Maurizio Blondet
23/04/2006
«Cardinal Martini, la Rosa nel Pugno del Vaticano»: geniale, mi pare, il titolo della Padania. Carlo Maria Martini è tornato (ma non voleva morire a Gerusalemme?) e si è pronunciato.
Sì alla fecondazione eterologa, sì al preservativo come male minore, sì alle adozioni dei single… confezionato nella carta untuosa della «carità», non manca nulla dei vieti temi del «progressismo» cattolico, che è centrato in esclusiva sulla sedicente «libertà sessuale»; le sciagure dei palestinesi, che deve aver visto coi suoi occhi, non sollecitano la carità di Martini, tutta concentrata sui diritti (omo)sessuali.
Ma non è certo il sesso che occupa il frigido cardinal Pavone.
Questa è la sua propaganda, su cui sa di riscuotere gli applausi del suo pubblico specifico, e quello dei suoi referenti internazionali (Martini piace molto alla Massoneria britannica, e ovviamente al rabbinato).
Il suo intento è evidentemente molto più ambizioso: occupare il vuoto di potere aperto dal placido inattivismo di Papa Ratzinger, che in un anno di regno non ha spezzato una sola canna fessa, non ha spento un solo lucignolo fumigante, assolutamente nulla.
Sembrerà irriverente definire questo inattivismo (forse, si vuole sperare, contemplativo) come «vuoto di potere».
Ma con ciò ci mettiamo nella prospettiva, appunto, del cardinale emerito e reduce.
Egli è sensibilissimo alle questioni di potere, il suo vero e unico interesse.



Non vale nemmeno la pena di sottolineare il tempismo tattico del suo intervento: un attimo dopo che la sinistra è tornata al potere in Italia.
Non ha aspettato un giorno di più.
Ed ha esposto il suo programma anti-pontificale su l’Espresso.
In cordiale colloquio con Ignazio Marino, essere privo di credenziali teologiche, ma dotato dell’etichetta di senatore DS.
Risulta ora che sui temi del condom per i malati di Aids, il Vaticano sta per emettere un documento. Evidentemente al corrente, Martini ha voluto prevenirlo: ora, il «progressismo» potrà confrontare punto per punto il documento prossimo venturo con le posizioni di Martini, e inevitabilmente - qualunque «apertura» il Papa in carica eventualmente conceda - farlo apparire retrogrado e chiuso, in confronto con le «aperture» azimutali del cardinal Rabbini.
Perfetta mossa di propaganda, da vero esperto del potere.
Del resto, Martini è venuto a riscuotere il suo credito verso Benedetto.
A suo tempo fece sapere lui stesso in lungo e in largo, violando il segreto del Conclave, di avere risolto la situazione di blocco «facendo confluire i suoi voti» (perché ne ha parecchi) sul nome di Ratzinger.
E’ dunque un suo grande elettore e reclama, come fanno giustamente le correnti democristiane, la sua parte nel sub-governo clericale.
Forse vedendo che le promesse tardano ad essere mantenute, fa capire che, se non sarà accontentato, può creare molti guai.



Un perfetto uso del tecnicismo politicista che abbiamo già visto in atto - con disgusto ma senza sorpresa - nel mercato delle poltrone a cui la cosiddetta sinistra cosiddetta laica si è abbandonata immediatamente preso il potere sotto la regia di Prodi, il Martini del dossettismo. Bertinotti ha voluto la presidenza della Camera; ora D’Alema può aspirare al Quirinale...
L’occupazione totale e senza pudore, che delinea la mappa di un dominio senza falle.
Ai pigliatutto delle prestigiose «cariche istituzionali» ne mancava una, apparentemente fuori portata: quella di Papa.
Ora Prodi ha anche l’antipapa di riferimento.
Per questo non condivido l’idea consolante, di stampo berlusconico, espressa per esempio da alcuni lettori, secondo cui questa sinistra, con la sua ridicola maggioranza e la sua eterogeneità incline al fratricidio, «durerà poco».
Come biblista, Martini fa solo pena (1), ma come tattico del potere, s’è visto, non ha eguali.
Allo stesso modo, la sola vera competenza di tutte le figure della sinistra, la sola cosa che sanno fare con vera professionalità, è: occupare il potere e inchiodarcisi.
Dureranno trent’anni.

Maurizio Blondet




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Note
1) Non dimentichiamo mai che questo sedicente «dottore in esegesi biblica» ha dichiarato di «provar dolore» per «le espressioni antisemite di Paolo» (Paolo di Tarso, ebreo), spiegandole così. «E’ possibile vedere in quest’affermazione l’eco dell’antigiudaismo pagano qui ripreso in modo acritico» (San Paolo, notoriamente influenzabile dal paganesimo, e acritico, ha avuto finalmente quel che meritava).




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