Julius Evola
La prostituzione sacra. Le ierogamie
da La Metafisica del sesso
Nella sua essenza, ogni culto tradizionale mira all'attualizzazione della presenza reale di una data entità sovrasensibile in un certo ambiente o alla trasmissione partecipativa ad un individuo o ad un gruppo dell'influenza spirituale che ad essa corrisponde. I mezzi principali a ciò usali sono i riti, i sacrifici e i sacramenti. Ora, in varie civiltà anche il sesso fu usato a questo scopo.
Uno dei casi più tìpici lo si incontra nel quadro dei Misteri della Grande Dea, in pratiche erotiche intese appunto a evocarne il principio e a ravvivarne la presenza in un dato luogo e in una data comunità. Fra l'altro, tale fu il vero scopo della cosidetta prostituzione sacra in uso nei templi di molte divinità feminili di tipo afrodisiaco del ciclo mediterraneo: Ishtar, Mylitta, Anaitis, Afrodite, Innini, Athagatia.
Inanna/Ishtar
(Rilievo Burney, II millennio a.C. – British Museum, Londra)
Qui due aspetti vanno distinti. Vi era, da un lato, l'usanza, che ogni ragazza giunta alla pubertà non potesse passare a eventuali nozze prima di aver offerta la propria verginità in un contesto non di amore profano, ma di sacralità: ella doveva darsi nel recinto sacro del tempio a uno straniero che facesse una offerta simbolica e che invocasse, in lei, la dea (1 ). Dall'altro lato, vi erano templi con un corpo fisso di ierodule, cioè di addette alla dea, sacerdotesse il cui culto consisteva nell'atto per il quale i moderni non sanno trovare altro termine che «prostituirsi»: celebravano il mistero dell'amore carnale nel senso non di un rito formalistico e simbolico ma già di un rito magico operativo: per alimentare la corrente di psichismo che faceva da corpo alla presenza della dea e, in pari tempo, per trasmettere a coloro che con esse si congiungevano, come in un sacramento efficace, l'influenza o virtù di questa dea. Erano queste giovani che avevano, anche, il nome di «vergini» (panhénoi ierai), di «pure», di «sante» — qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome — ishtaritu (2). L'atto sessuale assolveva cosi per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall'altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell'uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna; era una tecnica per ottenere un contatto sperimentale con la divinità, per aprirsi ad essa, il trauma dell'amplesso, con la interruzione della coscienza individuale che esso comporta, costituendo a ciò una condizione particolarmente propizia. Tutto questo, in via di principio.
Un tale uso della donna non fu ristretto ai Misteri della Grande Dea dell'antico mondo mediterraneo; esso è attestato anche in Oriente. L'offerta rituale delle vergini la si incontra parimenti in India, nei templi di Jaggernaut, per «nutrire» la divinità, cioè per attivarne efficacemente la presenza. In molti casi le danzatrici dei templi avevano la stessa funzione sacerdotale delle ierodule di Ishtar e di Mylitta; allo stesso modo che le loro danze costellate di mudrâ, cioè di gesti simbolico-evocatori, presentavano di massima un carattere sacro. Cosi pure, sacra era la loro «prostituzione». Perciò perfino famiglie assai in vista consideravano non come un'onta ma come un onore che loro figlie fin dalla prima età venissero consacrate a questo servizio nei templi. Col nome di devadâsi esse valevano talvolta come le spose del dio. In questo secondo caso esse non erano tanto le portatrici del sacrum femminile, le iniziatrici dell'uomo ai Misteri della Dea, quanto le donne destinate a servire genericamente come fuoco nell'unione sessuale che, come si è visto, testi tradizionali indù avevano equiparato al sacrificio nel fuoco.
NOTE
1 Erodoto I, 99; Strabone, XI, 532
2 S. Langdon, Tamnuz and Ishtar, Oxford, 1914, pp. 80-82
Julius Evola, La Metafisica del sesso (Edizioni Mediterranee, 1994 – Pag. 213)