Compagni !
Visto che la questione del neo-liberismo è in cima ai pensieri di tutti, e in particolare del moderatore, ho pensato di farVi una gradita sorpresa, anticipandovi un passo del mio ultimo libro, "Il dittatore libertario", sperando che susciti dibattito. Un caro saluto.
Val la pena ora di soffermarci un po’ di più sul concetto di “mercato”, per chiarire alcuni elementi e sgombrare il campo da alcuni frequenti equivoci.
Anzitutto, va precisato che non coglie nel segno la diffusa polemica ostile al mercato, svolta da molti “anticapitalisti” (1), che agitano in proposito l’usurata formula del “neo-liberismo” o del “liberismo selvaggio”. E’ infatti banale, ma non superfluo, ribadire che l’odierno “capitalismo” ha ben poco a che fare con il modello del mercato imperturbato, e che oggi, il “selvaggio” è tutt’altro che un liberismo sano, trattandosi di fenomeno in gran parte fiorito all’ombra dello Stato o degli organismi internazionali superstatali (2); alla cui incessante azione, di regolazione o di intervento diretto, si devono gran parte degli arricchimenti e degl’impoverimenti conosciuti nella modernità, così come si deve alla decisione “pubblica” dello Stato l’assegnazione preliminare dei diritti di proprietà e in genere dei titoli legali.
Un’eclatante conferma si ricava dal recente testo di un insider del sistema di edificazione del cosiddetto capitalismo globale –che alla luce della descrizione si rivela piuttosto un genus di “capitalismo assistito”- ad opera dell’”impero”
(3). L’autore descrive un impressionante intreccio -che egli definisce “corporatocrazia”, tra poteri dello Stato (U.S.A.), istituzioni internazionali come la Banca Mondiale (4), imprese petrolifere, dell’energia elettrica, delle infrastrutture e dell’edilizia, società di consulenza collegate tanto al governo quanto alle corporations, e governi locali corrotti e dittatoriali (siano essi produttori di petrolio o no)-, volto ad arricchire, attraverso le commesse e gli appalti pubblici, le imprese stesse e i governanti, a scapito delle popolazioni locali. Queste vengono infatti indotte artatamente all’indebitamento per realizzare “grandi opere pubbliche”, sovradimensionate sulla base di stime di fabbisogno di comodo, con il pretesto della promessa di un rapido sviluppo tecnologico dei loro paesi, sì da vincolarli altresì a politiche internazionali subordinate rispetto a quella del governo U.S.A.. Il tutto con l’aggiunta che gli esponenti di tale governo sono spesso personalmente coinvolti in quelle operazioni speculative, in un conflitto di interessi di proporzioni colossali. A parte tale ultimo aspetto, quel che più emerge ai nostri fini, tuttavia, è che, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la dottrina economica che presiede a tale fenomeno non è quella cosiddetta liberista, ma all’opposto quella keynesiana, fondata sull’attiva e decisiva iniziativa statale, in una sorta di “neo-mercantilismo” (5), che non ha nulla a che vedere col mercato come qui lo intendiamo.
Sulla base di tali elementi, sarebbe il caso di riflettere anche sulle forme che lo Stato viene assumendo nella contemporaneità, del suo procedere per “privatizzazioni” del tutto fittizie (il cui scopo è solo quello di sottrarre le operazioni dei soggetti coinvolti al controllo del Congresso e in genere alle verifiche di legittimità), sicché persino le multinazionali appaiono, certo non espressione di “liberismo”, come credono i critici di sinistra più ingenui, ma articolazioni formalmente privatistiche e feudali, per quanto transnazionali, della nuova forma-Stato e della sua azione di rapina e spoliazione. Questa, infatti, dal ricorso a quella forma privatistica viene agevolata per mistificatorie ragioni di diritto positivo, che consentono al “privato”, o pseudo-tale, più libertà di azione rispetto a un’istituzione pubblica almeno in parte imbrigliata dal principio di legalità proprio dello Stato di diritto, oltre che soggetta al giudizio dell’opinione pubblica.
Allo stesso modo, così come anarchici e no global sbagliano diagnosi sulla natura dell’imperialismo delle multinazionali, gli anarco-capitalisti non vedono tutta la verità, quando non comprendono che un sistema di mercato svincolato dalla protezione e promozione statale, quale essi stessi auspicano, porterebbe a conseguenze “rivoluzionarie” che loro non mostrano di immaginare e che forse non gradirebbero: l’anarco-capitalismo, per dirla coi giuristi, plus dixit quam voluit (6).
(1) Cfr. ad esempio S. Amin, Il Capitalismo nell’era della Globalizzazione – La gestione della società contemporanea, Trieste, Asterios, 1997. L’Autore non pare guidato da una chiara teoria politica, e giunge ad affermazioni incomprensibili come la seguente: “Non esiste economia senza una politica e senza uno stato” (47). E tuttavia è costretto ad ammettere, pur senza apparire in grado di ricavarne le implicazioni (e infatti non ne trae alcuna), che “la confusione tra i concetti di ‘economia di mercato’ ed ‘economia capitalistica’ è la causa di un pericoloso indebolimento delle critiche rivolte alle politiche attuali. Il ‘mercato’, un termine che si riferisce di per sé alla competitività, non è il ‘capitalismo’, il cui contenuto è definito proprio dai limiti imposti alla competitività impliciti nel monopolio della proprietà privata (che appartiene ad alcuni, mentre altri ne sono esclusi)” (30).
(2) Sicchè, se i no-global attaccano tali organismi, essi fanno inconsapevolmente una battaglia liberista.
(3) J. Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia – La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider, Roma, Minimumfax, 2005 (2004).
(4) Bizzarramente, oltre alla resistenza delle popolazioni, quando c’è, l’unico contrappeso che emerge in tale sistema è quello dell’ordinamento del credito, che intende pur sempre sottoporre a qualche vaglio l’attendibilità delle operazioni che deve finanziare.
(5) Come è noto, il mercantilismo rappresentò una dottrina e una politica dei secoli XVI, XVII e XVIII, che si configurava “come un insieme di regole di politica economica finalizzate a conseguire una sempre maggiore disponibilità di ricchezze per raggiungere gli obiettivi di potenza che ogni Stato si prefigge” (D. Parisi, Introduzione storica all’economia politica, Bologna, Il Mulino, 1996, 30-31).
(6) “I sostenitori del capitale invece esultano per questa nuova era di deregulation e di libero commercio. Se le cose stessero davvero in questo modo, se lo stato avesse effettivamente cessato di amministrare gli affari del capitale collettivo e se la dialettica virtuosa tra lo stato e il capitale fosse davvero finita, dovrebbero essere soprattutto i capitalisti a essere terrorizzati del futuro! Senza lo stato, il capitale sociale non dispone di alcun mezzo per pianificare e realizzare i suoi interessi collettivi” (M. Hardt-A. Negri, Impero-Il nuovo ordine della globalizzazione, BUR saggi, 2003 (2000), 287).


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