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    Predefinito 25 anni, è un venticinquenne che scrive: tale Alberto Mingardi

    E il Caimano si mangiò la cultura

    di Alberto Mingardi


    Che palle la cultura di destra. Lo confesso: ormai questa è l’unica reazione che mi provocano, quelle tre parole messe in fila, cultura-di-destra. Capisco però la necessità di una riflessione d’altro genere, se è vero che con la sinistra al governo anche per chi di sinistra non è si apre una fase nuova. Bene ha fatto allora Angelo Crespi, che assieme a Marco Respinti e a Giuseppe Romanoè animatore del “Domenicale”, a riaccendere una polemica ormai consumata Il canovaccio è stato adattato al risultato delle politiche: dopo la sconfitta, dice Crespi (amplificato sulla Stampa da Lucia Annunziata), si pensi a un gramscismo di destra. Si provi cioè ad infiltrarsi nelle case editrici, a scavare trincee nelle scuole, a rinvigorire fondazioni e think tank per scalzare quel monopolio della sinistra sulla società civile che le consente, comunque, di contare forse su metà dei voti degli italiani, ma voti che pesano. Professori, intellettuali, saltimbanchi da libreria, voci radiofoniche, gente che piace alla gente che piace: centri d’irradiamento di idee, insomma.

    Crespi ha le sue ragioni. C’è stata, negli ultimi anni, una proliferazione di istituti, giornali, fondazioni, riviste afferenti al centro-destra. Ma sul piano della produzione intellettuale contano zero. C’è una surreale dispersione di risorse, che fa sì che girino sempre gli stessi articoli, gli stessi nomi. Le “MicroMega” berlusconiane ricicciano quello che è già uscito sui quotidiani, s’illuminano quando possono ospitare la firma d’un Sergio Romano (con rispetto parlando), strepitano per essere ammesse al salotto, magari da cameriere. Gli intellettuali “di destra” che hanno maggior successo sono quelli che annacquano il proprio vino, fino a ridursi a figure para-mondane, manichini televisivi, più telefono amico che maître à penser. I più furbi, importano dall’America – e rendono partecipi se non altro di un universo intellettuale sfaccettato ed ampio. Ma neanche quella è cultura di governo, che è stata la drammatica assente dell’era berlusconiana. Cultura di governo è quella che ti dice come tirare la leva A per ottenere il risultato B. La cultura di governo di una destra moderna è una cultura liberale, non però solo nell’ambito delle astrazioni generose, dei bei libri, dei classici del pensiero politico. Soprattutto sul piano duro della policy, dei numeri da masticare, delle idee piccine, quelle per liberalizzare le licenze dei taxi o per aggirare le banalità prevalenti sul riscaldamento globale. Cose che valgono, politicamente parlando, mille biblioteche, ma da cui gli intellettuali si tengono debitamente alla larga. Dal loro punto di vista, fanno bene: una vita per liberarsi del peso abnorme della realtà delle cose, figurarsi se me lo carico addosso di nuovo, per giunta spontaneamente.

    Di think tank in senso proprio, serbatoi di pensiero, in Italia ne esistono tre o quattro. Non faccio nomi per eludere vischiosi conflitti d’interesse. Le altre fondazioni sono affittacamere: prendono a nolo una stanza d’albergo e ci fanno sfilare gente scelta in base alla popolarità e non alla capacità di dare contributi nuovi. Si cerca il richiamo sul giornale importante, non di fare scuola. Il gramscismo di destra non c’è perché i suoi aspiranti protagonisti vogliono la pappa pronta, il libro da Mondadori, i soldi dello Stato, la cattedra già apparecchiata, senza spupazzarsi il duro lavoro di retrobottega. Pochissimi (fra cui il benemerito Domenicale) pigliano giornalisti e studiosi giovani a far pratica, pochissimi hanno la passione di farli crescere. Gli altri rincorrono pubblicità, gloria, magari uno strapuntino parlamentare che, nel deserto delle intelligenze, non è neppure difficile da ottenere. Per carità, è legittimo, ma non si lamentino se restano figli di un Dio minore. Perché, per crescere, ci vuole altro: creare una massa critica, suscitare intelligenze, mettere da parte i personalismi, sporcarsi in trincea. E’ il lavoro che per noi liberisti indicava su queste colonne Oscar Giannino.

    Si fa presto a dire “gramscismo”. Ma quello era un altro mondo. Più dipendente dalla carta stampata, più vicino al libro. La televisione squassa tutto. Internet non è da meno. Spesso chi rimpiange un gramscismo di destra, chi sogna di partire alla conquista di un’egemonia, più che altro mette sul piatto un rimprovero. Caro Berlusconi, non hai capito che la cultura serve. E’ vero. Una volta, un importante esponente di Forza Italia (non diciamo chi) condusse un importante intellettuale liberale (non diciamo chi) al cospetto di Sua Emittenza. Gli sciorinarono un piano editoriale interessante. Costava due lire. Avrebbe portato Mondadori a pubblicare il meglio della cultura liberale mondiale. Non implicava una scelta, pubblichi i libri di Hayek o quelli di D’Alema, ma avrebbe dato ai primi più chance per entrare nelle case degli italiani. Non ci fu verso. Il Caimano rispose da par suo: faccio più io con cinque secondi di tv, che voi con tutti i vostri libri. Il suo ruolo l'ha poi giocato egregiamente, ma con mezzi zero, un piccolo editore.

    All’epoca sembrava il Cav avesse ragione, dodici anni dopo è chiaro quanto avesse torto. Il centro-destra è ancora avvolto da un alone di illegittimità e sospetto, resta un abusivo della politica. Ma non si può nemmeno pretendere che Berlusconi faccia il mecenate perché a noi piace l’idea.

    La cultura di centro-destra (che non so bene cosa sia: cultura liberale? Cattolica? Post-fascista?) non la si fa con Berlusconi, anzi: se non contro la si fa comunque lontano da lui. La si deve fare guardando al dopo. La si deve fare aggregando interessi privati che siano pronti a mettersi in gioco, che assicurino indipendenza, che levino di torno le malignità di chi dice, e a ragione, che è facile scrivere certe cose sui fogli del Padrone. E la si deve fare senza mendicare posti in Rai, senza prendersela perché non abbiamo avuto, come fosse nostro diritto, una poltrona, una sedia, o almeno uno sgabello.

    La politica ha regole ferree: ti danno qualcosa, se fai qualcosa per loro. La cultura politica, se fatta bene, non dà niente a nessuno in particolare e dà molto a tutti. In questi anni qualcuno ha seminato. Adesso tocca arare il campo. Facciamolo, ma per carità senza piangere l’indifferenza dei partiti, la mancanza di quattrini, l’irriconoscente voltafaccia del Caimano catodico. La cultura ha tempi lunghi. Noi raccoglieremo fiori per la sua tomba.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Grande mente Mingardi. E' un onore per il piccolo movimento libertario avere dei giovani pensatori così validi. Quasi urlerei " CLONIAMOLO !!!!!!!! ", ma non è il caso.

  3. #3
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    ALBERTO MINGARDI


  4. #4
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    c'ha del bill gates... :-)
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  5. #5
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    Accanto a lui Jose Pinera

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    pero' la cravatta arancione...
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  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Alexeievic
    pero' la cravatta arancione...
    Cravatta salmone

  8. #8
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    Alberto Mingardi (1981) si è laureato in scienze politiche all'Università di Pavia. Dirige il dipartimento Globalizzazione e concorrenza dell'Istituto Bruno Leoni. E' Senior Fellow del Centre for the New Europe, il maggiore think tank liberale europeo con sede a Bruxelles.
    In passato, è stato Calihan Fellow presso l'Acton Institute di Grand Rapids, Michigan, Visiting Fellow dell'Atlas Economic Research Foundation di Fairfax, Virginia, e intern presso il Center for Data Analysis della Heritage Foundation di Washington, DC.
    I suoi interessi sono soprattutto nel campo della filosofia politica, nel quale oggi si sta occupando del pensiero politico di Antonio Rosmini-Serbati (del quale sta traducendo in inglese La costituzione secondo la giustizia sociale) e di Herbert Spencer.
    Ha curato Da liberale a libertario. Cronache di una conversione di Sergio Ricossa (Treviglio, 1999) e, con Enrico Colombatto, Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa (Soveria Mannelli, 2002). Collabora o ha collaborato con svariati quotidiani e riviste, fra cui il Wall Street Journal, Economic Affairs, National Review, Markets and Morality

    Da www.brunoleoni.it

    Tutto questo a 25 anni...

  9. #9
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    un grande.
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  10. #10
    sono felice e tanto mi basta
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    L'Aprutium - Liberal anglosassone - "Nell'era dell'inganno globale dire la verità è un atto rivoluzionario." George Orwell
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