Monsignor Pier Carlo Landucci,
“sentinella della fede”.
Il 28 maggio di venti anni fa moriva mons. Pier Carlo Landucci (1900-1986), teologo e grande filosofo della scienza, di cui nel 2002 il cardinal vicario di Roma Camillo Ruini ha approvato la preghiera per ottenerne l’inizio della causa di beatificazione.
Di Giuseppe Brienza.
Radici cristiane, anno II,
n° 13, aprile 2006, pp.60-6.
Sacerdote “romano d’adozione” (si stabilì nella “Città Eterna” a 19 anni e vi rimase fino alla morte), mons. Landucci lasciava scritto nel suo breve ma intenso testamento: «Accetto e offro il dono della morte, in spirito di riparazione per me e di propiziazione per il Papa, la Chiesa e le anime». Dal 1994 la sua salma dal cimitero romano del Verano è stata traslata alla Chiesa di San Giovanni Battista de Rossi, nel quartiere Appio-Latino, dove visse per oltre quarant’anni.
Verso il sacerdozio.
Nato il 1 dicembre 1900 a Santa Vittoria in Matenano, paesino in provincia di Ascoli Piceno, da padre pretore, a soli cinque anni Pier Carlo rimane orfano del padre e, sempre giovanissimo, perde anche l’amatissima madre, Teresa Naldini.
Nonostante queste grandi croci da sopportare, mons. Landucci eccelle negli studi giovanili, arrivando a laurearsi in ingegneria all’Università “La Sapienza” di Roma a soli 22 anni. Subito dopo non rifugge ad indossare la divisa dell’Esercito Italiano, prestando servizio militare come ufficiale nell’arma del Genio.
Frequenta in quegli anni un ottimo direttore spirituale, il gesuita p. Agostino Garagnani, che lo aiuta a capire il modo migliore per lui di seguire il Signore, incoraggiandolo a lasciare tutto (fra l’altro un lavoro come professore di topografia e matematica alla Scuola Agraria di Cagliari) per entrare nel 1926 nel Seminario Romano di San Giovanni in Laterano.
IL 25 maggio 1929 è ordinato sacerdote, subito dopo è affidato alla chiesa del Corpus Domini e già nel 1935 è rettore del Pontificio Seminario Romano minore. L’anno successivo è nominato al Seminario Maggiore come direttore spirituale. Tra I suoi allievi di quegli anni, il futuro card. Pietro Palazzini (1912-2000), e il Servo di Dio Bruno Marchesini (1915-1938) di cui Giovanni Paolo II nel 2002 ha dichiarato l’eroicità delle virtù, dichiarandolo Venerabile.
Esemplare nella virtù dell’obbedienza.
Un episodio particolarmente difficile nella vita dei mons. Landucci si ebbe però nel 1942, quando fu improvvisamente costretto a lasciare tutti gli incarichi al Seminario Romano per ritirarsi in umiltà, povertà e silenzio in un piccolo appartamento di due stanzette (dove visse fino alla morte) presso le suore di Namour, nella clinica “Madonna della Fiducia”, a causa di incomprensioni con l’allora Rettore mons. Roberto Ronca.
I due si conoscevano fin dai tempi della facoltà d’Ingegneria dell’Università “La Sapienza” (anche Ronca, infatti, era ingegnere), e facevano parte di un affiatato gruppo di studenti cattolici, tra i quali vi era anche il Servo di Dio Ulisse Amendolagine (1893-1969), del quale è stata aperta nel 2004 la causa di beatificazione.
Nel suo “rifugio” alla “Madonna dell’Umiltà”, mons. Landucci visse tutta la vita, studiando, scrivendo libri di teologia, di mariologia, di filosofia della scienza, e ricevendo molti sacerdoti e laici che diresse spiritualmente fino alla morte. Non si lamentò mai di questo suo “confino”, dando un grandissimo esempio di sopportazione ed obbedienza cristiane. Rimanendo Canonico lateranense, mons. Landucci si dedicò anche alla predicazione di esercizi spirituali al Clero, ai Seminari, ed al preziosissimo ministero delle Confessioni.
Sentinella della Fede.
Durante il Concilio Vaticano II, viene scelto come “perito” e, proprio in questi anni, comprende definitivamente che il suo principale compito nella Chiesa è quello di essere “sentinella della fede”, quindi in primo luogo dell’autentica teologia, al fina di segnalare in tempo gli errori di un’epoca difficilissima per la salvaguardia dell’integrità della dottrina (soprattuto nel post-concilio) e per ribadire, con la Chiesa di sempre, l’unica Verità Cattolica.
Dei suoi numerosi libri (per tacere dei moltissimi articoli pubblicati su riviste come Palestra del Clero, Studi Cattolici, Tabor o Renovatio), ne citiamo solo alcuni ancora reperibili( anche se con qualche difficoltà), come Maria Santissima nel Vangelo (1945), imponente volume nel quale si inrecciano e si armonizzano considerazioni ascetiche, bibliche e psicologiche sulla Madre di Dio, pubblicato in quinta edizione dalle edizioni S. Paolo nel 2000; La vera carità verso il popolo ebreo, appena pubblicato dalle edizioni Amicizia cristiana di Chieti e [I]Prima che Abramo fosse[/I], io sono. Il Dio in cui crediamo (Milano, Effedieffe ediz., 2001), straordinario testo di apologetica che ha meritato persino di essere citato nel corso di due “Udienze generali del mercoledì” da papa Paolo VI (7 febbraio e 22 agosto 1973).
In tutti i suoi scritti e discorsi mons. Landucci non ebbe mai timore di andare controcorrente, convinto che «la sapienza cristiana non consiste nel nuovo che cambia, ma nel Vero che resta, quel Vero che la Chiesa da sempre ripete alle anime».
Perché la preghiera nelle calamità naturali.
«Si sta perdendo, almeno praticamente, la consuetudine liturgica, pastorale e ascetica di indire e innalzare suppliche e di fare penitenza per impedire o per interrompere calamità naturali quali I terremoti, le alluvioni, le epidemie. Tutti ricordano certe apposite invocazioni delle Litanie dei santi o, in riferimento anche a calamità di minor grado, le preghiere prescritte ai sacerdoti Ad petendam pluviam o Ad petendam serenitatem, eccetera. Oggi, silenzio.
Sullo sfondo si delinea, a giustificazione della nuova prassi, una preoccupazione in sé lodevole di aggiornamento, di razionalità dottrinale e anche di ripensamento teologico […] Si tratta, al riguardo, di dissolvere qualche equivoco e compiere qualche precisazione […] Un tempo era convinzione comune del popolo cristiano che le calamità naturali fossero vere punizioni dei nostri peccati. Perciò, si innalzavano preghiere e si facevano manifestazioni anche pubbliche di penitenza, per placare la divina giustizia (si ricordi la peste di Milano e San Carlo Borromeo).
Chi osa dirlo oggi alle popolazioni scampate a un terremoto? E se si tacesse in considerazione del clima attuale di poca fede, e per non urtare la gente, potrebbe ancora esservi qualche giustificazione. Ma non è forse azzardato supporre che i pastori stessi, in buona parte, non ci credano più.
Eppure ilo fatto è certissimo. Alla base c’è il “peccato originale”, trasmesso come peccato “di natura” a tutta la specie umana» (Pier Carlo Landucci, Perché la preghiera nelle calamità naturali, in Studi Cattolici, n. 295, settembre 1985, p. 543).
Mons. Landucci e il Concilio Vaticano II
«In ogni momento dimostrò di conoscere l’angoscia e le povere esaltazioni di chi credeva che la Chiesa avesse inizio con il Concilio Vaticano II
; le incertezze profonde fino allo smarrimento di chi, non solido nella teologia e non fermo nella preghiera, si sentiva stordito nel travaglio di tesi contrapposte.
Medicò più di una di queste anime, assisté pazientemente anime turbate; riprese anche energicamente con l’energia cristiana dell’amore. E non fu mai fra gli equilibristi della teologia, i “prudentiones” a loro dire, che si barcamenano tra ideologie opposte
. La Verità è una sola. Mons. Landucci prese posizione e con quella sua logica stringente andava fino in fondo. Era difficile controbatterlo, perciò si preferiva farlo tacere». (Card. Pietro Palazzini, Mons. Pier Carlo Landucci, maestro, guida e padre, Torino Elledici, 1990, pp.16-17).