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  1. #1
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    Predefinito I sessant'anni della rivoluzione culturale cinese



    La Voce ricorda i sessant'anni della rivoluzione culturale

    di Riccardo Bruno

    A quaranta anni di distanza solo "l’Unità" ha ricordato gli albori della rivoluzione culturale cinese con un articolo di Siegmund Ginzberg. E forse in questa scelta c’è un filo sottile di perfidia, perché l’allora quotidiano del Partito comunista italiano guardò con un certo sospetto e diffidenza alla stagione che si era aperta nella Cina maoista, prevedendo, probabilmente, i pericoli che essa conteneva.
    E’ vero invece che le conoscenze parziali e distorte che provenivano da Pechino, l’abilità propagandistica del regime, il carisma dello stesso Mao presso l’opinione pubblica occidentale, alimentarono un mito che si diffuse per quasi un decennio, raggiungendo anche ambienti culturali e politici i più svariati. Pensiamo al ritratto di Mao dipinto da Andy Warhol, o al fatto che un dipinto originale pregiatissimo dello stesso, venne regalato dieci anni dopo da Bettino Craxi al suo ministro Franco Reviglio. E fra le due sponde dell’Atlantico gli ammiratori della rivoluzione culturale e del suo ispiratore si diffusero al di là di ogni ragionevole aspettativa.
    Tanto che, consapevole evidentemente di questo successo, Ginzberg scrive che “il grande mistero della rivoluzione culturale non è più che cosa sia successo” - ed in effetti oggi tutti ne conoscono gli scempi e gli orrori - piuttosto come sia stato possibile che “qualcosa di così orripilante e ripugnante abbia ad un certo punto affascinato un’intera generazione in Occidente – quella del ’68 - ed alcune delle migliori menti progressiste”. E Ginzberg ha un dubbio: “Perché ci sono cascati o perché volevano giocarci?”. Un interrogativo che appare anche più interessante dell’altro, ormai abbastanza evidente, del perché Mao desiderasse scatenare il caos totale.
    Nel caso qualcuno avesse dei dubbi a proposito, Mao nel caos ci si mosse benissimo, rafforzò il suo potere, superò le oligarchie di partito che lo condizionavano, strinse un legame con la parte più giovane, emergente ed addottrinata della popolazione, fece un assoluto repulisti del regime, in maniera similare ma ben più raffinata di Stalin. Quest’ultimo apparve subito come un tiranno, e solo coloro che non volevano ammetterlo non se ne accorsero. Mao, invece, come un liberatore, il fondatore della “Comune di Parigi del XX secolo”. E quindi può darsi anche che qualche sprovveduto in Occidente cascasse nella trama del maoismo per ingenuità e disinformazione. Ma è difficile pensare invece che con essa ci si volesse giocare. La cosa fu considerata serissima: quale la speranza di un rinnovamento del comunismo dall’interno, l’ambizione di poter battere gli apparati del partito e di evitare la sclerotizzazione dello stesso - e qui i vecchi gramsciani si commossero - ed infine il sogno di una grande stagione storica progressista, che non terminava con la rivoluzione: c’era anche la rivoluzione della rivoluzione! Si recuperava perfino Trotsky, insomma, che di ammiratori ne aveva tanti, per quanto intimiditi dal corso degli eventi storici. E gli stalinisti, che vedevano in Mao il rifiuto al j’accuse cruscioviano.
    Meglio dell’"Unità" tutto questo lo capiscono al "Manifesto" che, per il quarantennio della rivoluzione culturale, ha perfino affidato alla casa editoriale del giornale la redazione di un esauriente pamphlet di autori vari, curato da Tommaso Di Francesco, “L’assalto al cielo”. Come si interpreta da quelle parti questa rievocazione ? Secondo lo stesso Di Francesco come “quella dell’impossibile nostalgia”. Perché viene spiegato, per l’appunto, che si sperò nell’esempio cinese come in “un messaggio ben preciso”, da dare in risposta alle contraddizioni e ai conflitti in atto in quel momento in Occidente. Ma, si è costretti amaramente ad ammettere oggi, “sbagliammo”. E sbagliarono, “non sapendo e non capendo la distanza incolmabile tra istanze dei movimenti e realtà", e così, superficialmente, chiusero “tutti e due gli occhi di fronte ai settarismi che uccidevano il movimento e alla brutalità infantile” che lo caratterizzava, preparandone la sconfitta.
    Ci sono voluti quarant’anni, ma almeno questo giudizio la vecchia sinistra rivoluzionaria lo ha scritto. Se ci avessero fatto magari un editoriale firmato da Rossana Rossanda, che all’epoca era un’entusiasta perfino di Lin Biao, sarebbe stato maggiormente educativo, ma non importa. Importa invece la consapevolezza del fallimento della rivoluzione culturale, anche se questa, così come la leggiamo nel commento di Di Francesco, mantiene una sua ambiguità. Perché la sconfitta della rivoluzione culturale in Cina è considerata alla base dell’avvento dell’attuale “mostruosità cinese”: l’allontanamento dalla politica da parte delle vaste masse della popolazione, l’adeguamento al sistema capitalistico, e la ripresa del potere da parte “del partito, dei funzionari e dello strato degli uomini d’affari”. Insomma, al "Manifesto" hanno ammesso la sconfitta, ma ancora non hanno rinunciato.

  2. #2
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    e allora?

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Rocker503
    e allora?
    BEH, sotto il regime cinese si ammazza ancora a discrezione del partito proprio come durante la rivoluzione culturale, ma c'è la libertà di mercato, vuoi mettere!?

  4. #4
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    ma che oVVoVe !!!

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa
    I sessant'anni della rivoluzione culturale cinese



    La Voce ricorda i sessant'anni della rivoluzione culturale

    di Riccardo Bruno

    A quaranta anni di distanza solo "l’Unità" ha ricordato gli albori della rivoluzione culturale cinese.....
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa
    La Voce ricorda i sessant'anni della rivoluzione culturale

    di Riccardo Bruno

    A quaranta anni di distanza solo "l’Unità" ha ricordato gli albori della rivoluzione culturale cinese con un articolo di Siegmund Ginzberg. E forse in questa scelta c’è un filo sottile di perfidia, perché l’allora quotidiano del Partito comunista italiano guardò con un certo sospetto e diffidenza alla stagione che si era aperta nella Cina maoista, prevedendo, probabilmente, i pericoli che essa conteneva.
    E’ vero invece che le conoscenze parziali e distorte che provenivano da Pechino, l’abilità propagandistica del regime, il carisma dello stesso Mao presso l’opinione pubblica occidentale, alimentarono un mito che si diffuse per quasi un decennio, raggiungendo anche ambienti culturali e politici i più svariati. Pensiamo al ritratto di Mao dipinto da Andy Warhol, o al fatto che un dipinto originale pregiatissimo dello stesso, venne regalato dieci anni dopo da Bettino Craxi al suo ministro Franco Reviglio. E fra le due sponde dell’Atlantico gli ammiratori della rivoluzione culturale e del suo ispiratore si diffusero al di là di ogni ragionevole aspettativa.
    Tanto che, consapevole evidentemente di questo successo, Ginzberg scrive che “il grande mistero della rivoluzione culturale non è più che cosa sia successo” - ed in effetti oggi tutti ne conoscono gli scempi e gli orrori - piuttosto come sia stato possibile che “qualcosa di così orripilante e ripugnante abbia ad un certo punto affascinato un’intera generazione in Occidente – quella del ’68 - ed alcune delle migliori menti progressiste”.

    Mao nel caos ci si mosse benissimo, rafforzò il suo potere, superò le oligarchie di partito che lo condizionavano, strinse un legame con la parte più giovane, emergente ed addottrinata della popolazione, fece un assoluto repulisti del regime, in maniera similare ma ben più raffinata di Stalin. Quest’ultimo apparve subito come un tiranno, e solo coloro che non volevano ammetterlo non se ne accorsero. Mao, invece, come un liberatore, il fondatore della “Comune di Parigi del XX secolo”.

    Importa invece la consapevolezza del fallimento della rivoluzione culturale, anche se questa, così come la leggiamo nel commento di Di Francesco, mantiene una sua ambiguità. Perché la sconfitta della rivoluzione culturale in Cina è considerata alla base dell’avvento dell’attuale “mostruosità cinese”: l’allontanamento dalla politica da parte delle vaste masse della popolazione, l’adeguamento al sistema capitalistico, e la ripresa del potere da parte “del partito, dei funzionari e dello strato degli uomini d’affari”. Insomma, al "Manifesto" hanno ammesso la sconfitta, ma ancora non hanno rinunciato.
    Non c'è bisogno di scomodare i 'comunisti del manifesto',

    la Rivoluzione Culturale piacque anche a Nixon....

    e non ci fu nessuna sconfitta, bensì una splendida vittoria,
    la rivoluzione culturale preparò la Cina di oggi purificando la società
    e Zhou Enlai non si contrappose a Mao, ma vi partecipò.

    La GRCP fu quello che mancò all'urss per superare le tare del suo regime,
    è quello che manca all'italia per non avere Napolitano-Cernenko e il regime consociativo con berlusconi.

    Il 68 europeo non imitava la grcp ma cercò, riuscendovi, di prevenirla,

    Infine, a distanza di 40 anni, la grcp fa ancora correre un brivido lungo la schiena a tutti i disonesti, i mafiosi, gli sfruttatori del mondo.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  7. #7
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    ..soprattutto siate sempre capaci di sentire nel profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. Che Guevara.
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    Citazione Originariamente Scritto da agaragar
    Non c'è bisogno di scomodare i 'comunisti del manifesto',

    la Rivoluzione Culturale piacque anche a Nixon....

    e non ci fu nessuna sconfitta, bensì una splendida vittoria,
    la rivoluzione culturale preparò la Cina di oggi purificando la società
    e Zhou Enlai non si contrappose a Mao, ma vi partecipò.

    La GRCP fu quello che mancò all'urss per superare le tare del suo regime,
    è quello che manca all'italia per non avere Napolitano-Cernenko e il regime consociativo con berlusconi.

    Il 68 europeo non imitava la grcp ma cercò, riuscendovi, di prevenirla,

    Infine, a distanza di 40 anni, la grcp fa ancora correre un brivido lungo la schiena a tutti i disonesti, i mafiosi, gli sfruttatori del mondo.
    Condivido la tua opinione. Anche se, secondo me, la Cina di oggi non ne sta approfittando nel modo giusto

 

 

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