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    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito 30 maggio 1996, intervento sulla fiducia al governo Prodi (dieci anni dopo)

    Onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi,

    ascoltando le sue dichiarazioni programmatiche ho lasciato intendere che in esse era possibile intravedere un barlume di luce, per aver messo al primo punto del programma del suo governo il richiamo al federalismo che, dopo decenni di lotta della Lega, sta diventando quasi una parola d'ordine.

    Il vecchio vento del Nord, che pure aveva causato la distruzione del fascismo, aveva modificato troppo poco la piattaforma costituzionale del potere centralista. Un deficit di cambiamento che poi è stato aggravato dall'interpretazione della Costituzione fatta con il manuale della spartizione tra i partiti, il manuale Cencelli. In questo modo, attraverso desolanti finzioni, la sovranità popolare fu irretita da un potere politico divenuto sinonimo di centralismo partitocratico, di scelte dirigiste e zeppe di errori e di corruzione.

    Le radici di tutti i mali del Paese sono, quindi, nella natura centralista della Costituzione italiana e nell'interpretazione che di essa diedero le corti e i partiti politici della prima Repubblica e che stanno continuando a dare i partiti dell'attuale "palude".

    A chi, con incredibile superficialità, parla di violenza di Stato contro la Lega per l'Indipendenza della Padania, ricordo che la società padana è l'unica ad avere la capacità di decidere sul suo futuro, secondo le regole della democrazia liberale.

    Signor Presidente del Consiglio, credo che, invece di minacciare l'oppressione militare italiana, sia opportuno avviare un processo di negoziazione per affrontare i meccanismi di risoluzione del contenzioso tra Padania e Roma Padrona. È evidente che le dichiarazioni del Presidente della Camera, on. Violante, rappresentano un tentativo di condizionare la volontà dei popoli padani. Mi auguro che la minaccia di Violante non sia un anticipo sul progetto di riforma della Costituzione da parte del Governo di cui il PDS, ultimo grande partito nazionale rimasto, è l'asse portante.

    Onorevole Presidente del Consiglio, lei deve chiarire in quest'aula se, per caso, anche il progetto del suo Governo non preveda alcuna negoziazione, ma solo finzioni di cambiamento della Costituzione; deve chiarire se intenda aprire vie per una soluzione negoziata, rifiutando meccanismi violenti e repressivi, della composizione del conflitto Padania - Roma Padrona per aiutare nella costruzione di una società fondata su relazioni di cooperazione e di collaborazione, superando quelle attuali basate sull'imposizione del potere centrale.

    Purtroppo il Paese sconta le conseguenze del mancato sviluppo del Sud, anzi, da un'economia duale si è passati a due economie sempre più lontane tra loro. E le scelte di aiuto dell'una danneggiano l'altra economia e viceversa. Tutto ciò avviene mentre è alle porte la sfida degli anni 2000: la globalizzazione dei mercati che sottolinea, ogni giorno di più, quanto l'attuale struttura dei rapporti Nord-Sud abbia esaurito i suoi aspetti funzionali più positivi. Emergono forti elementi di conflitto; tra breve, in Italia, risulterà impossibile coniugare benessere e stabilità sociale. Con la globalizzazione entrano in concorrenza singoli sistemi produttivi e quindi le fabbriche, gli uffici commerciali, insieme alle istituzioni, che sono alle loro spalle, conteranno la previdenza, i salari, i vari tassi. Il superamento della congiuntura dipenderà, quindi, dalla migliore combinazione di tali variabili che ciascun sistema produttivo riuscirà a realizzare.

    Oggi, a causa del costo dello Stato, cioè della sua inefficienza e del mancato sviluppo del Sud, il sistema produttivo italiano è condannato all'annientamento. Se per sistema produttivo si intende la somma algebrica di quello medio alto padano e di quello , molto più basso, meridionale, allora va detto che il sistema italiano ha un valore medio di competitività che lo relega al 41^ posto nel mondo, dopo diversi Paesi in via di sviluppo. Se, invece, consideriamo il sistema produttivo italiano per quello che è, cioè costituito da due sistemi produttivi molto differenti tra loro, scopriamo allora che le cose potrebbero andare meglio sia per la Padania che per il Meridione, perché la globalizzazione dei mercati non escluderà nessun sistema produttivo dalla possibilità di partecipare alla competizione commerciale; ovviamente ogni sistema lo farà a partire dalla sua specifica realtà.

    Onorevole Presidente del Consiglio, mi rendo perfettamente conto del fatto che occorrerebbe un Governo coraggioso e innovativo, forte per il coraggio e per l'intuito, mentre il suo è piuttosto un Governo solidamente ancorato al passato: spiccano illustri rappresentanti di vari interessi come la Massoneria, il Grande Capitale, la Finanza laica, la Finanza cattolica; lei stesso fu presidente dell'I.R.I., il più grande monopolio pubblico.

    C'è Di Pietro che cercò di delegittimare , a partire da una storia oscura, la Lega, definendola, addirittura, il partito delle tangenti. Cioè, attorno all'ultimo grande partito nazionale, il PDS, sembra , ma io mi auguro di sbagliare, che si sia radunato il vecchio sistema in difesa di una forma di Stato non più difendibile, nonché degli interessi che il centralismo sottende. Mi auguro di sbagliare, dicevo, perché per cambiare occorrerà coraggio e chi non lo avesse non potrebbe darselo.

    La crisi italiana non è solo gravissima per se stessa , ma cade anche in un momento di crisi e cambiamento più generali: da una parte vi è la crisi dello Stato Nazionale, vi è una forma di Stato in rapido declino, garantito fino a qualche decennio fa dall'ideologia, strumento per la loro realizzazione; esso muore con la fine dell'ideologia e dovunque, a livello internazionale, emerge il dualismo centralismo-federalismo, centralismo-indipendenza, centralismo-secessione.

    Anche sul piano dell'economia siamo davanti ad una situazione del tutto nuova: alcune variabili macroeconomiche non sono più in linea con i principi classici dell'economia. Crescono produttività, produzione, prodotto interno lordo, ma cala l'occupazione; l'avvento della tecnologia e dei sistemi informatici avanzati scandisce la fine dello Stato nazionale, del mercato chiuso nazionale; la liberalizzazione dei capitali ha reso sempre più difficile, per lo Stato nazionale, la possibilità di realizzare il suo potere più grande, il potere fiscale, senza il quale non potrebbe esercitare nessuno degli altri poteri tanti o pochi - che possiede. Il cross-over dei capitali che escono dal Paese, diventato immenso nell'ultimo decennio, allarga l'economia e rimpicciolisce il potere giuridico dello Stato nazionale.

    Lei, onorevole Presidente, dovrà agire in questo contesto confuso, difficile, senza reti protettive, mentre non vi è ancora neppure una teoria dello sviluppo a partire da condizioni di sviluppo maturo, non vi è ancora un serio equivalente del GATT che eviti competizioni troppo violente tra Paesi più avanzati e Paesi emergenti, per il commercio dei prodotti a basso contenuto tecnologico. Vi è da sperare che la lotta commerciale, in futuro, porti ad una separazione delle produzioni ad una disoccupazione strutturale nei sistemi meno sviluppati porti alle regole ed ai patti commerciali anziché all'assistenzialismo, alle sue sordide classi politiche, porti al superamento degli Stati nazionali e del colonialismo.

    Io vedo che i figli dell'ideologia, che pure non sono più comunisti ne fascisti, con la stessa virulenza del passato si attardano a difendere lo Stato nazionale, quello che fu lo strumento per concentrare enormi risorse nelle mani del vecchio sistema di potere, per costruire eserciti che conquistassero le colonie, per dare vita a polizie che imbrigliassero la società. Forse era fatale che la società dell'economia industriale passasse attraverso una forma di Stato così violenta, sanguinaria, come lo Stato nazionale.

    Ma per fortuna oggi il sistema produttivo non ha più bisogno ne di colonie ne di colonialismo, ne, tantomeno, per quel che ci riguarda, del colonialismo e del razzismo del centralismo romano.

    Per salvare lo Stato nazionale occorrerebbe rimettere al loro posto le dogane, bloccare la liberalizzazione dei capitali. Il rapporto Nord - Sud governato con l'assistenzialismo non funziona, non è più possibile; i rapporti tra sviluppo e sottosviluppo non possono essere più affrontati in una logica centralista. La Padania , l'Italia, il suo governo hanno un solo grande problema che li incalza e ci incalza: parlo delle conseguenze del mancato sviluppo del Mezzogiorno. Tutto il resto, tutte le difficoltà di questo Paese non sono che la conseguenza di quel grande problema. Errori clamorosi si intrecciano ad incredibili ladrocini e , dopo una prima fase caratterizzata dalla Cassa del Mezzogiorno, magari troppo tecnocratica, ma anche di una certa efficacia, la quota di trasferimenti direttamente collegata alle attività produttive ha perso progressivamente rilievo: dal 9% di trasferimenti globali del 1975 si è passati al 2% attuali; cresce invece dal 3% del 1970 al 10% il peso dei trasferimenti per la fiscalizzazione degli oneri sociali, che è più un sostegno dei redditi delle imprese che delle attività produttive. Non diversamente, quindi, dai sussidi ai redditi delle persone è cresciuto il trasferimento facente capo ad opere pubbliche, che sono attorno al 20% del totale. Anche in questo caso, l'impatto a favore del rafforzamento dell'apparato produttivo è dubbio, perché nel Mezzogiorno la spesa pubblica in questo comparto è stata finora gestita più nell'ottica di prolungare nel tempo la durata dei lavori che non di utilizzare i lavori pubblici come volano di economia per lo sviluppo.

    Ma al quota più rilevante dei trasferimenti pubblici nel Meridione è collegata al finanziamento dello Stato sociale, attraverso meccanismi sostanzialmente automatici: si va dal 24% del trasferimento globale del 1970 al 40% attuale.
    Nel Meridione si sostengono più i redditi della popolazione che il lavoro e fatalmente queste scelte hanno portato al rallentamento dello sviluppo produttivo e, quindi, ad un aumento della disoccupazione strutturale.

    Questa è la radiografia della principale causa della crisi italiana.

    Onorevole Presidente del Consiglio, ci pensi bene prima di fare le scelte che minaccia di fare! Non faccia del Mezzogiorno un'area permanente per gli investimenti di emergenza, del sussidio, dell'appalto pubblico come sistema di controllo sociale. Ancora una volta l'assistenza che lei chiama solidarietà si sostituirebbe alla strategia dello sviluppo. Ricordi, onorevole Presidente, che l'assistenzialismo fa andare in malora la società civile ed emergono i più gravi fenomeni di illegalità e degenerazione. Ricordi che l'assistenza crea pochi ricchi, chi la gestisce, certo, ma tanta carenza di sviluppo reale. E la distribuzione del denaro a pioggia non ha finora portato nessun vantaggio vero al Sud, perchè la ricchezza la crea il lavoro. Il lavoro, il lavurà. Il lavurà.
    Presidente! E allora mi auguro che il Governo sappia essere molto attento, sappia evitare le scelte che rischiano di allargare il consumo ma non la base produttiva; mi auguro, cioè, che sappia essere attento per evitare di essere costretto a continuare a far fronte alla disoccupazione crescente, compensandola con l'aumento dei flussi di trasferimento, cioè con l'assistenzialismo.

    Oggi ritorna nel dibattito sul meridionalismo il tema dell'industrializzazione. Ciò, a prima vista, può far pensare che, poichè è impraticabile il taglio drastico ai trasferimenti al Sud, la soluzione sia nel controllare l'uso delle risorse trasferite per finalizzarle ad un effettivo sviluppo della struttura produttiva del mezzogiorno.

    Io, Onorevole Presidente, penso che anche questa via sia impraticabile per vari motivi. Innanzitutto, perché al Sud la classe dirigente politica è in gran parte quella di prima: antiliberista ed assistenzialista, che ha dimostrato di essere incapace di organizzare e gestire l'economia, che per solidarietà intende il solidarismo cronico, perpetuo, fraudolento, che ha caricato milioni di falsi invalidi sulle casse dell'INPS, e milioni di impiegati in esubero nel pubblico impiego. Una via impraticabile, signor Presidente, perchè, per il timore di perdere l'assistenzialismo, questa classe politica tenterà in tutti i modi di mantenere in vita il centralismo dello Stato italiano, per poter attuare il controllo dell'economia della Padania al fine di garantirsi l'assistenzialismo.
    Ma la via da lei indicata temo che sia impraticabile, soprattutto perchè la globalizzazione dell'economia impone che, all'assistenzialismo tra sistemi produttivi diversi si sostituiscano patti commerciali con regole ed istituzioni differenti per la ben nota interazione tra istituzioni e mercato.

    Ricordo qui, per chi fa rumore, che dei 98 emendamenti che attendono di essere approvati, ... sono 98 emendamenti del vecchio Governo che valgono 50.000 miliardi ... sono decreti, scusate! È solo un errore, Ministro, abbia pazienza! Questi decreti valgono 50.000 miliardi, di cui 30.000 miliardi sono per l'assistenzialismo vecchia maniera del meridione, e 20.000 miliardi per sostegno a sfondo sociale, ma che forse sono anche contro certe leggi appena fatte, come quella sulle pensioni.

    Direi che lei, onorevole Prodi, è un uomo fortunato. Al prossimo vertice dei Capi di Stato sull'Europa, quando si parlerà di Maastricht e di moneta unica , saranno larghi di manica con lei: ne la Francia ne la Germania, infatti, sono pronte ad impegnarsi ad una data fissa per realizzare i criteri di Maastricht.
    Lei non passerà più le notti a sfogliare la margherita per entrare o non entrare nella banda di oscillazione dello SME; potrà prendere tempo, potrà evitare di dire sì o no, limitandosi al ni. La tenute del suo Governo, insomma, è salva.
    Ma non perda tempo Presidente, lei sa bene che non basta un piccolo regionalismo per salvare la barca. Apra la negoziazione tra Padania e Meridione, tra il sistema produttivo del Nord e quello del Sud; affrontare il rapporto tra questi due sistemi alla vecchia maniera, aumentando la pressione fiscale sul Nord e stampando titoli di Stato, non servirebbe che a peggiorare la contrapposizione Padania - Roma Padrona.

    Dia vita ad un referendum di indirizzo per sapere cosa vuole la gente, per sapere, cioè, se il Nord è disposto a correre il rischio di lasciare annientare il suo sistema produttivo, limitando la riforma dello Stato al federalismo o se preferisca, piuttosto, la separazione tra i due sistemi produttivi, anche a livello istituzionale, impegnandosi in un aiuto al Sud che possa essere massimizzato da un sistema monetario differente.

    Solo dopo aver sentito la gente, saprà e sapremo, se sarà il caso di attivare una o due differenti Assemblee Costituenti.

    Occorre coraggio, certo, Presidente. Certamente don Abbondio ripiegherebbe sulla bicamerale. Temo che don Abbondio sia in buona compagnia: Forza Italia e Alleanza Nazionale, che fino a pochi mesi fa erano contrari all'Assemblea Costituente, oggi sostengono il contrario.

    Mah! Onorevole Berlusconi, chi vivrà vedrà!

    Il cambiamento temo non passi più attraverso il parlamento romano, temo che ormai passi attraverso il Parlamento della Padania.

    Buona fortuna Presidente!


    U. Bossi

    •   Alt 

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  2. #2
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    bei tempi, posso dirlo....

 

 

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