Da Ferrara a Veneziani, cresce il partito «congratulazionista»: Silvio, telefona
ROMA — Fosse solo una questione di bon ton, la si potrebbe rubricare tra le non poche anomalie italiane. Ma la telefonata che non c'è, quella che Silvio Berlusconi si rifiuta per il momento di fare a Romano Prodi per riconoscergli la vittoria elettorale, è un fatto politico. Per questo nell'area di centrodestra ci si divide tra chi esclude la necessità di sollevare la cornetta e chi invece lo consiglia. O lo fa.
A sorpresa, tra questi ecco il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri
e Piersilvio Berlusconi. Forse perché, come ha ironizzato Prodi, i tempi degli affari sono più veloci di quella della politica, il primo ieri ha rivelato il contenuto del suo telegramma al professore: «Segreto di Stato... No, credo di aver scritto una cosa scherzosa, e poi di avergli fatto gli auguri di buon lavoro»; il secondo ha esorcizzato la nascita del prossimo governo con un «Mediaset, anche per l'importanza che ha, deve e può essere tranquilla con qualunque governo».
Insomma, una scelta quasi di autodifesa, che convince il politologo Marcello Veneziani: «Un conto sono i ricorsi, altro è prolungare l'agonia: c'è il rischio di deludere e scontentare l'opinione pubblica con una campagna di delegittimazione permanente. La telefonata è imposta dalla ragion politica e di Stato». E infatti, dice il direttore di Libero Vittorio Feltri «io la telefonata l'avrei fatta subito: perfino i pugili di quarta categoria alla fine dell'incontro attraversano il ring per alzare la mano all'avversario in segno di vittoria». Forse «Berlusconi vuole solo prendere tempo perché ha un disegno da realizzare, ma sbaglia se si tratta solo di prolungare un'agonia».
Critico con il Professore, Giuliano Ferrara apriva comunque il suo commento di ieri sul Foglio con un chiaro «Congratulazioni, onorevole Prodi», seguito da un pressante invito a smetterla con «i livori»; ma nello stesso tempo consigliava il Cavaliere di «anticipare a sorpresa quella stretta di mano che ancora è rinviata», per non procurarsi da solo una «delegittimazione comportamentale».
«E' ora di mettere da parte il pallottoliere e fare politica: la gente ha seguito Berlusconi, la proposta di larghe intese è stata fatta: non buttiamo tutto questo negando che Prodi ha vinto», ammonisce Pierluigi Mennitti, editorialista di Ideazione.
Ese Tiziana Maiolo suggerisce di evitare inutili riconteggi e di fare come «Al Gore, che disse: non condivido la decisione della Corte, la subisco, ma mi ci assoggetto», perché «una vittoria è tale anche se di un solo voto», il direttore de L'Opinione Arturo Diaconale ha un'idea: «Berlusconi ammetta di aver perso alla Camera ma prima Prodi riconosca di aver pareggiato al Senato».
Sospira Ombretta Colli: «Silvio avrà le sue buone ragioni: è una strategia che fa parte del suo essere un combattente», ma l'europarlamentare Giuseppe Gargani va oltre: «Perché copiare gli americani? E poi c'è ancora da esaminare il ricorso Calderoli, che è dirimente: se uno riconosce la vittoria, poi come fa a continuare con le contestazioni?». «Capisco Berlusconi, perché dubita della vittoria dell'avversario, e perché nell'animo si sente vittorioso: non vuole concedere a Prodi l'onore delle armi», ragiona Gianni Baget Bozzo. «E poi è vero che in America telefonano al vincente, ma lì, in caso di voti contestati, le schede le ricontrollano!», incalza l'ex azzurro Domenico Contestabile.
«Berlusconi fa bene a chiedere tutti i controlli e ad aspettare la fine di questi prima dei complimenti, anche se servisse molto tempo», è convinto Antonio Socci. Anche perché «con una vittoria così risicata... Semmai dovrebbe essere Prodi a telefonare a Berlusconi per scusarsi: "Per un pugno di voti ti ho portato via il governo"», provoca allegramente Emilio Fede. In ogni caso, parlando da un punto di vista «strettamente giuridico» è l'ex presidente della Consulta Antonio Baldassarre
a mettere il dito in un'altra piaga: «Dopo la proclamazione da parte della Cassazione, c'è una sola strada da percorrere: le dimissioni immediate del capo del governo». Che non arrivano, per ora.
Paola Di Caro - Lorenzo Salvia
21 aprile 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/P...1/salvia.shtml




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