di Paola Sacchi
8/11/2005
Pugliese, ex metalmeccanica della Uil, la Mauro è l'ascoltatissima consigliera del Senatùr, che di lei dice: «Ha un caratteraccio». Ma è un complimento
Quando i tre Roberto (Maroni, Calderoli, Castelli), ministri della Lega Nord, e Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera, arrivano, spesso la trovano già accanto al capo.
Non c'è ormai vertice nella villetta di Gemonio (Varese), abitazione di Umberto Bossi, al quale non partecipi Rosi Mauro, segretario generale del sindacato padano Sinpa e presidente della commissione Bilancio alla Regione Lombardia. Recentemente, destando un po' di stupore tra i colonnelli, Bossi l'ha portata con sé ad Arcore, in una di quelle riunioni top secret del lunedì sera con il premier Silvio Berlusconi.
Il 18 settembre a Venezia, per la festa nazionale dei popoli padani, Bossi è arrivato con lei, che lo ha affiancato sul palco, riparandolo con un ombrello dalla pioggia; e con lei è ripartito.
Di origine pugliese, ex metalmeccanica iscritta un tempo alla Uil di Giorgio Benvenuto, «la sindacalessa feroce», come la chiama Calderoli per la sua grinta e determinazione, non è più soltanto il Mario Borghezio (eurodeputato del Carroccio) in gonnella che scalda gli animi delle camicie verdi aprendo i grandi raduni leghisti.
Il suo ruolo nella nomenklatura di via Bellerio a Milano è cresciuto. Fino a occupare una posizione chiave in quel muro di riservatezza eretto attorno a Bossi dopo la malattia.
«Altro che Lega maschilista e "celodurista": il leader ha preso Rosi Mauro come consulente e Nicoletta Maggi è capo ufficio stampa» si è compiaciuta Sabina Negri, moglie di Calderoli.
Il Senatùr di lei si fida. Grande amica della moglie Manuela Marrone, first lady leghista, Rosi (all'anagrafe Rosa Angela) gli è stata sempre a fianco anche nei giorni difficili della malattia e non l'ha più abbandonato durante la convalescenza. Fino ad attirarsi nel partito la velata critica di essere troppo protettiva.
Che Bossi non si faccia condizionare è noto, ma c'è chi vede nella sua decisione di non dare quasi più interviste, non sempre condivisa da tutti nel Carroccio, anche lo zampino di Rosi. La quale a Panorama manda a dire: «Se volete sapere qualcosa di me, intanto leggetevi il mio ultimo comunicato sul tfr».
A lei, comunque, il Senatùr non risparmia le sue ruvidezze. «Ma va là, basta!» sbottò con un eloquente gesto della mano sul palco di Venezia, rispondendo alle sue richieste di girarsi verso la folla.
E una smorfia si è dipinta sul volto dei ministri leghisti quando la pasionaria, sotto la pioggia battente, se ne è uscita con un «piove, governo ladro!», accompagnato da uno scroscio di applausi.
Una decina di anni fa la vulcanica Rosi fece perdere la pazienza a Bossi anche a Bologna a un congresso della Lega. Dove con un gelido «stavolta abbiamo esagerato» mise il silenziatore a lei e agli altri che si sperticavano in fischi e urla contro il sindaco Walter Vitali.
Ma il leader non può che avere ammirazione per quella sindacalista sui generis, dura e pura, che ha spiazzato i sindacati confederali nella battaglia per gli asili nido nelle fabbriche del Nord, animata dal rovello dei dazi doganali contro l'invasione dei prodotti cinesi, nemica giurata della «politica assistenzialista romana di Cgil-Cisl-Uil, salvo riconoscere che Sergio Cofferati «è stato un ottimo sindacalista».
Quando serve le canta anche a Berlusconi, se il Sinpa non viene convocato a Palazzo Chigi. «Non so più se la Rosi è un uomo o una donna, per il lavoro che fa e per il caratteraccio» disse Bossi di lei, che lo prese per «un gran bel complimento».
E alla prima uscita pubblica del leader dopo la malattia contraccambiò: «Bossi è immortale, è un Highlander».


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