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    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Predefinito Questo pare ce lo siamo tolti dalle palle

    Ciampi: «Farò il senatore a vita» Dal conflitto d'interessi all'Iraq, colloquio informale con il capo dello Stato
    di Marzio Breda


    Carlo Azeglio Ciampi (Ansa)
    ROMA - «Per fortuna l’anagrafe è dalla mia parte e in un certo senso scongiura l’eventualità di una riconferma da presidente. E, poi, sono convinto che sette anni quassù siano già tanti. Raddoppiarli significherebbe... sì, forse, una specie di monarchia repubblicana. In ogni caso non mi ritiro affatto: farò il senatore a vita e ci metterò lo stesso impegno che ho sempre cercato di assicurare in tutti gli incarichi che mi sono stati affidati. In quella veste continuerò a seguire gli sviluppi politici e istituzionali del Paese... e darò il mio contributo». Così riflette Carlo Azeglio Ciampi in occasione di un colloquio informale concesso a chi scrive in occasione dell’uscita del libro La guerra del Quirinale (che analizza anche il suo mandato) quando il discorso scivola sulla rielezione. Anche se non si tratta di un’intervista, ha riluttanza a parlarne, sia che la questione venga sollevata con una battuta, come per rendergli l’onore delle armi al termine di una stagione faticosa, sia che si punti a sondarne sul serio la disponibilità a restare, date le incertezze di questi giorni dominati dalla paura del futuro. E, per quanto qualcuno dello staff si avventuri ad azzardare in camera caritatis che potrebbe forse lasciarsi convincere se il «sacrificio» gli venisse chiesto da un fronte trasversale e bipartisan, c’è da prendere atto che al momento questa è la sua risposta. In linea con lo sfogo di alcuni mesi fa, quel «voglio congedarmi con dignità» che riassumeva un proposito: risparmiare alla più alta carica del Paese le miserie del mercato politico. Se sul bis Ciampi si mostra laconico e se tace sul passaggio di legislatura perché a dettare tempi e metodi ci sono la Carta e la prassi, non si sottrae invece a un provvisorio bilancio del settennato. Spiegando le intenzioni che hanno ispirato i suoi passi. Elencando i nodi irrisolti della transizione che continuano a pesargli. Respingendo alcune polemiche dalle quali è stato incalzato.

    INTERESSI E CONFLITTI - Tra le critiche di cui il presidente ha più sofferto c’è quella di «non aver contrastato abbastanza» un Berlusconi la cui parabola politica soffriva di un vizio congenito: la mancata (o non adeguata) separazione di interessi privati e funzioni pubbliche. A chi gli ha contestato «debolezze», come se fosse toccato a lui fare il lavoro dell’opposizione, Ciampi ricorda che «alla fine degli anni Novanta, ai tempi del centrosinistra a Palazzo Chigi, ci fu un disegno di legge sul conflitto d’interessi attorno al quale si era formata una larghissima maggioranza». Ma, «a un passo dal varo di una disciplina costruita con un accordo generale, si preferì lasciar giacere al Senato quel pacchetto di norme», e questo ormai alla vigilia del voto del 2001. Insomma: l’iniziale consensualità si era spezzata e, nonostante diverse sollecitazioni del Quirinale, «non si è più voluto cercare un compromesso sul vecchio testo». Il problema fu risolto mesi dopo dal centrodestra, secondo criteri insufficienti per l’altra metà del Parlamento e che hanno sparso una zavorra di veleni tale da lambire persino il Colle.

    PLURALISMO E DEMOCRAZIA - In realtà si poteva e si doveva cercare fino all’ultimo un’intesa, tenendo magari conto anche del riassetto del sistema radio-televisivo, al di là del duopolio Rai-Mediaset. Per il presidente, infatti, tutto si tiene, in questo aspetto «cruciale per la stessa salute di una democrazia». Tutto, anzi, si sovrappone. «Quante volte sono intervenuto su questo fronte, quanti appelli ho lanciato prima di proporre solennemente una riflessione risolutiva, con un messaggio alle Camere, nel luglio 2002?» Sottinteso: è stato davvero accolto il suo allarme, visto che il capo dello Stato ha «dovuto» rifiutare la firma alla legge Gasparri, almeno nella prima stesura?

    IL «NOSTRO CONCERTO» - Ciampi si arrabbia (usa proprio quest’espressione) quando gli contestano la moral suasion attraverso la quale avvertiva il governo che certi provvedimenti ancora in itinere erano minati da una precaria costituzionalità e suggeriva determinate «migliorie» prima dell’approdo in Aula. Lo hanno accusato di essere divenuto così quasi «coautore» di alcune leggi ad personam del Cavaliere, con una sorta di vincolo ad avallarle. Tuttavia, chiarisce ora, fu anche il metodo del presidente Einaudi per smorzare situazioni di conflitto potenziale ed «evitare che arrivassero al punto di rottura». «Una pratica corrente tra i banchieri centrali nel dialogo con i governi dei rispettivi Paesi e, più tardi, con le autorità monetarie dell’Ue». Una chiave di lavoro parente stretta della concertazione grazie alla quale, nel luglio 1993, si poté arrivare a uno storico accordo sul costo del lavoro del quale resta orgoglioso. «Non posso dimenticare il giorno in cui riunii sindacati, imprenditori e governo a Palazzo Chigi, feci sedere tutti a un tavolo e dissi: "Ognuno di voi forse penserà di rimetterci qualcosa, oggi, ma ciò che conta è la tutela di un interesse generale. Cerchiamo di uscire da questa riunione con un risultato nel quale tutti si possano riconoscere"».

    EUROPA ED EURO - Il presidente ripete spesso che «l’Italia ha un dovere storico alla coerenza nei confronti dell’Europa», un’opzione che considera «irreversibile fin da quando fummo cooptati nella Comunità per il carbone e l’acciaio», la Ceca. Aggiunge che «non dobbiamo lasciarci condizionare dallo stop impresso da Francia e Olanda, con il loro voto negativo sul Trattato costituzionale». E neppure dalle «remore che sembrano mostrare alcuni Stati dell’Est entrati nell’Unione»: schiacciati per decenni dall’Urss, «è comprensibile che temano di perdere quote di una sovranità appena riconquistata». Ma le esortazioni a restare saldamente legati a Bruxelles non nascondono anche una vena pessimista, come se solo l’Europa con le sue regole potesse costringerci a diventare un Paese normale? E’ un retropensiero sul quale Ciampi annuisce. Però allarga il ragionamento alle «convenienze concrete». Batte la mano sulla tasca della giacca dove tiene il portafoglio e racconta che lì conserva un appunto ingiallito con i grafici sull’andamento dei tassi d’interesse dell’Italia prima e dopo l’ingresso nel club di Maastricht. «Quanto abbiamo risparmiato mettendo in ordine i conti pubblici?» Vale a dire: a queste cose ci pensano mai certi politici che si sono baloccati a terremotare la nostra scelta europeista?

    LA GUERRA IN IRAQ - Uno strappo con Bruxelles l’Italia l’ha compiuto anche ai tempi del conflitto iracheno, nelle settimane in cui il premier ci schierò almeno politicamente con «la coalizione dei volonterosi» messa insieme da Bush. Allora, era il marzo 2003, Ciampi fece un passo senza precedenti: «Convocai al Quirinale il Consiglio supremo di difesa e, facendomi forte dell’articolo 87 della Carta, fissai i limiti costituzionali e parlamentari entro i quali Parlamento e forze armate dovevano muoversi». Erano le regole d’ingaggio in base alle quali i nostri soldati andarono a Nassiriya per un’operazione di peacekeeping , dopo un pronunciamento dell’Onu e a diverse settimane dalla fine dei combattimenti. Per quanto di pace, la missione presentava rischi ben presenti al capo dello Stato. Non a caso si fa silenzioso e si rabbuia: si poteva dire che «l’articolo 11 sul ripudio della guerra non era stato violato», ma abbiamo avuto i nostri morti da piangere.

    LA MEMORIA E LA PATRIA - Cogliere il legame tra Risorgimento, Resistenza, Costituzione è stato «naturale» per Ciampi. Che non ha mai voluto vedere nell’8 settembre 1943 la morte della Patria. «Ero un giovane soldato che interrogò la propria coscienza e, senza far nulla di eroico, ritrovò proprio allora le ragioni di un impegno, patriottico e civile. Non perdonai la fuga del re, anche se riconobbi che, andando al Sud, aveva in qualche maniera garantito la continuità dello Stato».

    UN TIMIDO IN VIAGGIO - Il settennato sul Colle è stato un periodo di metamorfosi persino umana, per Ciampi. Il quale confida: «Io sono un timido, se devo parlare in pubblico tendo a bloccarmi. Del resto, da governatore di Bankitalia ero abituato a farlo un paio di volte l’anno, non di più. Andare tra la gente mi ha reso facile fare qualcosa per la quale non ero proprio portato». Il «viaggio in Italia» era nato da un’idea minimalista: visitare le regioni e le maggiori città. Strada facendo «il progetto si è via via allargato con l’ambizione di visitare le 103 province italiane. E così, avendo incontrato più di 8.000 sindaci, è come se avessi stretto la mano a tutti i cittadini italiani».
    18 aprile 2006

    NON TI RIMPIANGEREMO

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  2. #2
    ilariamaria
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    Per me è offeso perchè nessuno gli ha chiesto di rifare il presidente per acclamazione, coem è successo con gli altri.

    sembra essersi dimenticato che per costituzione lo si può fare una sola volta.

  3. #3
    sacher.tonino
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    :d

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da ilariamaria
    sembra essersi dimenticato che per costituzione lo si può fare una sola volta.
    Può essere rieletto, solo che dal 1946 ad oggi non è mai successo. Detto questo, non ne sentiremo la sua mancanza!!!

  5. #5
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    Speriamo anche, che con la sua cara consorte, ora prenda residenza dove "la gente è più calda e intellighiente"
    salucc

  6. #6
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    Aspetto a festeggiare, non bisogna mai fidarsi degli itagliani...........

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