«Berlusconi? Non ha diminuito le imposte sul serio»

Riccardo Illy: «Più strade e meno tasse
Solo così Prodi può riprendere il Nord»

Il presidente della giunta regionale del Friuli Venezia Giulia: Romano non farà l'errore di trascurare l'Italia che produce

TRIESTE - Nel 2003 Riccardo Illy, imprenditore, fu eletto presidente del Friuli-Venezia Giulia, Nord-Est, con il 63,8%. La coalizione di centrosinistra che lo sosteneva si fermò al 56,4. Alle politiche del 9 aprile è arretrata al 44,4%, dieci punti in meno del centrodestra. L'Unione, vittoriosa nei numeri parlamentari, perde in tutte le regioni padane: per un punto nel Piemonte conquistato l'anno scorso da Mercedes Bresso, per 15 punti in Lombardia, per 18 punti in Veneto. Il Nord è all'opposizione.

«L'85% del prodotto interno lordo ha votato contro la sinistra», esagera Renato Brunetta. Di sicuro una larga parte dei ceti produttivi del Paese percepisce la sinistra non come il motore ma come la zavorra della modernizzazione. E, se la Lega sceglierà una linea di opposizione radicale, la sfiducia rischia in alcune zone di mutarsi in rifiuto. «Credo che Prodi sia consapevole del problema — dice Illy —. Perché me lo ricordo bene, vent'anni fa, in un convegno dalle mie parti, dire che oltre il 70% del Pil è prodotto in Padania. Disse proprio così, Padania, in tempi non sospetti. Da allora le cose sono un po' cambiate, sono cresciute le Marche, la Puglia. Ma la sostanza rimane quella. E dobbiamo riconoscere che il cuore imprenditoriale del Paese, gli industriali, gli artigiani, i professionisti, i lavoratori specializzati hanno espresso ancora una volta una sensibilità diversa da quella di cittadini di altre parti d'Italia con altre vocazioni, dai servizi all'amministrazione pubblica».

Non si fidano della sinistra. «C'è una difficoltà di dialogo. Il centrodestra aveva due vantaggi. Un premier milanese e imprenditore, che presentava credenziali migliori in tema di tasse, cui l'Unione ha dato una risposta impacciata, contraddittoria, che ha suscitato preoccupazioni. Non c'è da sorprendersi se questi voti sono andati a Berlusconi. Che non ha diminuito le imposte sul serio; con una mano ha dato e con l'altra ha tolto, come al gioco delle tre carte; se ha ridotto di qualche punto le aliquote sui redditi più alti, tagliando risorse ha provocato indirettamente l'introduzione di tariffe, ad esempio l'Anas rimasto a secco ha dovuto introdurre il pedaggio su strade statali. Eppure nella percezione comune il centrodestra è sentito come meno vessatorio; non a caso la sinistra va meglio nelle amministrative. Quando eleggono sindaci e presidenti di Regione che non manovrano la leva fiscale, se non in termini ridotti (noi in Friuli abbiamo ridotto di un punto l'Irap alle imprese che aumentano valore aggiunto e costo del lavoro), allora i cittadini guardano alla qualità dei candidati e dei programmi. Nel voto politico prevalgono la diffidenza e la paura. In particolare tra le categorie che il fisco lo evadono: o perché troppo rapace, o perché troppo complesso, o perché si è sempre fatto così. O magari, come mi confessano molti imprenditori, perché è il solo modo di restare competitivi».

C'è poi un altro tema su cui il Nord non si fida del centrosinistra, dice Illy. «Le infrastrutture. Le strade congestionate, i treni in ritardo, l'energia troppo costosa sono questioni fondamentali per le imprese. Da deputato io non ho votato contro la legge obiettivo: ne condividevo le finalità, anche se non rispettava appieno le norme europee. La destra ha fatto delle infrastrutture una bandiera, la sinistra radicale le esclude in modo preconcetto. Compresa quella che noi chiamiamo Transpadana, il corridoio che dovrebbe collegarci con l'Europa: è inquietante il silenzio del programma dell'Unione sulla linea ad alta velocità, che è anche ad alta capacità, e quindi serve pure alle merci».
Ma non è solo un fatto di tasse e strade. È anche una questione culturale, quella che allontana il Nord dal governo prossimo venturo. Dissolto o indebolito l'antico radicamento popolare, i Ds rivelano scarsa capacità di attrazione: il partito nato dal Pci, di cui ha mantenuto intatto il gruppo dirigente, non sembra del tutto credibile come promotore della rivoluzione liberale; non a caso nei sondaggi veleggia oltre il 20%, e quando si va a votare prende il 17. «A parte che i raffronti non vanno fatti con i sondaggi ma con il voto del 2001 — ragiona Illy —, non c'è dubbio che il primo partito del centrosinistra sia cresciuto meno del previsto. Credo abbia pagato la vicenda Unipol, in cui come si è visto i dirigenti non erano direttamente coinvolti ma che è stata abilmente sfruttata dal governo. E poi la sinistra non si è ancora del tutto adeguata alla nuova società nata in questi anni al Nord, con il passaggio dall'economia industriale all'economia della conoscenza. Le nuove figure sociali, le risorse umane specializzate e ben pagate sono com'è ovvio meno sensibili ai temi tradizionali della sinistra; soprattutto se la sinistra non dialoga con i suoi eletti sul territorio», e si pone come un ceto politico-intellettuale legato al Palazzo romano e al circuito dei media, «incapace di ascoltare».

E se, rinfocolati dai colpi di coda del berlusconismo e dal riemergere del leghismo separatista, pezzi del ceto produttivo scegliessero la via dello scontro con il governo, magari proprio sul terreno del fisco? «Non credo a questa prospettiva — risponde Illy —. Le regole della democrazia e anche quelle del maggioritario sono profondamente radicate, pure nel Nord-Est». Pure nel regno di Galan? «E cosa può fare Galan? Proclamare l'indipendenza del Veneto? Si erge a paladino delle autonomie proprio lui, che ha protestato perché qualche Comune di frontiera voleva unirsi al Friuli? Mi pare improbabile. Certo, governare con il Nord all'opposizione diventerebbe un problema, se Prodi rallentasse i tempi delle riforme necessarie, se non affrontasse la modernizzazione del Paese. Ma conosco Prodi, so che non commetterà quest'errore. E penso a dove sarebbe l'Italia se Prodi non l'avesse portata nell'euro. La strada della conquista del Nord è in salita ma non impraticabile. In Friuli il 9 aprile si è votato anche per i Comuni: a Pordenone la Cdl è oltre il 60%; ma il sindaco di centrosinistra è rieletto al primo turno».
Ha ragione Della Valle a lamentare la pavidità degli imprenditori sempre pronti ad applaudire Berlusconi, anche quando diceva che tutto andava per il meglio? «Sì. Montezemolo ha posto in modo chiaro e fermo le questioni aperte. Ma negli anni precedenti gli imprenditori sono stati troppo timidi». E se il disagio del Nord rappresentasse un'ulteriore spinta verso la grande coalizione? «Siamo una Repubblica parlamentare. Prodi ha il dovere di governare. Se non ci riuscisse, allora il capo dello Stato avrà il dovere di fare ogni tentativo per dare un altro governo al Paese, prima di tornare alle urne. A quel punto la grande coalizione potrebbe essere il modo per riscrivere la legge elettorale e la riforma costituzionale, e per affrontare le due vere emergenze del Paese. La crisi della previdenza, che la riforma voluta da Berlusconi non basterà a risolvere; e l'esplosione della spesa sanitaria, che in Friuli cresce del 4% ma nelle altre regioni del 7-8%, al di fuori di ogni controllo».

Aldo Cazzullo

13 aprile 2006