
Originariamente Scritto da
Der Wehrwolf
Oggi siamo un Paese a sovranità limitata»
di Pasquale Chessa
1/5/2006
Francesco Cossiga, 77 anni, presidente emerito della Repubblica. Auspica l'elezione di una "convenzione", una terza camera per riformare la Costituzione.
L'Unione Europea ci ha privato della bilancia e della moneta. Il mondo a una sola superpotenza della spada. Che senso ha parlare di poteri forti?
«Rappresenta bene il nocciolo amaro della crisi che stiamo attraversando la contraddizione fra politica debole e poteri forti su cui si è fondato il carattere antipolitico dell'incompiuta transizione italiana, a partire da Tangentopoli». L'analisi di Francesco Cossiga affonda nelle radici della storia del carattere politico italiano, da Camillo Benso conte di Cavour in poi, fino a Enrico Cuccia, attraversando il decennio giolittiano e il cinquantennio democristiano. «Ma allora c'era un'idea compiuta dello Stato fondato su tre poteri esclusivi: la bilancia, la spada e la moneta.
In tempi di impero americano, oggi l'esercito italiano ha ben poco valore. E anche la legislazione nazionale sarà sempre più sottomessa alle deliberazioni europee. Ma soprattutto lo stato nazionale ha abdicato al potere della moneta. E nessuno valuta che abbiamo ceduto la sovranità monetaria senza revisione costituzionale».
A che punto siamo oggi?
La situazione italiana, dal punto di vista delle istituzioni politiche, appare confusa. Il risultato elettorale rappresenta bene il Paese diviso, storicamente, culturalmente, geograficamente e persino moralmente. La continua turbolenza del potere economico corrisponde all'incompiutezza politica del sistema italiano. Un esempio è dato dal fatto che non solo il governo, ma l'intera classe politica ha perso il controllo del sistema bancario: un sostituto procuratore incide sulla realtà economica più del ministro o del governatore. Così come non esiste un paese al mondo in cui una coalizione vince in base a una legge elettorale che gli è stata imposta e che ha considerato prepotente e antidemocratica, e l'altra coalizione perde in base a una legge fortemente voluta per vincere.
La politica ha la forza per trovare una via di uscita epocale al declino italiano?
Credo che nella debolezza del risultato del centrosinistra ci sia tutta la forza del prossimo governo Prodi. Ma non basterà. L'inadeguatezza riformatrice della classe politica italiana è più profonda. Riguarda l'intero sistema. Alle due riforme costituzionali che si sono succedute nelle due ultime legislature ben si adatta la definizione teorica di pasticcio all'italiana. Al prossimo referendun sulla riforma costituzionale voterò contro, non perché non condivida i contenuti della riforma votata dal centrodestra, al contrario. Voglio difendere Umberto Bossi, invece. Come fa a non capire il tranello nel quale è caduto? Riconosco la bravura, un po' perfida, del mio allievo Francesco D'Onofrio, che è riuscito a imporre nel nuovo testo il concetto di «limite» dell'interesse nazionale sul quale decide il Parlamento. Una vera presa per i fondelli del federalismo e della devoluzione.
C'è quindi il pericolo che l'imminente referendum costituzionale si trasformi in un nuovo capitolo dello scontro fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, perpetuando la «divisività» italiana?
Il rischio c'è. Eppure, se Berlusconi non fosse sciocco, smonterebbe politicamente il meccanismo messo in piedi da Oscar Luigi Scalfaro, e anche da Romano Prodi, che teorizza il nesso indissolubile fra democrazia e Costituzione del 1948, lasciando a tutto il centrodestra la possibilità di votare secondo coscienza.
Non rischiamo di rimanere un Paese senza Costituzione alla fine?
In realtà, al posto di Berlusconi, presenterei i risultati della bicamerale guidata da Massimo D'Alema del 1997. C'è tutto già scritto. Una repubblica semipresidenziale, con un presidente eletto direttamente dal popolo, con un primo ministro nominato dal presidente che non aveva bisogno della fiducia ma che può essere sfiduciato, e ha la possibilità di sciogliere le Camere. Soprattutto c'è la distinzione netta dei ruoli fra pm e giudici.
Ma non si può fare un copia e incolla?
Credo che la soluzione politicamente più fertile si trovi nella proposta di Giuliano Amato e Luciano Violante: una convenzione. Meglio se eletta parallelamente alle Camere, con un sistema rigidamente proporzionale, che presenti un testo da sottoporre al voto del Parlamento. Un voto secco, senza emendamenti, prendere o lasciare. In pratica avremo per un po' una terza camera dove prendere decisioni comuni.