono, ma secondo una sentenza della Cassazione e i suoi più autorevoli interpreti hanno per anni ostinatamente preteso di giudicare l’imputato Berlusconi e altri, nel fatale processo Sme, non essendo con ogni evidenza i giudici naturali di quel cittadino e leader politico, già capo dell’opposizione e poi presidente del Consiglio. Ai sostituti procuratori ambrosiani non si può credere sulla parola, per quanto si debba rispettare il loro lavoro. Pesa su quella procura e su quel tribunale, in termini di legittima critica civile e non di gratuita denigrazione, il sospetto di accanimento giudiziario a sfondo politico. Pesa il dubbio che intorno a quel palazzo di giustizia agiscano, accompagnati da differenze funzionali comprensibili e di vecchia data, le spinte contrastanti di apparati della forza in lotta tra loro. Una volta è in ballo la Guardia di finanza con i suoi famosi Gico, una volta la polizia con i suoi origliamenti che sembrano intercettazioni, una volta ancora i servizi segreti. Non si può nemmeno negare che da quella cittadella giudiziaria siano venute sentenze sconcertanti in materia di lotta al terrorismo, molti anni dopo il sacrificio della vita di Galli e Alessandrini, magistrati abbattuti da terroristi negli anni Settanta, e a qualche anno dall’11 settembre.
Il problema ora è semplice. L’obbligatorietà dell’azione penale impone di considerare un “sequestro di persona” il prelevamento a Milano di Abu Omar, sospetto terrorista o collaboratore da esfiltrare da parte dei servizi di intelligence alleati, italiani e americani. Sulle circostanze del caso, però, l’esecutivo precedente e quello oggi in carica, insomma uno dei tre poteri su cui si fonda l’equilibrio dello stato, di cui sarebbe bene considerare il ruolo attuale e pressante nelle politiche di sicurezza, e non a futura memoria, hanno posto il segreto che si chiama, appunto, di stato. E nessuna collaborazione verrà dalle autorità americane, che autorizzarono per legge quel “sequestro” che in termini tecnico-giuridici si definisce, nella lotta al terrorismo in tutto il mondo, extraordinary rendition. I pm milanesi di tutto questo se ne infischiano, con il loro fiat iustitia pereat mundus, che non vale però quando si debba decidere chi è il giudice naturale di chi in casi di rilevante peso pubblico e politico. Va bene. Ma si troverà un giudice a Milano capace di capire che per una volta la procura ha torto, che su queste basi si può costruire soltanto un processo mutilato e invalido, e che la lotta al terrorismo non è un reato penale da punire con la galera?
il Foglio




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