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Wolfowitz e la Banca Mondiale: privatizzare l'acqua
Nel 2025 la domanda d'acqua supererà la forniture. Che succederà?
Hedelberto López Blanch
Sono stati realizzati studi che indicano che nell'anno 2025 la domanda di acqua nel mondo sarà del 58% superiore alla fornitura, il che farà sorgere (già lo fa) conflitti e discordie tra le differenti nazioni o dentro i propri paesi.
Come una spada di Damocle pendente sulle nazioni in via di sviluppo, giunse il messaggio della Banca Mondiale: il paese che rifiuterà di privatizzare i suoi servizi pubblici di acqua potabile e fognature non riceverà finanziamenti internazionali per le altre necessità.
Il documento dell'organismo finanziario, firmato dal suo presidente Paul Wolfowitz durante le sessioni del IV Foro Mondiale dell'Acqua, tenuto a Città del Messico dal 16 al 22 Marzo ultimi, fu considerato come una minaccia per quelli che cercheranno di scrivere nella dichiarazione finale dell'evento che l'acqua è un diritto umano fondamentale e che gli Stati devono renderlo effettivo con la partecipazione delle comunità.
Nel documento della Banca Mondiale, distribuito tra i presenti con il titolo "Il Miraggio nell'Acqua", si sostiene che la Banca Mondiale fornirà prestiti per i servizi dell'acqua solo a condizione che detto servizio venga privatizzato.
Continuava aggiungendo che "al paese che si rifiuterà di farlo verranno tagliati i crediti per altri investimenti nel settore pubblico".
La coercizione da parte di Wolfowitz, che prima di essere presidente di quest'organismo fece parte dell'amministrazione di George W. Bush, e fu uno dei principali sostenitori della guerra all'Iraq ricordava ai presenti quello che era accaduto con la Repubblica di Guinea.
Su questo fatto insisté il Movimento per lo Sviluppo Mondiale e Internazionale dei Servizi Pubblici (MDMISP) che enfatizzò anche il fallimento degli investimenti privati nei servizi di acqua nei paesi in via di sviluppo.
Nel 1999, la nazione africana non rinnovò un contratto di locazione dei suoi servizi dell'acqua a imprese francesi per cui "vennero congelati gli investimenti nel settore, e la Repubblica di Guinea non potrà contare sui contributi di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che hanno preteso la vendita dei servizi di distribuzione di acqua potabile e di bonifica come condizione per ricevere più aiuti".
Le pressioni a cui furono soggette le nazioni in via di sviluppo da parte degli organismi finanziari internazionali, delle multinazionali e dei paesi sviluppati durante tutta la durata del Foro furono enormi e costanti a favore della privatizzazione di questi servizi.
Sul palco salirono anche persone ricche come il messicano Carlos Slim, terzo uomo più ricco del mondo secondo a rivista Forbes, che puntualizzò che per quanto l'uso dell'acqua e il suo riciclaggio sia un servizio di grande importanza sociale e politica, è comunque necessario stabilire tariffe per poter ripagare i finanziamenti richiesti, modernizzare ed espandere le sue reti.
Slim ha spiegato che per risolvere il problema si richiedono investimenti raccolti da un organismo autonomo che non sarebbe soggetto alle restrizioni del budget governativo, avrebbe una gestione trasparente e poteri per commercializzare i servizi di manutenzione, e svilupperebbe le reti e l'opera di bonifica. Mentre negava che stesse parlando di privatizzazione, insisté che il servizio dovrà essere pagato in misura tale da garantirne l'efficienza.
Kiyo Akasaka, direttore della Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCDE) andò oltre, sottolineando che questa istituzione non ha una posizione sull'acqua come diritto umano e che per questa preziosa risorsa bisogna riscuotere almeno il 4% delle entrate di una famiglia per evitare l'uso eccessivo ed incoraggiarne il consumo efficiente.
Occorrerebbe chiedersi, come pagheranno questo servizio le migliaia di milioni di persone nel mondo che non hanno tanto denaro neanche per destinarlo alla alimentazione? Sebbene per il beneficio di un minore spreco sia necessario riscuotere parte di questi servizi, è fondamentale comprendere che l'acqua è u bene pubblico ed un diritto umano e non una merce.
Sono stati realizzati studi che indicano che nell'anno 2025 la domanda di acqua nel mondo sarà del 58% superiore alla fornitura, il che farà sorgere (già lo fa) conflitti e discordie tra le differenti nazioni o dentro i propri paesi.
Sebbene il 70% del pianeta è coperto di acqua, solo il 2,4% è potabile e il 97,6% salata. Di questo 2,4%, il 68% è destinato alla irrigazione, il 22% alle industrie e alle imprese produttive, e il 10% al consumo umano.
Le complicazioni si aggravano perché l'acqua è distribuita in forma diseguale: il 60% figura in solo 9 paesi mentre 85 soffrono di penuria; 1000 milioni di persone consumano l'86% del liquido disponibile; 2.400 milioni non arrivano a consumare il necessario e più di 2.500 milioni consumano acque non trattate i che provoca malatie continue e persino a morte.
Alle originali differenze, si aggiungono le ambizioni politiche di alcuni paesi o dei potenti che cercano di diventare ancora più ricchi per mezzo della privatizzazione dell'acqua.
Uno dei casi riguarda la Palestina sotto l'occupazione di Israele. Nel Giugno 1967, Israele lanciò la cosiddetta Guerra dell'Acqua contro i territori arabi e occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Siria egiziano e le alture del Golan e si impossessò di tutte le fonti palestinesi.
In questo modo domina l'88% delle risorse idrografiche che un'impresa israeliana, che opera secondo la logica dell'occlusione, distribuisce con enorme disparità.
Altrettanto accade con la privatizzazione e la commercializzazione del prezioso liquido, che appaiono nelle clausole dell'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) che gli Stati Uniti vogliono imporre all'America Latina.
L'ALCA sostiene l'apertura commerciale dei servizi pubblici e sociali come l'acqua, l'elettricità, la salute e l'educazione, e in questo modo punta a sottomettere le imprese pubbliche alle regole di mercato, il che andrebbe a danno diretto dei settori più poveri della popolazione.
Casi recenti sono accaduti in Argentina, Bolivia, Uruguay e Perù. A Cochabamba, Bolivia, nel 2000, si scatenò un conflitto che provocò una dozzina di morti e violenti tumulti al triplicarsi del prezzo dell'acqua dopo la privatizzazione di questo servizio a favore della impresa multinazionale Aguas del Tunari, appendice della Bechtel nordamericana.
Le manifestazioni obbligarono il governo a fare marcia indietro, ma la Bechtel chiese allo stato più di 25 Milioni di dollari, basandosi sul Trattato Bilaterale di Investimenti in Bolivia e Olanda (firmato anni fa) che stabilisce le stesse clausole dell'ALCA.
La multinazionale nordamericana ancora esige il pagamento della somma enorme, non perché l'abbia spesa (spese meno di un milione di dollari) ma perché l'avrebbe spesa se l'accordo avesse seguito il suo corso.
In conclusione, il IV Foro Mondiale dell'Acqua non portò niente di nuovo e lasciò aperte le porte alla privatizzazione con il pericolo che alcuni paesi, i poveri, debbano pagare l'acqua come se fosse loro servita in tazze d'oro.




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