Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    megaelleno
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    Predefinito Ancora qualche domanda sul rito cattolico

    Tempo fa, col mio vecchio nick +heliacvs+ vi era stato, con l'emerito Napoleon, un intenso e interessante 'scambio di vedute' sulle differenze tra il 'paganesimo' ed il cattolicesimo.

    In particolare riguardo al rito, egli aveva così scritto:
    Citazione Originariamente Scritto da Napoléon I
    Le faccio l'esempio cattolico: I sacramenti (di cui solo l'Eucaristia è sacrificale), sono stati istituiti tutti da Dio, ossia da Cristo, che li ha celebrati per la prima volta, e ne ha ordinato la celebrazione ai discepoli. Sono cioè di origine divina, come il synthema, di cui ha accennato. Però, mentre si celebra, la dottrina cattolica, parla di agire in "persona Christi": ovvero non è il sacerdote che compie un simbolo dato a sua volta da Dio, ma è Cristo stesso che in quel frangente compie il simbolo, al posto del prete. Quando il prete dice "Questo è il mio Corpo", non lo fa solo per ricordare che parole usò Cristo, ma proprio perchè in realtà è Cristo che sta parlando di se stesso. Quindi è Dio che celebra direttamente.

    Mi pare di aver capito che invece per i pagani (ho usato il termine dottrina pagana, perchè io sono abituato a pensare con mente cattolica, e dunque presuppongo un corpo dottrinale stabile) il simbolo è sì dato dagli dei, ma che viene compiuto dagli uomini. Cioè è una memoria divina (indirettamente dunque è azione divina), ma non un memoriale.
    Qualche tempo dopo, avevo ancora chiesto a Napoleon maggiori delucidazioni dottrinarie sul rito in persona Christi ed egli gentilmente mi aveva indicato dei testi.
    Mi sono documentato, tuttavia alcuni punti non mi sono ancora chiari. Spero che qualcuno tra i frequentatori di cotesto forum possa chiarire tali dubbi o almeno indicarmi fonti dottrinarie.

    1) Possiamo affermare che il rito cattolico è stato stabilito da Cristo?
    2) Egli ha ricevuto i 'sacramenti' (intesi come 'riti') da Dio?
    3) Soprattutto, qual'è il ruolo del sacerdote nella celebrazione? Gesù compie il rito in vece sua, ma come? Attraverso la persona del sacerdote? Altrimenti, qual'è il suo ruolo? Quello di osservatore? O di testimone della Chiesa? In altri termini, durante il rito qual'è il rapporto tra Cristo e il sacerdote? Il sacerdote è in qualche modo "invasato" (perdonatemi il termine infelice)?

    Grazie.
    =D=

  2. #2
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    Catechesi Sull'Eucarestia di Giovanni Paolo II

    L’Eucaristia sacramento di unità

    1. “Sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità!”. L’esclamazione di S. Agostino nel suo commento al Vangelo di Giovanni (In Johannis Evangelium 26,13) raccoglie idealmente e sintetizza le parole che Paolo ha rivolto ai Corinzi e che abbiamo appena ascoltato: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti, partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10,17). L’Eucaristia è il sacramento e la sorgente dell’unità ecclesiale. E ciò è stato ribadito fin dalle origini della tradizione cristiana, basandosi proprio sul segno del pane e del vino. Così, nella Didachè, uno scritto composto ai primordi del cristianesimo, si afferma: “Come questo pane spezzato era prima disperso sui monti e, raccolto, è divenuto una sola realtà, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno” (9,1).

    2. San Cipriano, vescovo di Cartagine, facendo eco nel III secolo a queste parole, afferma: “Gli stessi sacrifici del Signore mettono in luce l’unanimità dei cristiani cementata con solida e indivisibile carità. Poiché quando il Signore chiama suo corpo il pane composto dall’unione di molti granelli, indica il nostro popolo adunato, che egli sostenta; e quando chiama suo sangue il vino spremuto dai molti grappoli e acini e fuso insieme, indica similmente il nostro gregge composto di una moltitudine unita insieme” (Ep. ad Magnum 6). Questo simbolismo eucaristico in rapporto all’unità della Chiesa torna frequentemente nei Padri e nei teologi scolastici. «Il Concilio di Trento ne ha compendiato la dottrina insegnando che il nostro Salvatore ha lasciato l’Eucaristia alla sua Chiesa “come simbolo della sua unità e della carità con la quale egli volle intimamente uniti tra loro tutti i cristiani”; e perciò essa è “simbolo di quell’unico corpo, di cui egli è il capo”» (Paolo VI, Mysterium fidei; cfr Conc.Trid., Decr. de SS. Eucharistia, proemio e c. 2). Il Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza con efficacia: “Coloro che ricevono l’Eucaristia sono uniti più strettamente a Cristo. Per ciò stesso, Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la Chiesa” (CCC 1395).

    3. Questa dottrina tradizionale è fortemente radicata nella Scrittura. Paolo nel brano già citato della Prima Lettera ai Corinzi la sviluppa partendo da un tema fondamentale, quello della koinonía, cioè della comunione che si instaura tra il fedele e Cristo nell’Eucaristia. “Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione (koinonía) con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione (koinonía) con il corpo di Cristo?” (10,16). Questa comunione è descritta più precisamente nel vangelo di Giovanni come una relazione straordinaria di “interiorità reciproca”: ‘lui in me e io in lui’. Gesù, infatti, dichiara nella sinagoga di Cafarnao: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56). È un tema che sarà sottolineato anche nei discorsi dell’Ultima Cena mediante il simbolo della vite: il tralcio è verdeggiante e fruttifero solo se è innestato nel ceppo della vite da cui riceve linfa e sostegno (Gv 15,1-7). Altrimenti è solo un ramo secco e destinato al fuoco: aut vitis aut ignis, «o la vite o il fuoco», commenta in modo lapidario sant’Agostino (In Johannis - Evangelium 81,3). Si delinea qui un’unità, una comunione, che si attua tra il fedele e Cristo presente nell’Eucaristia, sulla base di quel principio che Paolo formula così: “Quelli che mangiano le vittime sacrificali sono in comunione con l’altare” (1 Cor 10,18).

    4. Questa comunione-koinonía di tipo ‘verticale’ perché ci unisce al mistero divino, genera nel contempo una comunione-koinonía che possiamo dire ‘orizzontale’, ossia ecclesiale, fraterna, capace di unire in un legame d’amore tutti i partecipanti alla stessa mensa. “Pur essendo molti, siamo un corpo solo - ci ricorda Paolo -: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,17). Il discorso sull’Eucaristia anticipa la grande riflessione ecclesiale che l’Apostolo svilupperà nel capitolo 12 della stessa Lettera, quando parlerà del corpo di Cristo nella sua unità e molteplicità. Anche la celebre descrizione della Chiesa di Gerusalemme offerta da Luca negli Atti degli Apostoli delinea questa unità fraterna o koinonía connettendola alla frazione del pane, cioè alla celebrazione eucaristica (At 2,42). È una comunione che si compie nella concretezza della storia: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nella comunione fraterna (koinonía), nella frazione del pane e nella preghiera (…) Tutti coloro che erano divenuti credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune” (At 2,42-44).

    5. Si rinnega perciò il significato profondo dell’Eucaristia, quando la si celebra senza tener conto delle esigenze della carità e della comunione. Paolo è severo con i Corinzi perché il loro radunarsi insieme “non è più un mangiare la cena del Signore” (1Cor 11,20) a causa delle divisioni, delle ingiustizie, degli egoismi. In tal caso l’Eucaristia non è più agape, cioè espressione e fonte di amore. E chi partecipa indegnamente, senza farla sbocciare in carità fraterna, “mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,29). “Se la vita cristiana si esprime nell’adempimento del più grande comandamento, e cioè nell’amore di Dio e del prossimo, questo amore trova la sua sorgente proprio nel santissimo sacramento, che comunemente è chiamato: sacramento dell’amore” (Dominicae coenae n. 5). L’Eucaristia ricorda, rende presente e genera questa carità. Raccogliamo, allora, l’appello del vescovo e martire Ignazio che esortava all’unità i fedeli di Filadelfia in Asia Minore: “Una sola è la carne di nostro Signore Gesù Cristo, uno solo è il calice nell’unità del suo sangue, uno solo l’altare, come uno è il Vescovo” (Ep. ad Philadelphenses 4). E con la liturgia preghiamo Dio Padre: “A noi che ci nutriamo del corpo e del sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (Preghiera eucaristica III).




    Giovanni Paolo II
    UDIENZA GENERALE - Mercoledì, 8 novembre 2000

  3. #3
    megaelleno
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    La ringrazio per il pronto riscontro, ma alcuni punti mi risultano ancora oscuri.
    E' in particolare il terzo ordine di domande che "tecnicamente" non mi è del tutto chiaro.

    A meno che, sottolineando il significato della comunione lei non abbia inteso farmi capire che c'è comunione anche tra il Cristo e l'officiante. In tal caso, mi riesce difficile comprendere come le loro sostanze si uniscano pur restando definite sotto tutti i rispetti.

    Grazie
    =D=

  4. #4
    megaelleno
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    Spero sinceramente che qualcuno ferrato nella dottrina possa chiarirmi questi punti. Ne ho bisogno per delle ricerche.

    Posso se volete rivolgere queste domande ai tradizionalisti?

    Ancora grazie.
    =D=

    P.S.: Mi accorgo solo ora del messaggio privato, M.T. Grazie.

 

 

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