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  1. #1
    laico progressista
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    Predefinito Il pasticcio delle cariche istituzionali

    Bertinotti sarà il nuovo presidente della Camera. La cosa non mi entusiasma affatto, e rappresenta un brutto inizio per l'Unione.
    Anzitutto perché smaschera alcune ipocrisie in casa di Rifondazione, che possono accendere micce pericolose. Bertinotti ha sempre dato sfoggio del gran rifiuto ministeriale, sembrava voler fare un passo indietro, puntando a trasformare un partito di lotta in partito di governo non per ambizioni personali, ma per una sorta di maturazione e di sincera revisione delle scelte passate. Niente di tutto questo. L'obiettivo era personale, ed era ben più ambizioso di un ministero. Lo si è visto non tanto per la candidatura allo scranno più alto del Parlamento, ma per come ha puntato i piedi, costringendo il più idoneo D'Alema alla resa.
    Immaginiamo quel che può pensare il semplice elettore di Rifondazione: Bertinotti rifiuta la proposta di ministeri pesanti per il suo partito (tra cui gli Esteri!!) per insistere sul balzo di carriera, che al partito può servire in modo molto meno incisivo. Uno scandalo, un'offesa da lavare col sangue. Chi pensa in questo modo di aver blandito la forza più pericolosa della coalizione, si sbaglia. Rifondazione dovrà rispondere al proprio elettorato, e dimostrargli, malgrado le apparenze, di non essersi venduta al potere. Non è il trono arabescato per il proprio leader che chiede il comunista incallito, ma garanzie sul lavoro, lotta alla disoccupazione, giustizia sociale.
    D'altra parte, incombe l'eventuale compensazione di questa scelta, che non fa certo sorridere. Bertinotti vigile, regista e arbitro delle dinamiche Parlamentari, può costituire comunque un pericolo e una minaccia per la coalizione, qualora si dovesse trovare sotto lo scacco delle forze massimaliste.
    Inoltre, lo sgarbo bertinottiano nei confronti dei Ds ha seminato malcelati malumori, che qualora non fossero ripagati con la Presidenza della Repubblica per D'Alema (e la strada è insidiosa e difficile di suo, anche perché a furia di parlarne, il nome è quasi bruciato) potrebbero avere ripercussioni molto serie sul Professore.
    Infine, alla segreteria di Rifondazione subentrerà Francesco Giordano. Buio totale sulle sue intenzioni, sulla sua conduzione futura, sul suo senso di responsabilità (che Bertinotti invece sembrava in qualche modo aver ritrovato).
    Staremo a vedere. Certo è che sin d'ora Prodi è stato costretto a scendere a patti con Rifondazione, a cedere al peso di ricatti e pretese. Se questa sarà la solfa che caratterizzerà i prossimi mesi, sapremo con assoluta certezza che saranno davvero pochi.

  2. #2
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    Può darsi che tu abbia ragione.

    Io credo piuttosto che la Presidenza della Camera al PRC, proprio per i motivi cui accenni, sia una garanzia.

    Quel che mi preoccupa è che, in questo braccio di ferro, il PRC ha dato prova del suo potere di ricatto su Prodi e nei confronti della coalizione.

    Credo anche che i DS abbiano sbagliato ad incaponirsi proprio su D'Alema, quando per la Presidenza della Camera avrebbero dovuto pensare anche ad altre figure, meno logore, meno compromesse e meno compromettenti.

    Credo anche che D'Alema abbia sbagliato ad abbandonare il Parlamento Europeo per tornare a candidarsi al Parlamento italiano, e che sbagli nel continuare a voler giocare un ruolo di primo piano nella politica italiana. E' stato Presidente del Consiglio, c'è arrivato in condizioni molto particolari. Per alcuni anni, come Segretario del PDS e come Presidente del Consiglio, ha giocato un ruolo di primo piano nella politica italiana. E' andata com'è andata, si cerchi un ruolo diverso.

  3. #3
    laico progressista
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    Sarei istintivamente d'accordo con te sul giudizio nei confronti di D'Alema. Anzi lo sono, dal momento che, come molti a sinistra, anch'io ho visto col fumo negli occhi le sue manovre prima inciuciste, poi inchiappettiste che hanno condotto l'elettorato nelle braccia della destra, la volta scorsa.
    Il D'Alema stratega sarà pure abile, ma ha fatto danni a non finire. Anche se bisogna riconoscergli il merito di saper ammettere gli errori e di essere uno dei pochi politici in grado di saper fare un passo indietro, quando occorre.
    In ogni caso, uno così non si riesce a tenere in panchina. Va accomodato dove può servire, appagandolo per renderlo innocuo. Una carica istituzionale sarebbe l'ideale. La Presidenza della Repubblica, per quanto immeritata, appare una scelta obbligata, e forse pure ragionevole.

    Comunque, il casino vero succederà al Senato, dove sentirei di scommettere che Marini non ce la farà. L'opzione Andreotti è fortissima, e se l'interessato accetterà di essere candidato, saranno dolori. La nostra maggioranza al Senato è fittizia, dal momento che siamo in vantaggio solo con gli emigrati: basta un minimo disaccordo, un paio di assenze di troppo, e i rapporti di forza si capovolgono.
    E se Marini non viene eletto, cominciamo la legislatura con un'altra, micidiale, serpe in seno.
    Io comunque, non mi sono mai fatto illusioni sulla durata del nuovo governo.
    Lo dico dal giorno dopo le elezioni: la vera tragedia di questo risultato, tanto più grave perché inaspettata, non è la maggioranza risicata, ma la resistenza di Berlusconi. Doveva essere seppellito, e invece è sempre lì, col suo bel pacchetto di consensi. Non siamo riusciti a togliercelo di mezzo. Questo è il vero incubo dei prossimi mesi e dei prossimi anni.

  4. #4
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    Sono considerazioni acute.

    Anch'io credo che il governo Prodi durerà poco. Il che, per noi, come repubblicani, potrebbe costituire una prova d'appello.

    Ma saremo in grado di non ripetere gli errori commessi?

    Rectius: la nostra dirigenza sarà in grado di non ripetere gli errori commessi?

  5. #5
    laico progressista
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    Anteporre l'adesione al Partito Democratico ad una forte riorganizzazione di tutta l'area repubblicana e liberaldemocratica esistente, significa continuare sulla strada sbagliata, sul percorso che ci rende deboli, insignificanti, e quindi presto defunti.
    Non so, anche se lo immagino, quali siano le intenzioni del Movimento.
    Il cambiamento di rotta comunque mi sembra doveroso e necessario.

    Siamo un partito in coma. Non ancora irreversibile, però. Servono scosse e terapie giuste per uscire dal tunnel, altrimenti crepiamo.

  6. #6
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    Siamo molto più forti di prima, nella misura in cui ora capiamo l'assurdità di volere la riorganizzazione di tutta l'area repubblicana e liberaldemocratica esistente.

    Non c'è NIENTE da riorganizzare. NIENTE da riunificare.
    Bisogna mettersi a lavorare da zero.

  7. #7
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    Il Partito Democratico ?

    Per noi non cambia nulla.

    Sarebbe stato diverso se fossimo stati capaci di costruire un consenso elettorale su di noi, e una conseguente responsabilità di rappresentanza. Visto che non ce l'abbiamo, possiamo permetterci il lusso di lavorare politicamente a prescindere dalla grossa questione del Partito Democratico.

  8. #8
    laico progressista
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    Citazione Originariamente Scritto da LUCIO
    Siamo molto più forti di prima, nella misura in cui ora capiamo l'assurdità di volere la riorganizzazione di tutta l'area repubblicana e liberaldemocratica esistente.

    Non c'è NIENTE da riorganizzare. NIENTE da riunificare.
    Bisogna mettersi a lavorare da zero.
    Se vale il tuo discorso, allora cambiamo nome, reinventiamoci una cosa nuova, e mandiamo al macero tutto il fardello "repubblicano". Se invece vuoi rinnovare la nostra tradizione e riproporla ex novo (cosa su cui non solo io, ma moltissimi di noi sarebbero d'accordo), devi partire da tutto quello che c'è, che è già poco. Se lo facciamo per conto nostro e basta, avremo sempre le ali tarpate. Come si è ampiamente dimostrato.

    Citazione Originariamente Scritto da LUCIO
    Il Partito Democratico ?

    Per noi non cambia nulla.

    Sarebbe stato diverso se fossimo stati capaci di costruire un consenso elettorale su di noi, e una conseguente responsabilità di rappresentanza. Visto che non ce l'abbiamo, possiamo permetterci il lusso di lavorare politicamente a prescindere dalla grossa questione del Partito Democratico.
    Assolutamente d'accordo.

  9. #9
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Arsena
    . . . allora cambiamo nome, reinventiamoci una cosa nuova, e mandiamo al macero tutto il fardello "repubblicano". Se invece vuoi rinnovare la nostra tradizione e riproporla ex novo (cosa su cui non solo io, ma moltissimi di noi sarebbero d'accordo), devi partire da tutto quello che c'è, che è già poco.

    La parola "Repubblicano" infatti io la abbandonerei.
    Così, su due piedi, non saprei quale aggettivo usare, ma credo proprio che sarebbe una buona idea abbandonare la parola "Repubblicano".

    Impariamo da Mazzini: non lasciamoci schiacciare dalle denominazioni.

  10. #10
    laico progressista
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    Non so cosa commentare.
    Siamo repubblicani, se ci togli questo, restiamo un gruppo di anime perse in cerca di una nuova identità.

    Non c'è nulla di cui vergognarsi a portare questo nome, nulla da abiurare, nulla da cancellare.
    Io vado fiero di definirmi "repubblicano", perché è un nome che porta una storia in cui mi riconosco, e a cui il Paese ha sempre tributato il valore.
    I nostri principi sono stati vincenti e sono ancora attualissimi.
    Se oggi i repubblicani sono ridotti così, la spiegazione possiamo solo darcela guardando a fondo nella nostra storia recente. Tutti ricordano il glorioso PRI dei tempi che furono, quello di Ugo La Malfa, di Visentini e di Spadolini. Ancora oggi i nostri avi sono spesso citati dai rappresentanti e dai commentatori politici come modelli a cui ispirarsi.
    Oggi però il nostro tradizionale elettorato ha perso fiducia nel partito storico, lo ha visto prostrarsi alla corte di un plutocrate che nulla aveva a che spartire con la nostra cultura democratica. Il danno del PRI si è riverberato su tutto l'immaginario collettivo, che associava i repubblicani a quel simbolo. Ma il PRI è stato condotto a questo degrado perché è rimasto in mano ad un solo leader senza scrupoli. Gli altri se ne erano andati prima, confluendo in altre formazioni di sinistra, disperdendo il nostro patrimonio, erodendo consensi, logorando la struttura principale.
    A sinistra, la Sbarbati ha cercato anche con merito di far rivivere la nostra epopea, fondandola su un partito nazionale, ma non è riuscita a qualificare il movimento, a ridargli la personalità e lo spessore politico e culturale di un tempo, ad aggiornare battaglie e contenuti, a distinguerlo dall'omologazione. Soprattutto non è riuscita nell'azione basilare e prioritaria di riunire tutti i rivoli della diaspora, recuperando quell'erosione che si era accumulata e dispersa nel tempo, cosicché l'elettore repubblicano ha trovato qualcosa della nostra cultura sparsa un po' dappertutto e lottizzata in piccoli feudi locali.
    La somma di tutte queste debolezze, che non sono riuscite a sommarsi tra loro e a riassumersi in proposta politica, è stata la nostra rovina. La rovina di tutti i repubblicani: quelli del PRI, ormai abbandonati al loro tragico destino, e quelli della sinistra, incapaci di farsi forza tra loro e di mettere in piedi un progetto comune.
    Ma gli errori dei singoli non inficiano la validità di un ideale.
    Si riparta dal basso dunque, e si ricominci a costruire. Dal basso questo oggi è possibile, perché le aspettative che ci accomunano sono sempre più le stesse. Solo una spinta dal basso, una spinta forte, trasversale ed univoca, può ridarci slancio e prospettive.

 

 
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