Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    SubZero
    Ospite

    Predefinito Urne che contengono cenere(di G.Adinolfi)

    La situazione della destra radicale alla chiusura della kermesse elettorale

    Le urne si chiudono ora, lo spoglio non è ancora iniziato, non sono ancora noti gli exit poll. Ho scelto di proposito di parlare al buio; dopo, tra qualche ora, sarebbe stato troppo facile.
    Forse avrete notato che dall’inizio di questa campagna mi sono espresso una volta soltanto; per commentare la rettifica richiestami per un articolo su noreporter che riportava una storia non bellissima verificatasi alla Bocca della Verità durante un comizio di AS. Ho concesso la rettifica anche se diversi presenti e persino uno degli organizzatori mi hanno confermato che quanto era stato scritto da Repubblica e da noi riportato, sfumatura più, sfumatura meno, corrispondeva al vero. Ma gli animi si sono così incattiviti in questa guerricciola civile la cui posta erano gli strilli del maiale, da impedire alle parti in causa di mantenere l’obiettività.
    Proprio per questo motivo, pur avendo fatto una scelta di campo ben precisa, ho evitato di partecipare allo sterile dibattito fino ad ora. Mi par giusto dichiararmi adesso, prima di poter “adattare” il mio pensiero secondo il responso delle urne.
    In questa fase mi preoccupa la sorte di un microcosmo: cosa ne è della destra radicale - o presunta tale - dopo queste elezioni?
    Mah. Per quel che conta è possibile, forse probabile, che una delle due liste elettorali abbia ottenuto qualche deputato. Ma quale lista?

    Alternativa Sociale

    Avrà avuto la meglio sulla diretta rivale la coalizione che ha scelto di presentarsi rivolgendosi agli elettori calandosi quasi sempre dall’alto, forte dello scontato richiamo mediatico? Quella che aveva come capolista e mattatrice una deputata di lungo corso che, in precedenza attrice, fa audience sul palcoscenico grazie anche al cognome?
    Avrà cioè prevalso nella guerra dei poveri quella coalizione nata da un’alleanza un po’ in stile tardobarbarico fra partitini a gestione padronale? Una coalizione che, puntando sulla visibilità, ha scelto di mettere in lista “vedette” riciclate da lidi altrui e residui di vetuste signorie papaline, forse nella speranza di cogliere il sentimento provinciale, deferente e suddito del popolino? Cosa che d’altronde si evince anche dal programma di AS e dalla retorica utilizzata: programma e retorica che tradiscono l’inveterata tentazione di considerare la gente non come un potenziale collettivo comunitario e rivoluzionario ma come persone dabbene che necessitano di esser prese per mano da classi dirigenti per diritto divino alle quali affidarsi acriticamente e fedelmente (nobili, preti ecc.)
    Dati i tempi e le meccaniche è molto probabile che questa scelta abbia avuto la meglio sulla mobilitazione militante benché troppi elementi fondanti della militanza, dell’appartenenza, dell’entusiasmo, siano stati trascurati lasciando al solo Caratossidis una scelta di campo più diretta e snaturando così in larga misura lo spirito caratterizzante della base.
    Il successo elettorale di AS è ben possibile malgrado la strada intrapresa abbia arrecato guasti, danni, provocando scissioni, alzate di scudi, rabbia che ha portato via in poche settimane numerosi nuclei militanti di Forza Nuova, in alcuni casi i migliori.

    Lo è perché nella società della vetrina contano più le vedette che non la sostanza. E lo comprova il numero di passaggi ottenuto in televisione dall’Alessandra.
    Se Alternativa Sociale non ce l’avesse fatta nonostante questo, allora qualcuno dovrebbe proprio cambiar vocazione: se si è scelto di smobilitare in parte, di rivoltare posizioni urlate fino a ieri, di penalizzare il movimentismo, la militanza, a favore di nomi illustri (nei limiti consentiti dalle proporzioni del ghetto) per poi neppure ottenere le poltrone, beh, ciò sarebbe davvero raccapricciante.
    Se Alternativa Sociale ce l’avesse invece fatta di qualcosa si può comunque gioire, almeno un paio di persone di valore sarebbero divenute onorevoli: Lino Guaglianone (che di AS nemmeno è) e Paolo Caratossidis; sbaglierò perché non ho confidenza con i nuovi meccanismi ma, viste le posizioni in lista, non mi sembra che altri camerati abbiano possibilità di essere eletti.
    Per il resto non c’è molto da essere allegri; la frittata è stata fatta e per farla si sono rotte le uova.

    Fiamma Tricolore

    Fiamma Tricolore ha mosso mari e monti, ha dato spazio all’inventiva, alla forza di mobilitazione, ricorrendo allo spirito gioioso e scanzonato delle formazioni più dinamiche della destra radicale, in particolare delle OSA. Sul terreno questa compagine ha fatto e disfatto. Per far parlare di sé ha dovuto ricorrere a provocazioni mediatiche, a squadrismo mediatico. Ha rilanciato ed è tornata ad offrire un chiaro messaggio fascista, ha puntato tutto sulla mobilitazione, sul rapporto costante fra militanti e, inoltre fra militanti e popolo, ricorrendo anche ad antiche (e rinnovate) liturgie nobilitanti.
    Acclamata a più riprese dalle folle festanti durante le carovane squadriste, la macchina da guerra della FT ha anche accorpato un buon centinaio di disincantati delle altre scuderie. Così in piccolo fra AS e la Fiamma si è riproposta la medesima divaricazione che esiste tra paese legale e paese reale; in grandi linee la prima ha scelto la vetrina, la seconda il selciato. Politicamente – in un’ottica rivoluzionaria – conta solo quest’ultimo; elettoralmente però solo un miracolo potrebbe invertire la predominanza del teleschermo sulla militia.
    Se questo miracolo (ché di altro non si potrebbe parlare) fosse avvenuto, da domani ci sarebbero un paio di deputati davvero in gamba: Piero Puschiavo e Gianluca Iannone.
    In ogni caso anche sulla Fiamma il bilancio non potrebbe definirsi trionfale in quanto la ventata nuova, benché abbia radici già di un anno con le occupazioni in borgata, è ancora estemporanea e a sé stante. La Fiamma è in gran misura una macchina vuota e subisce antiche storture.

    Reazione e fascismo?

    Fiamma Tricolore e Alternativa Sociale non dovevano assolutamente correre separate. Che sia accaduto è un fatto politicamente grave; che poi la differenza si sia qualificata nei programmi, nel lessico, nell’immaginario, nelle scelte, è un altro discorso.
    Quest’anno non si poteva più fare una comoda campagna CONTRO, si doveva fare una campagna PER: dunque ci si doveva qualificare.
    Alternativa Sociale si è scoperta reazionaria e populista, Fiamma Tricolore si è ispirata inequivocabilmente e ripetutamente al fascismo.
    Se la divaricazione fosse consapevole e matura non ci sarebbe da esitare un istante a proseguirla; anche alla luce di esiti elettorali sfavorevoli o scoraggianti. Per chi, come me, si sente fascista e prova particolare fastidio per il populismo, per la demagogia moralista, per la reazione, per i notabili, per le grandi mezze figure, Alternativa Sociale 2006 è aliena almeno quanto la Rosa nel Pugno. Nei nuovi scenari globali, queste compagini rappresentano di fatto le estreme, codina e sovversiva, della cultura borghese. Il sentire tipico del “né fronte rosso né reazione” si addice oggi loro, le sentiamo davvero estranee, perlomeno nel loro lessico e nel loro immaginario.
    Ci sono però anche fascisti reazionari e ci sono fascisti che sopportano la reazione; del resto il fascio è insieme di verghe e così ci sta anche quella dei reazionari, dei moralizzatori, delle “maggioranze silenziose”. Ci sta nella misura in cui permanga, appunto, verga e smetta di provare a soffocare il resto snaturandolo. Questa è la prima ragione per evitare che la divaricazione s’acuisca. Ce n’è poi una seconda: le scelte della Fiamma sono state imposte dalle basi, le stesse basi che i padroni di AS, innamorati di una gestione verticistica, si sono ostinati a tener fuori dalla propria coalizione, che in caso contrario avrebbe assunto anche un volto assai diverso. Non ci sono però solo i vertici della trimurti, sicché, al di là dell’inequivocabile differenza di mito e d’orizzonte emersa in questa campagna elettorale, persistono a militare numerosi fascisti in AS, quantomeno in FN e FSN, così come d’altra parte ristagnano non pochi reazionari nella Fiamma.
    Se le due liste sono giunte separate e si sono scoperte ideologicamente contrapposte, molto, se non tutto, si deve alla gestione rassistica che vige nell’estrema destra ufficiale, e che in AS in è particolarmente esplicita. Coloro che si credono capi e che i seguaci seguono come tali hanno prodotto questo sfascio. Non per mala fede, non per cattiveria ma perché pretendono di gestire cose che sono al di sopra di loro.
    Pertanto, tra le due basi le differenze sono dipese più dalle figure che hanno rispettivamente seguito che non da una maturazione politica. È normale che sia così: ci si muove molto più per una ragione antropologica (tra di noi conta assai più della razionalità) che per una questione programmatica.
    Ed è per questo che le distanze fra le basi vanno colmate, non aumentate.

    Dell’astensionismo

    Se nessuna delle due liste ce l’avrà fatta a ottenere deputati saranno allora felici quelli che, abbastanza numerosi, hanno optato per il non voto. A mio avviso hanno sbagliato il momento storico, confondendo quella che un tempo era l’espressione di un rigetto rivoluzionario con l’attuale assenteismo. Si pensi che gli Stati Uniti sono il paese con l’astensionismo più alto al mondo e ci si renderà conto di quanto non serva non votare per mettere in difficoltà il sistema… Il non voto ha un senso solo per chi, avendo vissuta un’epoca in cui si è formato da ribelle assoluto, non vota mai, per una questione di coerenza. “Il popolo non vota, lotta” era un grande slogan, ma presuppone una lotta, non l’arroccamento al bar. Ecco perché questa scelta non ha senso per i meno anziani; perché fuori da ogni contesto è solo un’espressione narcisistica dell’io, dunque è il frutto di una supervalutazione di sé e del senso del voto, del cerimoniale elettorale, è “sindrome democratica” vissuta al contrario.
    Paradossalmente, oggi, votare può assumere una funzione rivoluzionaria, purché la mentalità e il progetto a monte siano di un certo tipo; non votare assolutamente no.
    Va detto comunque che molti non lo hanno fatto perché, disgustati dall’accordo fra destra radicale e CdL, si sono sentiti traditi: a ragione. Non perché quell’accordo non andasse raggiunto ma perché bisognava prepararlo, spiegarlo, invece di passare anni a insultare AN per poi affiancarsi ad essa con una disinvoltura imbarazzante. Vieppiù imbarazzante perché coloro che hanno passato mezza vita a scomodare Badoglio e Ciano, magari nobilitando nel medesimo tempo Almirante fino a farne un Tutt/altro/da/lui, hanno poi fatto capriole e piroette senza mostrare alcun imbarazzo. Sbalorditivo! Edificante! E questo vale per tutti i partiti di ambo le coalizioni.
    Se nessuna lista sarà riuscita ad eleggere candidati al parlamento allora il fallimento, che ontologicamente e programmaticamente è indiscutibile, diverrebbe addirittura evidente e nessuno potrebbe mascherarlo con risultati che, a ben guardare, dipenderebbero solo dal colpo di passe-passe inventato da Berlusconi con la nuova legge elettorale e con l’apertura di alleanze a tutto campo e non di certo da grandi meriti di partito e men che meno di capi partito.

    Capi? Scherziamo!

    Capi? Partito? Ma vogliamo scherzare? Mancano gli uni e l’altro, eccome se mancano! Peggio, alcuni credono di esserlo capi o di averlo un partito e allora sono guai. L’inizio dei guai, le sabbie mobili sulle quali si fonda tutto quello che poi sprofonda.
    Perché il disastro politico, etico, umano, programmatico, spirituale, d’immagine, che va in onda da tanti anni e che si è concluso nell’ultima kermesse, ha radici precise: l’albero è nel germoglio. E se si vuol qualcosa di diverso da un salice piangente tarato e tarlato allora si deve RIFONDARE, ricominciare daccapo, completamente. Qualunque sia stato il risultato del 9 e del 10 aprile, che ci siano deputati o meno nell’aula sorda e grigia.
    La destra radicale si fonda sulla piramide rovesciata. I politic(ant)i comandano agli intellettuali - professorini e poi sfruttano le basi militanti. Dovrebbe avvenire esattamente il contrario perché si creasse una forza autenticamente “radicale” ma ciò non è. Il fatto che in molti casi i dirigenti nazionali siano ex-militanti anche di un certo spessore non fa che peggiorare le cose. Se un contadino diventa banchiere eserciterà sempre la funzione di banchiere. Altra cosa accadrebbe se i coltivatori controllassero il credito… E a questo dobbiamo arrivare.

    Peppe, Gianluca e altri

    Non è solo questione di capi, così come non è solo questione di partiti.
    Ma poiché è anche questione di capi, ebbene s’inizi a riconoscerli. Capo è chi ha autorità, inventiva, generosità: chi seleziona, forma, informa; chi è audace, chi trascina senza chiedere, chi non si fregia di titoli e medaglie ma mette in riga a volte senza nemmeno accorgersene egli stesso. Capo è chi smuove le montagne senza che le montagne se ne avvedano; capo è chi non ha bisogno dei riflettori, delle cariche, delle nomine, del codazzo, per essere riconosciuto e amato da chi lo ha conosciuto. Come Peppe Dimitri, che fu l’unico capo vero (e silente) di Terza Posizione e al contempo della gioventù romana in armi ma non succuba della lotta armata e poi ancora solidamente, fertilmente, in AN e fuori di AN.
    Dipese dalla sua presenza tutto quanto gli altri, anche i due che incarnavano altri aspetti della trifunzionalità, ovvero Roberto Fiore e il sottoscritto, sono riusciti a fare di concreto. Dal suo arresto sono dipesi non solo lo sfaldamento di TP ma quello dell’intera destra radicale. Ma non amava giocare al capo e chi non lo conobbe (o chi conoscendolo non lo conobbe a fondo) non se ne avvide, non colse qual era il sole intorno a cui girava tutto, anche le lune rilucenti di luce che credono propria.
    Capi? Sono tutt’altra cosa dai pavoni.
    Ebbene in questi anni un capo, un giovane capo è emerso: è Gianluca Iannone. Chi lo conosce, chi lo vede, chi lo sente, se non è gretto e meschino, lo segue, anzi, gli si mette a disposizione. Lo fanno anche uomini che mi formarono quando ero adolescente, dirigenti del Fronte Studentesco, di Lotta di Popolo, della Giovane Italia. Non lo fanno invece altri che vorrebbero avere la sua autorità naturale e che per questo lo invidiano, né lo fanno quelli che capi pensano di essere stati e di esserlo tuttora quando invece hanno la statura dei dirigenti, che è tutt’altra cosa e dovrebbero proprio sentire il dovere di entrarvi in decorosa e dignitosa sinergia. Che non lo sentano, questo dovere, è molto preoccupante; attesta quanto meno una distrazione totale e un’incapacità di riconoscere gli uomini perché nessuno osa pensare che si tratti di gelosie da terza età.

    Rifondare

    Intendiamoci, se parlo di Iannone e della sbalorditiva cecità nei suoi confronti da parte di quelli che dovrebbero essere il faro politico dell’ambiente, è proprio per dare la misura di una così ampia insufficienza, di una così totale vacanza di ruolo e di funzione; un ruolo e una funzione surrogati solo dalla convinzione in se stessi da parte di quelli che credono, in buona fede, di ricoprirli quegli oneri sacri. Non sto invece sostenendo che per RIFONDARE si debba fare opera di sottomissione a Gianluca. Non perché non sarebbe cosa giusta e persino lodevole, ma perché la Rifondante non passa dalla reiterazione di un rito barbarico tout court. Passa dall’orchestra, dal sistema di forze, dalla distribuzione dei compiti e, soprattutto, dalla comunicazione e dalla cooperazione.
    E Gianluca, che del capo ha la stoffa, non la gradirebbe neppure quella sottomissione, come non la gradiva Peppe. E faccio un paragone ontologico, fatte salve le debite differenze di percorso, di esperienza, di ascesi, fra i due: questo genere di persone sono infatti solide e quindi detestano le lusinghe e gli attestati chiassosi.
    Così come non si deve imporre un solo ed unico capo, nemmeno si tratta di estromettere quelli che fino ad oggi si sono creduti “capi” e depositari unici del Bene, del Giusto, dell’Idea malgrado il loro bilancio sia ingeneroso. La Rifondante passa dalla loro rieducazione, dalla nostra rieducazione, in uno stile diverso, in una prospettiva diversa e dalle basi chiare; sia ideali, sia spirituali, sia soprattutto comportamentali.
    Quale che sia il risultato di queste elezioni alle quali quasi tutte le componenti della destra radicale sono arrivate a pezzi, chiunque sia stato eletto, se verrà eletto qualcuno, si deve avere il coraggio di ripartire con altro passo e altro schema. Le figure più note ed amate devono trovare la forza, l’onestà, l’impersonalità di togliersi di torno e di mettersi a disposizione degli altri e non viceversa.
    Del resto peggio di così è difficile che qualcuno possa fare. Si rivoluzioni allora tutto, una buona volta!

    C’è una bestia che cresce

    Lo scrivo ora, a urne non ancora aperte, consapevole che se un successo elettorale dell’una o dell’altra lista dovesse avere avuto luogo, ancora una volta la fragilità intrinseca e incurabile dell’estrema destra attuale ne uscirà mascherata, mentre il terno a lotto colto per pura fortuna e pagato ad alti costi umani e strutturali, verrà spacciato per il frutto di una fine strategia politica.
    In tal caso questa rivoluzione indispensabile sarà procrastinata ancora nei suoi effetti più eclatanti. Procrastinata; perché intanto, giorno dopo giorno, silenziosamente ma non troppo, strutturalmente e spiritualmente, la “bestia” cresce; anche tra le rovine che si credono castelli. E lo ha dimostrato nuovamente in questa competizione elettorale, ben distinguendosi da principi e grandi nipoti.
    Lo ha fatto accettando la sfida da sola, disposta a scendere in lizza avendo tutto da perdere, priva di prospettive di successo elettorale ma decisa a lasciare un segno, tanto da competere a proprie spese, senza fondi o aiuti, puntando solo sull’abnegazione, davvero ventiquattro ore su ventiquattro, di tanti ragazzi.
    Lo ha fatto offrendo messaggi fortissimi, lasciando davvero un segno e dando un esempio visibile. Ha agito nella filosofia rivoluzionaria e guerriera del dare, nella liturgia del dono; certa che creare scenari nuovi è molto più importante che non sfruttarli. È molto più fertile, solido e duraturo.
    Avanti autocarri!


    Gabriele Adinolfi

  2. #2
    sigurd
    Ospite

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    Le daranno queste benedette dimissioni?

  3. #3
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    E se non altro Paolo Caratossidis fa ben sperare

 

 

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