aprile 15, 2006 Il Mondo
INCHIESTA PERCHÉ I SIGNORI DELLA STATISTICA HANNO SBAGLIATO LE PREVISIONI
ma che asini questi sondaggisti
Pagnoncelli ha dato il centrosinistra in vantaggio di cinque punti. Piepoli ha presentato exit poll sballati. E Nexus, Doxa, Ispo... Così la competizione elettorale si è trasformata in una débàcle
Guardano i flussi elettorali, disegnano le forchette del voto, tracciano le mappe virtuali dell'Italia che cambia. Ma non sempre riescono ad afferrare la realtà che passa sotto i loro occhi. Lunedì 10 aprile, una volta aperte le urne delle elezioni politiche, è andata in scena la débàcle dei sondaggisti. Che sono finìti sul banco degli imputati perché incapaci di prevedere l'esito finale della sfida tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Cioè un sostanziale pareggio con una distanza tra i duellanti di poche migliaia dì voti e qualche zero virgola in percentuale. Nell'occhio del ciclone, gli exit poil realizzati fuori dai seggi da Nexus Dinamiche per Rai e Mediaset. La società, guidata da Paolo Sari, ha chiuso il 2005 con un giro d'affari attorno ai 2,5 milioni, gestisce ìl marchio Nexus che prima faceva capo al gruppo Hdc di Luigi Crespi, finito in fallimento. Nel capitale sociale, accanto a Sari titolare del 40%, figura Fabrizio Masia, il giovane ricercatore che è comparso in televisione nelle serate elettorali (regionali 2005 e politiche 2006). È stato suo il compito di annunciare uno sbagliato vantaggio al Senato per l'Unione, stimato tra il 50 e il 54% mentre la Casa delle libertà era calcolata tra 45 e 49%. Ma non hanno brillato neanche gli house poll, indicazioni di voto raccolte tramite telefonate nei giorni in cui erano aperti i seggi, realizzati dall'Istituto Piepoli guidato da Nicola Piepoli. Il sondaggista ha lavorato molto per queste elezioni: qualcuno dice che negli ultimi giorni abbia realizzato addirittura 30 mila interviste mirate per un solo committente, Silvio Berlusconi. Gli house poll di Piepoli, grazie a una commessa di circa mezzo milione di euro, sono stati divulgati su Skytg24. Anche qui, una buccia di banana: al primo annuncio (per la Camera) il vantaggio del centrosinistra era del 52%, il centrodestra fermo al 47%.Tutti numeri spazzati via, tra pomeriggio e serata, da proiezioni e dati reali. Certo non è la prima volta che accadono incidenti del genere. Basti pensare alle regionali del 1995 e alle famose bandierine che cambiavano spesso colore durante il telegiornale di Emilio Fede: errori (ammessi) di Crespi, allora presidente dì Datamedía. E prima ancora (1993) altri sbagli degli exit poll da parte della Doxa di Ennio Salamon per le elezioni comunali. Però stavolta, più ancora delle cifre raccolte a caldo, la disfatta si misura nei lunghi mesi di rilevazioni, interviste e sondaggi, più o meno riservati oppure resi pubblici, che hanno contribuito ad alimentare la campagna elettorale. E che vedevano uno schieramento (centrosinistra) da oltre un anno in netto vantaggio sull'altro.
Dunque, i signori dei sondaggi sono diventati tutti somari? Oppure questi metodi di rilevazione, molto usati anche dalle aziende o dagli uffici marketing, non servono oramai a niente? Di certo ci sono i numeri, distribuiti a piene mani, spesso con tanto di accurate analisi. Così per fare qualche esempio, il 24 marzo scorso sulle pagine del quotidìano la Repubblica un sondaggio Demos-Eurisko ha assegnato una netta maggioranza all'Unione per Camera e Senato (rispettivamente con il 51,7% e il 51,4%) accompagnato da un commento del professor Ilvo Diamanti che fotografava «una fiducia in Prodi che risale ancora, insieme alla quota di persone che lo preferiscono a Berlusconi come presidente del Consiglio». Pochi giorni prima (21 marzo) Renato Mannheimer, titolare di Ispo, sul Corriere della Sera, registrando un recupero (tre punti) del leader di centrodestra ha avvertito che «l'obiettivo del Cavaliere di riconquistare per intero il segmento di elettorato che gli aveva dato fiducia cinque anni fa appare sin qui lontanissimo da raggiungere».
Hanno sbagliato non solo gli italiani, ma anche alcuni grandi istituti stranieri che operano nel nostro Paese. Come la francese Ipsos public affair, guidata da Nando Pagnoncelli, uno dei professionisti più noti, che ha lavorato nelle settimane scorse per la Margherita d Francesco Rutelli. A pochi giorni dal voto Ipsos accreditava lo schieramento di Prodi di un vantaggio sui quattro punti, ridotti poi a due a ridosso del weekend elettorale. E distacchi dai tre ai cinque punti li hanno visti anche i ricercatori della Doxa, mentre una distanza vicina al 7% a favore di Prodi era la stima dello stessa Crespi, per anni sondaggista di fiducia del Cavaliere. Un vantaggio largo esisteva anche per la Swg, società di Trieste (giro d'affari attorno ai 6,5 milioni) guidata dal presidente Roberto Weber (articolo a fianco) considerata vicina al centrosinistra. Torna così d'attualità un vecchio tema: il committente politico influenza il lavoro dei professionisti della ricerca? «Lo escluderei, ma certe non bisogna mai innamorarsi della propria causa», afferma Antonio Valente, fondatore di Loríen consulting di cui oggi detiene il 49% (il resto è di Wpp marketing communications, colosso Usa del settore). Ha fornito dati e numeri all'Udc e a qualche leader politico, così adesso avverte: «Le ricerche commissionate dai partiti, che poi vengono rese pubbliche sui giornali, vanno prese con le pinze, perché hanno precisi scopi. Tra questi, mandare segnali alla base elettorale o rafforzare la propria immagine. Invece nessun politico concede l'autorizzazione a divulgare i dati che toccano aspetti strategici della sua campagna elettorale o del suo posizionamento. Per non regaare armi utili ai suoi avversari». Un esempio: a dispetto delle previsioni della vigilia, la Campania si è rivelata una delle regioni più incerte al Senato, con un lungo testa a testa tra destra e sinistra, che poi ha vinto. «Ma qui Berusconi», dice Valente, «ha tentato la rimonta fino all'ultimo momento. Segno che aveva in mano numeri o sondaggi promettenti. Infatti, è andato a Napoli a chiudere la campagna elettoale. Un po' come George Bush che aveva scelto l''Ohio». E la rimonta del numero uno negli Usa contro lo sfidante John Kerry, dato per vincente dalle proiezioni alle presidenziali 2004, è molto citata dai sondaggisti italiani.
Quasi a giustificazione degli errori commessi. Ma anche al di là della politica, questi strumenti faticano a cogliere tendenze e scelte. Tra i casi più recenti, la generale sottovalutazione dell'astensione enorme (75%) al referendum sulla legge per la fecondazione assistita nel giugno 2005. Un mese prima una ricerca Swg aveva detto: andranno a votare 40 persone su cento. Una lancia a favore del settore la spezza Alessandro Amadori di Coesis, che pure ammette i suoi errori, cioè la stima di un distacco di tre punti per Prodi: «Non abbiamo saputo cogliere la ritrosia a dichiararsi di quelle persone definite moderate. E poi un grande peso l'hanno giocato gli indecisi, che hanno scelto con un voto d'impulso. E una logica molto simile a chi entra in un supermercato e compra un prodotto all'ultimo momento». Secondo Amadori però il mestiere di sondaggista sta diventando sempre più complicato, anche dal punto di vista tecnico: «Non possiamo intervistare le persone telefonando ai cellulari perché non esistono elenchi pubblici». E siccome cresce il numero di famiglie che ha rinunciato ad avere un telefono fisso in casa, aumenta la quota di persone che è impossibile monitorare. Senza contare che esistono problemi non ancora risolti (per la legge sulla privacy) proprio nelle telefonate ai fissi: oggi infatti le chiamate per fare un sondaggio rischiano di essere assimilate a quelle del telemarketing. E allora scattano normative diverse da rispettare. «Certo», continua Amadori, «rimane il fatto che dobbiamo migliorare i sensori per leggere meglio il Paese reale». A detta di molti professionisti del settore invece, l'unica sondaggista che è riuscita a intuire la netta divisione dell'elettorato è stata Alessandra Ghisleri, titolare di Euromedia research (giro d'affari nel 2005 di 1 milione di euro) che ha un contratto con Forza Italia. Aveva previsto il pareggio con una soglia di votanti superiore all'82%. E andata proprio così, ma molti suoi colleghi l'hanno snobbata fino all'ultimo giorno. «Dicevano che davamo numeri taroccati», afferma Ghisleri, «in realtà abbiamo lavorato molto per scoprire i margini di recupero di quel partito». Per mesi, ogni settimana, hanno fatto talking group e sottoposto mille questionari sull'orientamento politico a un campione di persone. Hanno diviso gli indecisi in molti target, come le donne o i residenti nelle province.
«Metodologie che abbiamo studiato negli Usa», dice Ghisleri, «per vedere, al di là del colore politico, come la gente si orienta di fronte a temi concreti». Insomma, un successo per una società con dieci ricercatori, alla quale in febbraio l'Assirm, cioè il salotto buono degli istituti di ricerca guidata da Pagnoncelli, ha chiuso la porta in faccia: iscrizione di Ghisleri non accettata perché Euromedía era ritenuta una semplice boutique della consulenza. Se c'è però una cosa che unisce i signori dei numeri italiani è la difesa contro i colleghi americani di Psb. la società utilizzata a sorpresa da Berlusconi. Che è accusata di aver sbagliato in pieno i dati sui singoli partiti, per esempio con i Ds accreditati di un esagerato 24%. Vero, ma gli americani il pareggio l'hanno azzeccato.
di Fabio Sottocornola
Il Mondo 13-04-2006




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